Il Caso Spotlight, come è stata ricostruita la redazione ed il team

foto_SpotlightIl caso Spotlight comincia e finisce negli uffici del Boston Globe. Per ricreare una grande redazione nel periodo critico del passaggio dal cartaceo alla pubblicazione online, l’architetto-scenografo Stephen H. Carter ha misurato gli spazi degli uffici del Globe per poi ricreare 120 postazioni di lavoro in un grande magazzino vuoto alla periferia di Toronto. “La redazione è uno degli ambienti che volevamo riprodurre nel modo più accurato e controllato possibile”, spiega Carter, già scenografo del film premio Oscar Birdman (o L’imprevedibile virtù dell’ignoranza).
Oltre agli interni girati nei pressi di Toronto, Carter ha avuto la possibilità di arredare diversi ambienti degli attuali uffici del Boston Globe. “Le presse, la biblioteca… Ci sono scene che avremmo potuto girare solo lì, perché riprodurre quegli ambienti sarebbe stato troppo costoso”, spiega lo scenografo. “Al Globe sono stati tutti straordinariamente collaborativi e disponibili fin dall’inizio, e sarebbe stato assurdo non cogliere un’opportunità del genere”.
Per essere il più possibile aderente alla realtà, Carter ha arredato l’ufficio del direttore del giornale, Martin Baron, mettendoci anche un fenicottero rosa di peluche uguale a quello che c’era veramente. “Sono rimasto molto colpito dalla cura dei dettagli”, osserva Baron. “Quando ho lasciato il Miami Herald per andare a dirigere il Globe, lo staff mi ha regalato un fenicottero rosa di peluche, che ho subito piazzato nel mio nuovo ufficio di Boston. Il reparto scenografie del film ha trovato una creatura simile e l’ha messa nell’ufficio di Liev. A quanto pare, però, quella macchia rosa shocking distraeva un po’ troppo, così hanno infilato il peluche dietro una scaffalatura. Lo spirito del fenicottero c’era nella stanza, ma non sullo schermo”.
Una delle cose più difficili, per Carter e la sua squadra, è stato dotare gli uffici di attrezzature informatiche appropriate per quel periodo. “Uno non pensa che si debba considerare ‘d’epoca’ un film ambientato appena 15 anni fa”, osserva lo scenografo. “Ma allora gli uffici erano molto diversi da quelli a cui siamo abituati oggi. Siamo stati molto attenti a tutti gli eventuali anacronismi che potevano esserci ed eliminarli dal set”.
Le tecnologie che oggi consideriamo obsolete nel 2001 erano super-avanzate. “Il Palm Pilot, per esempio, oggi non si vede più, ma era il dispositivo più usato dai giornalisti a quei tempi. E i monitor a schermo piatto erano relativamente nuovi per l’epoca, e quindi molto cari. Così, i membri ordinari della redazione del Globe usavano ancora i vecchi monitor CRT, a tubo catodico”.

Mentre girava gli esterni a Boston, nell’autunno del 2014, McCarthy aveva un solo obiettivo: “Volevamo restare il più possibile fedeli alla realtà”, spiega. “La creatrice dei costumi e delle pettinature, Wendy Chuck (Twilight, Nebraska), per esempio, è riuscita a riprodurre un look d’epoca adatto alla severa etica professionale di quei giornalisti, che non seguivano certo la moda”, osserva McCarthy.
Con il direttore della fotografia Masanobu Takayanagi (Il lato positivo – Silver Linings Playbook), McCarthy si è ispirato a registi come Sidney Lumet e Robert Altman per ottenere una qualità di luce grezza, non rifinita. “Abbiamo parecchi movimenti di camera perché seguiamo l’azione, ma non volevamo inquadrature troppo strette, volevamo spazio”, spiega McCarthy. “Ci siamo affidati alla sceneggiatura e agli attori, i veri punti di forza del film”.
L’essenzialità dell’estetica ha permesso a McCarthy di concentrarsi sugli elementi fondamentali. “Io e i miei collaboratori siamo rimasti concentrati sul lavoro dei giornalisti. È un film che non ha bisogno di abbellimenti: dev’essere diretto, deve raccontare una storia e deve farlo nel modo giusto.”
Ma soprattutto McCarthy voleva convincere i veri giudici dell’autenticità del film: i giornalisti del team Spotlight. “Abbiamo cercato di ricostruire non solo i fatti e i numeri, ma anche il clima emotivo della vicenda”, spiega McCarthy. “Volevamo che i veri protagonisti, vedendo il film, dicessero: ‘Sì, è andata proprio così’”.
Dopo aver visto un primo montaggio, i giornalisti rappresentati nel film hanno espresso un parere positivo. “Marty ci ha inviato un’email, sottolineando quanto fosse importante far capire alla gente che il tipo di giornalismo che si vede nel Caso Spotlight è un elemento chiave nella nostra società”, racconta McCarthy. “Una stampa libera tiene sotto controllo anche le istituzioni più potenti”.

Il caso Spotlight potrebbe essere visto come una specie di proseguimento di Tutti gli uomini del presidente. Quando il film sull’inchiesta di Woodward e Bernstein sul Watergate uscì nel 1976, Jason Robards vinse un Oscar per la sua interpretazione del direttore del Washington Post, Ben Bradlee, il padre del Ben Bradlee Jr. di Spotlight. Quel film ha anche incoraggiato una nuova generazione di giornalisti a indagare su istituzioni una volta considerate intoccabili. Oggi, nel 2015, Il caso Spotlight rende onore alle virtù del giornalismo investigativo in un periodo in cui molti temono che questo tipo di giornalismo “in forma lunga” sia stato definitivamente soppiantato dalle notizie a ciclo continuo, dal celebrity gossip e dal sensazionalismo di Internet.
Negli ultimi quindici anni, molti quotidiani hanno chiuso e giornalisti di grande esperienza hanno perso il lavoro, osserva la produttrice Nicole Rocklin. “Con i tagli di bilancio che ci sono stati, quale testata giornalistica avrà più le risorse economiche e professionali per condurre inchieste del genere? Se questi cronisti non avessero dedicato anni di lavoro ai fatti di Boston, quei fatti sarebbero mai venuti a galla? Insomma, fa paura l’idea che gruppi investigativi come quello del team Spotlight siano scomparsi dalle redazioni dei quotidiani di tutto il paese”.
“Il caso Spotlight offre uno splendido esempio dei risultati che possono ottenere dei giornalisti di razza”, aggiunge McCarthy. “Voglio ricordare al pubblico quanto sia fondamentale questo tipo di giornalismo, perché per me quei giornalisti sono dei veri eroi”.
A quasi 14 anni dalle sue scioccanti rivelazioni, l’inchiesta del Globe sugli abusi del clero continua ad avere una vasta eco in tutto il mondo e forti ripercussioni all’interno delle gerarchie ecclesiastiche. “Oggi la Chiesa pone grande attenzione ai temi affrontati nel nostro film, e buona parte dei cambiamenti in atto su quel fronte è riconducibile al lavoro del team Spotlight”, dichiara il produttore Michael Sugar.
Jonathan King di Participant Media aggiunge: “La squadra Spotlight del Boston Globe ha raccontato una storia che ha cambiato il mondo, e questo è esattamente lo spirito dell’impegno di Participant Media”. Per promuovere un ulteriore cambiamento, Participant Media ha creato un sito web, dove il pubblico può trovare informazioni per agire in prima persona. Per saperne di più: www.TakePart.com/Spotlight.