Birdman… non me ne frega nulla…

birdmanRiggan Thomson è una superstar. O quantomeno, lo è stata.
Vent’anni or sono, ai tempi in cui impersonò il supereroe Birdman in tre blockbuster dal successo clamoroso. Archiviata l’epoca del costume e della maschera, più nulla, o quasi, se non crisi d’identità, un matrimonio fallito, una figlia ribelle e tutte le speranze – ed il denaro – investiti in uno spettacolo teatrale messo in scena nel cuore di Broadway tratto da Carver.
Ossessionato dal voler realizzare un’opera in grado di rimanere impressa nella mente di pubblico e critica e soprattutto dall’idea di volersi emancipare dalla maschera di Birdman, Riggan lotterà con ogni fibra del suo essere affinchè il lavoro possa non solo essere portato a termine, ma definirlo come attore, artista, performer e Uomo.
Ma è davvero questo, quello che cerca? E cosa suggerisce davvero la sua voce interiore?
Quale ruolo giocherà, in tutto questo, la figlia Sam?
O tutti i personaggi della sua personale commedia?

Ai tempi dell’uscita di Amores Perros, dovevamo essere in quattro, in sala.
Ricordo benissimo i brividi, le emozioni, la sensazione di essere di fronte ad un futuro cult, all’esperimento più riuscito del post-Tarantino in termini di destrutturazione della storia portata sullo schermo.
Inarritu, allora un nuovo volto per la settima arte, finì per fare il botto e venne di colpo catapultato nel dorato mondo di Hollywood: ricordo quando uscì 9/11/01, insieme di cortometraggi firmati da registi provenienti da qualsiasi latitudine realizzato per ricordare i fatti del World Trade Center, e quanto attesi il momento di godermi quello firmato dal cineasta messicano, che si rivelò, al contrario, uno dei più autocompiaciuti e deludenti della selezione.
Sperai in un incidente di percorso, ed invece il peggio accadde: Inarritu collezionò, da quel momento, solo ed esclusivamente bottigliate con i fin troppo sopravvalutati 21 grammi e Babel, tanto da indurmi a non visionare neppure Biutiful, nonostante ottime recensioni lette anche qui nella blogosfera.
Ma il discorso con Birdman era diverso.
Recensioni entusiastiche, grandi aspettative, un Michael Keaton assoluto protagonista rendevano questo titolo uno dei must see della prima parte di questo duemilaquindici: ed effettivamente, per due terzi del film il mio unico pensiero è stato “WOW”, che liberamente tradotto nella lingua fordiana significa “porca puttana e santo cazzo, che film enorme ha tirato fuori Inarritu”.
Tecnica pazzesca, un cast in forma smagliante – perfino Zack Galifianakis sembra un bravo attore -, un turbinio di parole e sentimenti che non solo travolge, ma mette all’angolo ed induce ad abbassare la guardia in modo da avere una sorta di autostrada per una scarica di cazzotti emotivi ed intellettuali da lasciare più che KO, e come se tutto questo non bastasse, metacinema ed una graffiante ironia indirizzata a tutto il mondo della recitazione e della regia, dai teatri di Broadway al Cinema, senza risparmiare la critica.
E dunque, fino a poco più di un’ora e mezza di visione, mi sono sentito frastornato dai colpi di Inarritu – aiutato e non poco da Carver e dal suo strepitoso protagonista -, pensando già a come scrivere questo post, ad un nuovo header, all’esaltazione che si prova quando capita di vedere un film che già pare proiettato nella top ten dell’anno: poi, proprio nel momento migliore – la prima apparizione dell’alter ego mascherato di Riggan e la sequenza che lo vede finalmente e fisicamente protagonista -, il film, che per novanta minuti abbondanti aveva volato alto, finisce per cavalcare la corrente ascensionale sbagliata ed avvitarsi su se stesso, incappando in una serie noiosissima di finali in pieno stile Il ritorno del re diventando forzato e poco naturale, quasi il regista e gli autori avessero superato la linea che separa il suggerito dall’imposto.
Un vero peccato, perchè senza dubbio questo Birdman è il miglior Inarritu proprio dai tempi di Amores Perros: un film denso, divertente e drammatico, ricco di citazioni e girato davvero da dio – a tratti è riuscito quasi a scomodare paragoni con cose enormi come Enter the void o Arca russa, grazie all’utilizzo massiccio del piano sequenza -, eppure rispetto a titoli che toccano temi simili come Synecdoche, New York o Holy Motors il confronto è nettamente perso, e proprio a causa di quel troppo che stroppia.
Personalmente, con una mezzora in meno il finale con il tassista che rincorre Riggan in teatro avrebbe consegnato a Birdman le chiavi del Paradiso dei bicchierini, ma quel crescendo “al contrario” sul finale è stato davvero un colpo basso, invece che un diretto vincente.
E così come con il Wolf di Scorsese – anche citato – ero partito dal divano per finire seduto per terra davanti allo schermo, con Birdman ho iniziato pronto a volare nella stessa posizione ed ho finito proprio sul divano stesso, sdraiato in posizione da letto in attesa trepidante della fine.
E forse, ora, Birdman se la prenderà anche con me, che da critico che non crea come un artista mi rifugio in parole e giudizi per tarpare le ali di un’opera complessa e stratificata: ma sapete che vi dico?
Non me ne importa un cazzo.
Dovrebbe già ringraziare proprio il mio lato critico che non gli siano arrivate per indiscutibili meriti tecnici delle prepotenti e sonore bottigliate da una parte e dall’altra della maschera.

MrFord