Cogan – killing them softly

locandina-cogan-killing-them-softlyGuardare film a casa Jean Jacques alle volte può essere molto difficile. A casa di madre, soprattutto. Perché da padre il lettore dvd si è rotto e quindi ci si arrangia come può, in quella di madre invece funziona tutto alla perfezione e ne approfitto quindi per fare incetta di film a noleggio nella biblioteca civica della mia città, che offre delle perle inaspettate. Però alle volte la questione può farsi difficile, come ho detto, perché far collimare i miei gusti (che sono un pochetto strambi, è risaputo) con quelli della genitrice penso possa essere un’aggiunta alle fatiche di Ercole. Pensavo di essere arrivato a un giusto compromesso con un film che ha Brad Pitt come protagonista, che nonostante io pensi che sia invecchiato malissimo per molte ha ancora il suo charme, ma a leggere che parla di killer e morti ammazzati dice che è una cosa troppo cupa per lei e quindi non ne ha voglia, meglio il concerto di Gianni Morandi e Claudio Baglioni sulla Rai. “Ma mamma, fidati che è figo, non è così violento come pensi e poi c’è il bellone di turno”. Ma no, lei non sembra proprio convinta, anche perché a Brad Pitt preferisce Javier Bardem ed è per via della sua presenza che ha retto fino alla fine di To the wonder. “Ah, ma lo sai che oltre a Pitt c’è anche Bardem? Fa un ruolo piccolino, però c’è, è per questo che non hanno messo il suo nome sulla locandina.” E fu così che Baglioni e Morandi dovettero aspettare…

Frankye e Russel, due sbandati, compiono una rapina a una bisca mafiosa gestita da Markie Tratman, già reo di aver fregato i suoi amici un tempo con una rapina falsa e sul quale cadranno i principali sospetti. Ad indagare sul tutto però viene chiamato Jackie Cogan, killer molto efficiente che non si fa problemi davanti a niente e a nessuno.

Questo è un po’ il film che non ti aspetti. Io pensavo di vedere una storia semplice, solida, violenta e un po’ sporca, come piacciono a me, e pur venendo in parte accontentato mi sono trovato davanti una pellicola che ha stravolto le mie aspettative. Pur offrendomi una storia semplice, solida, violenta e un po’ sporca, proprio come piacciono a me. Non ho letto il romanzo di Geroge V. Higgins da cui è tratto (anzi, credo che in Italia non sia manco uscito) però a livello visivo questo film prende una posizione molto specifica fin dall’emblematica sequenza iniziale, con quel gioco di montaggio e sonoro abbastanza disturbante che ti fa capire che quello che andrai a vedere non sarà un film di gangster qualunque. Killing them soflty (noi italiani ci abbiamo aggiunto Cogan, quando effettivamente non è che lui sia il protagonista) non è una semplice storia di criminali o derelitti, tipo i bei Mud e Joe, perché l’intento del regista Andrew Dominik, che aveva in minima parte decostruito il western col suo bellissimo L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, non è tanto quello di parlare di sparatorie e vendette, ma di offrire un impietoso ritratto dell’America e della sua politica. E lo si capisce già con quell’inizio, dove vengono fatti sentire stralci dei discorsi di tutti i politicanti che si sono succeduti negli ultimi anni, caratteristica che viene mantenuta per gran parte della durata del film. Possiamo dire che questo è un film di gente che parla e quando non sono i diretti protagonisti a farlo, lo fanno i politici alla televisione e alla radio. Nonostante tutto, e qui sta il merito più grande, il film non prende una posizione precisa, non fa favoritismi a repubblicani o democratici, ma li dipinge tutti come un gran manipolo di ladri, non molto diversi dalla banda di mafiosi e debosciati che sono i protagonisti di questa storia. Questi alla fine vengono visti perlopiù, a parte le dovute eccezioni, come delle vittime di un sistema che ha impedito loro di farsi una vita, e ci vengono offerte anche delle parentesi di approfondimento dove vediamo che nessuno di loro ha mai avuto modo di vincere veramente nella vita. L’unico che rimane isolato da questa caratteristica è proprio Cogan, il killer apparentemente invincibile e senza nessun sentimento, quando alla fine è semplicemente uno che se ne frega altamente di tutto e ci tiene a fare il suo lavoro. Dei losers fatti e finiti, senza nessuna eccezione, che si muovono in un mondo in tracollo economico, dove pure l’economia mafiosa risente di quella esterna. Tutto si mantiene su un tono cinico e irriverente, offrendo dei dialoghi bellissimi che a tratti strappano anche più di una risata, ma è anche nella regia del neozelandese Dominik che sta il vero fiore all’occhiello. Oltre alla semplice ma bellissima scena iniziale, tutto il film mantiene un ritmo molto frizzante e che non concede attimi di respiro nonostante succeda poco o nulla, complice anche la breve durata, lasciando il posto a degli attori più in forma che mai – fra cui anche il compianto James Gandolfini, uno dei personaggi più memorabili. Alla fine fra presidenti e mafiosi non sembrano esserci molte differenze, tutti comandano a loro volta e i primi tengono i fili di un mondo che hanno contribuito a ingrigire in maniera inguaribile, dove solo il disinteresse mostrato da Cogan è l’unico modo per uscirne vivi. Si muore di solitudine, perlopiù, perché tutti sono smarriti e pur incrociandosi spesso finiscono per perdersi irrimediabilmente. Il sogno americano è stato sempre una bufala, perché anche se la notte persiste a durare è tempo di svegliarsi.

Alla fine mia madre, una volta capito che quella su Bardem era una balla, è andata a dormire col nervoso. Poi io mi metto a curiosare su internet e scopro che proprio lui inizialmente era stato considerato per il ruolo di Pitt. Coincidenze?… io non credo.

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