Il Caso Spotlight, la storia dietro il film…

S_07041.CR2Come viene raccontato nel film, è il neo-direttore Marty Baron a dare il via alla clamorosa inchiesta sulla pedofilia nella diocesi di Boston, il giorno stesso del suo insediamento al Globe. Uomo di poche parole, Baron ricorda di avere messo subito al lavoro il team Spotlight, appena arrivato dal Miami Herald. “Nel 2001, il Boston Globe era un quotidiano un po’ a sé, per certi versi isolato”, spiega Baron, oggi direttore del Washington Post. “Non aveva mai avuto un direttore che non fosse cresciuto a Boston”.
Baron è arrivato alla sua prima riunione di redazione e ha chiesto ai vari caporedattori come mai non fosse stata approfondita una notizia contenuta in un articolo di Eileen McNamara, uscito la settimana precedente. “Nel suo articolo, la McNamara si chiedeva se si sarebbe mai giunti a scoprire la verità su un sacerdote della diocesi di Boston accusato di abusi sessuali: la Chiesa diceva una cosa e l’avvocato della vittima un’altra. Così, ho chiesto alla redazione se avremmo potuto arrivarci noi, alla verità”.
Walter “Robby” Robinson, che scrive ancora per il Boston Globe, attribuisce a Baron il merito di avere dato una bella scossa alla redazione, chiedendo ai suoi giornalisti di mettere alla prova la fino ad allora indiscussa capacità della Chiesa di tenere nascosti gli accordi extragiudiziali con le vittime degli abusi. “Quando Marty Baron è arrivato a Boston, ci ha detto di andare dritti in tribunale a chiedere che gli atti fossero resi pubblici, perché la gente aveva il diritto di sapere”, ricorda Robinson. “Non eravamo abituati a farlo. Il nostro lavoro con il team Spotlight, era quello di denunciare la corruzione pubblica quando c’erano i documenti da visionare e le persone da intervistare. Per questa inchiesta, abbiamo dovuto scavare parecchio per avere informazioni su quell’unico sacerdote citato nell’articolo della McNamara, John Geoghan. Ma ben presto abbiamo scoperto che non era un caso isolato. Erano molti i sacerdoti coinvolti. Quando sono usciti i primi articoli dell’inchiesta, nel gennaio del 2002, avevamo scoperto che i sacerdoti che avevano commesso abusi su minori erano più di 70, e che la Chiesa aveva messo tutto a tacere facendo accordi extragiudiziali con le vittime, dopo avere coperto gli abusi sessuali per decenni, trasferendo i sacerdoti che abusavano dei bambini in altre parrocchie dove spesso continuavano a farlo”.
Robinson ripensa con orgoglio all’impatto che ha avuto, in tutto il mondo, l’inchiesta del team Spotlight. “Nel 2002 abbiamo pubblicato 600 articoli sugli abusi sessuali commessi da centinaia di sacerdoti su migliaia di bambini, non solo a Boston, ma in tutti gli Stati Uniti. Poi, purtroppo, lo scandalo si è allargato a macchia d’olio in tutto il mondo, come sappiamo”.
Quando ripensa all’inchiesta sui preti pedofili, il giornalista Michael Rezendes – premio Pulizter nel 2013, insieme ai suoi colleghi del team Spotlight – prova sentimenti misti. “Nonostante tutti i premi, gli articoli e i riconoscimenti, e ora anche questo film, viviamo emozioni contrastanti”, spiega. “Il ricordo delle persone che hanno condiviso con noi la loro storia è ancora così vivo che qualsiasi felicità possiamo provare è stemperata dalla consapevolezza delle sofferenze patite dalle vittime di quegli abusi”.
Rezendes, che è rimasto nel team Spotlight a svolgere le sue inchieste sulla corruzione, si è incontrato diverse volte con lo sceneggiatore Singer, durante la preparazione del film. Ma non era certo preparato a quello che ha visto sullo schermo, a fine riprese. “Mark somiglia molto a me nel 2001”, racconta il giornalista, “con i capelli corti, le scarpe nere di vernice, le polo scure, i jeans. È identico, insomma. È stato anche bravissimo a riprodurre il mio modo di parlare e di camminare”.
Poco abituata a trovarsi nel ruolo dell’intervistata, la giornalista Sacha Pfeiffer è rimasta sorpresa dall’attenzione ai dettagli dimostrata dalla McAdams durante le loro conversazioni prima dell’inizio delle riprese. “Mi faceva domande tipo: ‘Portavi le unghie lunghe, nel 2001? Pranzavi alla mensa del Globe o ti portavi qualcosa da casa? Che tipo di scarpe mettevi? Ti vestivi in modo diverso quando uscivi a fare due passi? Quanto sapeva la tua famiglia? Che cosa pensava tuo marito? Ti sentivi mai frustrata?’”.
Sacha Pfeiffer, che è tornata al Boston Globe nel 2014, dopo sei anni alla National Public Radio, ha apprezzato il rigore professionale dell’attrice. “Anche se molti di quelli che vedranno il film non sanno come sono nella realtà, Rachel ci teneva ad essere autentica e storicamente accurata, perché lei e il resto del cast volevano rappresentare anche l’interiorità delle persone che interpretavano. E quando ho visto Rachel nella scena in cui scende le scale della Boston Public Library, ho pensato: ‘Ma quella sono io…’”.