Intervista con il regista di Un medico di Campagna, Thomas Lilti

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Perché, dopo aver diretto HIPPOCRATE, ha avuto voglia di raccontare la storia di un medico di campagna?

Prima di dedicarmi al cinema, facevo il medico. Grazie alla mia professione ho avuto modo di fare delle sostituzioni in ambiente rurale. Quegli anni durante i quali, da giovane interno, sono stato chiamato a fare le veci di medici di grande esperienza che esercitavano in campagna, mi hanno molto aiutato a crescere. Una volta diventato regista, mi è naturalmente venuta voglia di trasformare tutto il materiale che avevo immagazzinato in precedenza in un film. Dal punto di vista di uno sceneggiatore, la figura del medico di campagna è in assoluto tra le più romanzesche.

Non ha timore di relegarsi in quella che potrebbe apparire come una vera e propria specializzazione cinematografica, scegliendo di trattare ancora una volta l’universo della sanità?

L’unico vero punto in comune tra i miei due film è il rapporto con la professione. HIPPOCRATE è in primo luogo un film d’iniziazione, più o meno autobiografico, che racconta l’ambiente ospedaliero e conduce lo spettatore dietro le quinte di quella società in miniatura che è un ospedale. Nulla di tutto questo è presente in IL MEDICO DI CAMPAGNA. Qui il protagonista è un medico generico di grande esperienza e ho voluto più che altro descrivere la pratica medica, l’esercizio della medicina.

Il medico di campagna è un autentico eroe popolare, la gente lo ama… E la sua particolarità è di appartenere a una specie in via d’estinzione.

Bisogna impedire che la desertificazione della sanità guadagni terreno e adottare tutte le misure necessarie per evitare che questo tipo di medici scompaia. Per me si tratta di un presupposto sociale tra i più importanti e ho scelto di inserire questa problematica nel centro del film. A causa dell’abbandono delle campagne, è una professionalità che purtroppo tende a scomparire. Di conseguenza, il medico di campagna è più che mai percepito come un eroe positivo. Incarna un ruolo sociale tra i più importanti, è colui che assicura la comunicazione tra le generazioni e lotta contro l’isolamento e la solitudine dei suoi pazienti. Quello che mi stava a cuore facendo questo film era rendere omaggio a un mestiere di cui ho compreso a fondo l’importanza quando da giovane medico facevo delle sostituzioni in Normandia o nelle Cevenne. In quelle occasioni ho avuto modo di frequentare donne e uomini eccezionali

Per incarnare questo eroe popolare ha scritturato un attore molto popolare, François Cluzet. Sta in questo la ragione della sua scelta?

Non c’è niente di più insignificante di proporre il ruolo principale di un film a un attore molto popolare! Mi sembrava coerente e naturale chiedere a François Cluzet, che è molto amato dal pubblico, di interpretare il ruolo di un medico di campagna.

Ha scritto la sceneggiatura pensando a lui?

Mi capita di rado di scrivere pensando agli attori che reciteranno le parti, ma ho in mente un’immagine abbastanza precisa dei personaggi. Nel momento in cui la sceneggiatura si precisa, iniziano ad apparirmi dei volti. E così, molto rapidamente, François è diventato per me una priorità. Vedevo una precisa correlazione tra lui e l’immagine che si costruiva nella mia mente, frutto di un incrocio tra la mia fantasia e i medici che ho realmente conosciuto.

Come ha lavorato con lui per riuscire a ottenere una tale giustezza nei gesti, nel modo di avvicinare il paziente, di ascoltarlo?

François Cluzet si è dedicato molto alla preparazione del film, esattamente come Marianne Denicourt. Peraltro, su proposta di François, abbiamo deciso di sperimentare due metodi piuttosto singolari. Il primo consisteva nel togliere ogni forma di punteggiatura dal copione! In alcune circostanze è stato difficile per i tecnici riuscire a seguire il testo, ma quest’operazione ha avuto il merito di azzerare tutte le intenzioni della sceneggiatura e di conseguenza di far sentire più liberi gli attori. Non c’era più nulla di fisso. Il secondo è stato di organizzare delle letture con tutti gli attori del film, senza alcuna eccezione. Penso che queste letture collettive abbiano contribuito a rafforzare la coesione della squadra e a creare tra noi un’autentica atmosfera da paese.

François Cluzet e Marianne Denicourt hanno trascorso del tempo con un vero medico di campagna?

François non ne ha sentito l’esigenza, contrariamente a Marianne che invece lo ha fatto. Ha incontrato dei medici generici che poi ha seguito nel corso delle loro visite e ha raccolto le loro testimonianze. Penso che i momenti trascorsi con loro siano stati per lei una grande fonte di ispirazione. So anche che Marianne e François hanno letto molto dell’argomento. Ci siamo anche scambiati dei documentari, dei libri di fotografie, degli articoli di giornali, tutta una serie di documenti che ci hanno aiutato a costruire una linguaggio in comune.

Tutti i personaggi che vediamo sullo schermo, compresi i pazienti, sono attori professionisti?

Sì, tutti tranne uno: l’agricoltore che vediamo all’inizio del film e al quale François Cluzet pratica una fasciatura. È il proprietario della fattoria dove abbiamo girato. È una piccola scena improvvisata che alla fine abbiamo deciso di tenere nel montaggio del film.

Sono attori anche i personaggi che hanno una disabilità mentale?

Nel gruppo dei giovani affetti da un deficit intellettivo, le comparse non sono attori. Tuttavia, Yohann Goetzman, il giovane autistico che vive in un centro specializzato, aveva già recitato ruoli di commedia in film che aveva lui stesso realizzato. E dal momento che gli capita di esibirsi su un palcoscenico e di suonare in un gruppo musicale, possiamo quindi dire che aveva già un legame con le professioni artistiche e un po’ di pratica con le immagini.

Perché ha voluto inserire nel suo film delle persone che hanno una menomazione mentale?

Molte persone che soffrono di un handicap intellettivo, compresi diversi giovani, vivono in zone rurali. E spesso sono i medici generici, che non sempre hanno la formazione necessaria, ad occuparsi di loro. Inoltre, non avrei mai potuto immaginare di ricorrere a un attore professionista per interpretare un disabile e per di più Yohann aveva voglia di partecipare al film. Si è impossessato del suo ruolo esattamente come avrebbe fatto qualunque altro attore.

Nel film, il medico di campagna appare come una sorta di tuttofare, un uomo che cura le persone, ma al tempo stesso accoglie le loro confidenze e prodiga consigli…

Essere al tempo stesso un sanitario e un confidente in effetti fa parte della natura specifica del medico di campagna. Un’altra sua caratteristica è la scarsità numerica della categoria e di conseguenza un sovraccarico di lavoro che rende la maggior parte di questi medici spossata, tanto più che hanno sempre meno spesso la possibilità di essere sostituiti o affiancati.

Jean-Pierre Werner si trova in una situazione estrema. Scopriamo quasi subito che è malato e che lungo tutto il film vivrà in una sorta di corsa contro la malattia.

La figura di un medico ammalato mi piaceva. Mi permetteva di accedere alla dimensione sentimentale che cercavo. Grazie a questo espediente, il mio personaggio poteva vivere un’avventura singolare. Inoltre il fatto che sia un medico malato mi permetteva di affrontare la problematica dei “deserti della sanità” nelle campagne e di trattare la questione non in modo frontale, ma girandoci un po’ attorno al fine di approfondire anche il tema fondamentale della trasmissione. La malattia lo costringe a farsi assistere. Gli viene imposta una sostituta ed è a questa dottoressa che dovrà tramandare tutta la sua conoscenza.

È per l’appunto il medico dell’ospedale che lo ha preso in cura per il tumore che, di sua spontanea volontà, propone a Nathalie di andare ad aiutarlo, di andare ad affiancarlo…

La sua iniziativa è dettata da varie ragioni. All’inizio, Nathalie, la dottoressa interpretata da Marianne Denicourt, non possiede le competenze necessarie per esercitare la professione medica in campagna. Mandandola ad aiutare il dottor Werner, il medico ospedaliero sa perfettamente con chi la sua collega avrà a che fare: con una testa dura! Con uno di quei medici di grandissima esperienza che non amano molto che altri decidano al loro posto. Del resto, Werner non è propriamente felice di vederla arrivare.

In un primo tempo, si lascia persino andare nel sottoporla ad una serie di angherie…

La mette alla prova. È un uomo che vive solo da molto tempo. Non ha la minima voglia di vederla sconfinare nel suo territorio. E in più è malato e non vuole che si sappia in giro. Ecco perché per lui questa donna rappresenta subito un pericolo. Ma il rito di iniziazione non dura a lungo: presto si rende conto che Nathalie possiede una serie di competenze e prende coscienza del fatto che potrebbe arrivare ad aver bisogno di lei. Per non parlare della dimensione altruistica della personalità di Werner: ama tramandare il suo sapere.

Fin dal loro primo incontro, ci domandiamo di che natura è il turbamento che scaturisce dal rapporto tra questi due medici…

È la ragione per la quale volevo che questo personaggio femminile non fosse una ragazzina, ma una donna con un suo vissuto alla vigilia di una svolta nella sua vita.

Questo profilo così singolare è stata una precisa scelta iniziale nella sceneggiatura o è nato dal suo desiderio di scritturare Marianne Denicourt per questo ruolo?

Un po’ entrambe le cose. Chiaramente, dopo HIPPOCRATE, non volevo rifare un altro film di formazione. Avevo quindi voglia che il personaggio della dottoressa fosse una donna forte delle sue esperienze di vita e impegnata a misurarsi in una importante svolta professionale. Mi piacciono gli uomini e le donne che osano ripartire in un’altra direzione, ricominciare da zero. Dopo essere stata infermiera, Nathalie ha deciso di riprendere gli studi mossa dal desiderio di esercitare la professione medica in campagna, in controtendenza rispetto a quanto avviene oggi tra i giovani medici che non vogliono nel modo più assoluto stabilirsi nelle zone rurali. Inoltre, ha il suo bagaglio di conoscenze, ha acquisito delle tecniche che Werner non possiede o ha perduto. Con il passare del tempo, Werner prende coscienza del fatto che sono complementari e che ha bisogno di lei.

Ci sono diversi livelli cinematografici nel suo film: un livello realista, quasi naturalista, e poi un aspetto quasi documentaristico. E il tutto è intessuto in una trama molto romanzesca…

Avevo la sensazione che ci fosse un bisogno urgente di evidenziare le «carenze» del servizio sanitario pubblico nel suo attuale meccanismo di funzionamento, ma al tempo stesso continuavo ad avere il desiderio di raccontare una storia, di portare uno sguardo che fosse documentato, onesto e preciso. Non cerco né di fare film a tesi né di fare film intimisti, ma piuttosto di mescolare i due generi. Probabilmente in me c’è anche la volontà di far rivivere la dimensione politica e sociale tipica dei film degli anni ’70-’80 che oggi mi sembra manchi nel cinema popolare francese. In fondo, mi piace raccontare delle storie sentimentali collocandole all’interno di un universo documentato e realista. Ed è esattamente il confronto tra questi due elementi che mi fornisce la materia e l’ispirazione per fare dei film.

IL MEDICO DI CAMPAGNA è un film che ha un ancoraggio sociale, sociologico e geografico molto forte. Per contro, l’aggancio politico sembra essere stato messo da parte…

Non ritengo di aver completamente eliminato questo aspetto dalle situazioni, anche se lo tratto solo con qualche accenno. Secondo me, IL MEDICO DI CAMPAGNA è anche un film politico o, quanto meno, un film impegnato. Per esempio, in merito al problema della desertificazione dei medici e delle case di cura, che è un vasto tema politico di grande attualità legato all’assistenza sanitaria nelle campagne, esprimo il mio parere nel corso di una scena…

Così come nel film ci parla anche del concetto di eguaglianza nell’accesso alle cure e del diritto di morire a casa propria…

Esattamente. Anche la problematica del diritto di morire a casa propria è presente nel film. La possibilità di organizzare un protocollo di cure domiciliari nelle zone rurali dipende anche da una scelta politica ben precisa.

Il dottor Werner regala a Nathalie una copia dei Racconti di un giovane medico di Michail Bulgakov. Una citazione sicuramente voluta. Quali altre opere l’hanno ispirata per la scrittura di questo film?

In effetti, amo immensamente quel romanzo di formazione. Anche il libro di John Berger A Fortunate Man: The Story of a Country Doctor è stato per me fonte di grande ispirazione. È stata Marianne Denicourt a darmelo da leggere. Inoltre c’è anche un altro libro di fotografie che ha ispirato moltissimo sia me sia il mio direttore della fotografia: si tratta di Médecin de campagne di Denis Bourges (Les Édition de Juillet). Nella prefazione che ha scritto per quest’opera, Martin Winckler fa queste osservazioni: «Fare il medico di campagna significa mettere radici, anche quando si è cresciuti in città e si è viaggiato molto. Si finisce con l’adottare un ritmo di vita, una parlata, degli usi e dei costumi. Non si è più soltanto colui che cura le malattie e raccoglie le confidenze delle preoccupazioni, si diventa anche il testimone dei cambiamenti del paesaggio, degli avvenimenti nel villaggio, delle partenze e degli arrivi. Si entra a far parte della contrada, della comunità. Si comincia ad appartenere». È anche di questo che parla il mio film.

 

FILMOGRAFIA

 

REGIA

2016  IL MEDICO DI CAMPAGNA

2014  HIPPOCRATE

2008  LES YEUX BANDÉS

 

SCENEGGIATURA

2016  IL MEDICO DI CAMPAGNA

2014  HIPPOCRATE

2012  MARIAGE À MENDOZA

2011  TÉLÉ GAUCHO

2008  LES YEUX BANDÉS

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