Nessun alibi per il pessimo remake di Douglas e compari

Emanuele Palomba

Un alibi perfetto
(Beyond a Reasonable Doubt)
Peter Hyams, 2009 (USA), 105’

C’è una cosa che possiamo affermare, “al di là di ogni ragionevole dubbio”: meglio non far mai incontrare remake, figli d’arte e sceneggiatori incompetenti. Perché il risultato potrebbe essere qualcosa di molto simile a Beyond a Reasonable Doubt.
La buon’anima di Douglas Morrow purtroppo non ha potuto ribellarsi allo scempio che è stato ordito ai danni della sua sceneggiatura originale del 1956 (regia di Fritz Lang) da Peter Hyams, registucolo da trent’anni in bilico tra TV e cinema di cassetta; affidandosi al “nome” di Michael Douglas e a qualche inutile e lunghissima sequenza in automobile, l’ultimo film americano del grande autore tedesco è stato trasformato in mediocre fiction – non dubitiamo che un buon episodio di CSI possa avere miglior resa.
La storia è quella di giovane reporter “d’assalto” (Jesse Metcalfe) convinto di poter ottenere lo scoop della carriera smascherando un procuratore distrettuale (Douglas) che vince ogni suo caso di omicidio falsificando le prove del DNA ai danni dell’imputato. Il piano del giornalista consiste nel farsi accusare di un delitto del quale può dimostrare con certezza la sua innocenza, in modo da poter provare l’alterazione delle prove da parte dell’accusa. È ovvio che tutto non sarà così semplice, così come è ovvia la presenza di una storia sentimentale, tra un’assistente del procuratore (Amber Tamblyn) e il suddetto giornalista. Colpo di scena nel finale.

Sarebbe quasi irriguardoso citare ulteriormente il film di Lang, ma basti solo aggiungere che l’idea alla base di entrambi i film (un D.A. che non rende onore alla “Giustizia”) aveva ben altre implicazioni nella pellicola del ’56, in quanto si poneva anche come una non tanto velata critica nei confronti della pena di morte. Nel caso dell’opera di Hyams invece il soggetto diviene solo un pretesto per poter mettere in scena quasi due ore di banalità, sequenze mal concepite e tanta cattiva recitazione. Quando il film dovrebbe iniziare ad ingranare si spegne, arrivando alla completa morte celebrale durante una inconcepibile ed infinita scena che vede Amber Tamblyn (del lotto, decisamente la più vicina a sembrare un’attrice) ostaggio di una rombante automobile in un parcheggio sotterraneo: per interminabili minuti si nasconde dietro un pilone e il suo demente antagonista (Lawrence P. Beron) si rifiuta di scendere dalla macchina per aggredirla, e preferisce continuare a girare in tondo compromettendo seriamente (sospettiamo) le sospensioni del bolide.
Questa sequenza è il manifesto di una pellicola ai limiti della decenza, nella quale anche la più brillante e sottile delle idee originarie si perde, inevitabilmente. Douglas, salvato in precedenti remake dalla altrui recitazione (vedi Delitto Perfetto), sembra un pupazzo pronto al tanto agognato pensionamento; lo sbarbato Metcalfe invece ha l’aria perfetta per gironzolare sul bordo piscina in un video per teenager, ma sicuramente nulla di più – già meglio, ma ci accontentiamo di poco, il suo partner Joel Moore, chiamato a fare il simpaticone della situazione.
Film da evitare.

a cura di Emanuele Palomba
www.pianosequenza.net


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