Quattro chiacchiere con Dany Boon

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Possiamo dire che in linea di massima questo film non faceva parte dei suoi progetti come attore e che si è in qualche modo imposto alla sua attenzione?

Effettivamente non era affatto previsto che io recitassi in UN TIRCHIO QUASI PERFETTO… Avevo letto una prima versione della sceneggiatura basata sulla formidabile intuizione dell’autore, che però secondo me non era del tutto compiuta e mancava un po’ di profondità. In seguito, Fred Cavayé ha rielaborato il soggetto, mi ha mandato la nuova versione che mi è piaciuta moltissimo, al punto che mi sono detto «non posso non farlo»! Non è stato semplice, perché avevo in corso una serie di altri lavori, in particolare il mio film RAID DINGUE, ma ho fatto in modo che ciascun progetto trovasse la sua giusta collocazione…

Il fatto che Fred Cavayé sia, a mio parere scioccamente, etichettato come «regista di thriller» ha rappresentato un freno per lei? Si è posto la domanda se sarebbe riuscito a passare da quel genere alla commedia?

Condivido il suo dire «scioccamente» dal momento che neanch’io ho l’abitudine di collocare le persone in categorie dalle quali si presume non possano liberarsi. Quando ho annunciato che avrei lavorato con Fred mi hanno fatto questo tipo di riflessione… In realtà io penso che Fred non sia né un regista di thriller, né un regista di commedie: è un regista punto e basta! Non esistono incompatibilità tra generi diversi: si tratta degli stessi tecnici, delle stesse troupe che molto semplicemente fanno dei film. Mi ero fatto l’idea che Fred fosse un grande regista e ne ho avuto la conferma fin dal lavoro di preparazione del film, quando abbiamo parlato della sceneggiatura, dei personaggi e della sua visione della storia. Sapevo anche che i suoi primi cortometraggi avevano più che altro un tono da commedia e dunque non c’era alcun timore né alcuna ansia da parte mia in merito alla sua capacità di fare un buon film. E nemmeno lui aveva alcuna ansia nei miei confronti, sicuro che sarei stato il suo attore e che non mi sarei immischiato nelle sue scelte in merito alla posizione della macchina da presa. Dal momento in cui un regista ha una sua personalità e un suo obiettivo, io lo seguo. Anche se gli capita di sbagliare non è grave: abbiamo tutti accettato di far parte del suo progetto e navighiamo tutti insieme! Aggiungo che nel privato Fred è un uomo estremamente spiritoso, con una bella energia positiva…

Peraltro, tutto sommato, UN TIRCHIO QUASI PERFETTO non è semplicemente una commedia. Senza rivelare nulla della seconda parte del film, il racconto ci conduce in un territorio più complesso e più toccante…

È questo che mi è piaciuto molto nella sceneggiatura rielaborata da Fred: la dimensione umana del racconto e l’emozione che ne scaturisce. Per me, una commedia riuscita è un film in cui si ride, ma anche in cui ci si commuove. Il progetto aveva questo respiro: una riflessione sull’umanità del personaggio di François Gautier, sulla sua tirchieria, ma anche sulla società che lo circonda e sul modo in cui ciascuno di noi percepisce gli altri… Che cos’è la generosità? Perché e come donare? Sono tutti aspetti che durante la lettura mi avevano commosso e vedendo il film concluso sono rimasto turbato dalla seconda parte, di cui effettivamente non bisogna dire niente!

In effetti va ben oltre l’emozione: in certi momenti François Gautier è piuttosto cupo, quasi inquietante…

Sì, a volte è rude, ma in questo senso è l’immagine specchiata della vita ed è per questo che il film è vicino a quello che vivono le persone che vanno a vederlo. UN TIRCHIO QUASI PERFETTO è costruito con la stessa struttura di un bel racconto: all’interno, tra le righe, c’è sempre un fondo drammatico piuttosto consistente… Trovo che sia un tipo di energia che giova molto a una commedia.

E questo si riflette anche nell’estetica del film, negli ambienti, nelle luci…

Sì, sono elementi che sono a servizio della narrazione. Prima parlavo di paure: ebbene, la scelta dell’arredamento della casa del mio personaggio era una. Dal momento che è tirchio, utilizza solo la luce del giorno o quella dei lampioni della strada. Dal momento che è tirchio, l’arredamento della sua casa non è cambiato di una virgola dalla morte dei suoi genitori. I produttori avevano qualche timore per questo aspetto cupo, partendo dal principio che una commedia in generale è molto colorata… Io invece ho subito trovato che fosse funzionale al film e che mi offrisse una specie di scrigno di recitazione molto confortevole… Ci tengo a sottolineare lo straordinario lavoro di Laurent Dailland, il direttore della fotografia di UN TIRCHIO QUASI PERFETTO, che in modo molto puntuale ha saputo fondere alla perfezione la sua tecnica con quella dell’universo di Fred Cavayé…

Un cospicuo risparmio sul budget della produzione è merito dei suoi costumi, dal momento che passa la quasi totalità del film indossando la stessa maglia a collo alto e lo stesso completo di tweed!

Dimentica la mia magnifica maglietta «Vivagel bien sûr»! [slogan pubblicitario di una marca di surgelati] Quando, alle prove costumi, Fred mi ha detto che era inutile che cercassi un vestito diverso dal famoso completo che a suo pare era perfetto, gli ho chiesto se era proprio sicuro, sapendo che avrei dovuto portarlo per tre mesi! In fin dei conti, aveva ragione lui: è un vero costume, una seconda pelle. Si intona benissimo con tutto il resto e con la tirchieria del personaggio, con la sua visione della vita, delle persone, delle cose. Il collo alto della maglia impedisce a François Gautier di prendere freddo e quindi di spendere soldi per acquistare le medicine!

Una parola sulla professione del suo personaggio: è un violinista. Ha dovuto imparare i rudimenti di questo strumento musicale così complesso?

Sì, assolutamente: la posizione delle dita, il modo di tenerlo, il modo di accordarlo… Ho avuto un’insegnante fantastica nella persona di Sarah Nemtanu, primo violino dell’Orchestra Nazionale di Francia, che è riuscita a farmi suonare! Volevo a tutti i costi essere in grado di tirar fuori delle note dallo strumento e non soltanto fare finta di suonarlo passando l’archetto sulle corde. Era importante per me poiché il talento di violinista di Gautier è uno degli elementi che salva il personaggio: si comporta come un fetente nella vita, ma possiede questo dono da virtuoso, malgrado il fatto che la sua tirchieria gli abbia probabilmente impedito di diventare un grandissimo artista. Per questo volevo essere credibile. Il saper suonare la chitarra mi ha aiutato, se non altro ad evitare di avere le piaghe sulle dita in capo a una settimana. Eppure il solo fatto di imparare i rudimenti del violino mi ha richiesto molto lavoro e ha spaccato i timpani di tutta la mia famiglia! Ma mi è venuta la fissazione e ancora oggi continuo a prendere lezioni di violino.

Torniamo a Fred Cavayé: al di là del suo desiderio iniziale di lavorare con lui, in che modo l’ha osservato durante le riprese, visto che lei stesso è regista?

Mi piace quando un regista mi mostra di sapere dove vuole andare e dove vuole condurmi… Non solo Fred ha chiaro in mente dove vuole arrivare, ma in più ti trascina nel suo percorso con una straordinaria energia. Di fatto ha un unico difetto: è bretone e in quanto ch’ti trovo che se ne vanti un po’ troppo! Battute a parte, abbiamo fatto numerose letture della sceneggiatura insieme e quella fase di lavoro ha cementato la nostra complicità ancor prima di arrivare sul set. Per esempio, quando si è trattato di scegliere l’attrice che avrebbe interpretato mia figlia, mi è venuto naturale di proporgli di partecipare ai provini dando la battuta alle colleghe. Purtroppo, di solito, si selezionano separatamente gli attori e quando si arriva sul set non sempre gli accoppiamenti funzionano…

Ed è stata Noémie Schmidt ad imporsi per il ruolo di Laura…

Sì, tutte le candidate erano fantastiche, ma lei spiccava sulle altre. Nelle scene di emozioni la trovo sconvolgente. È un’attrice incredibile, molto matura per la sua età, con una autentica anima da attrice. E possiede anche un’altra qualità: è svizzera, come mia moglie!

A questo proposito, passiamo a parlare di colei che interpreta la sua fidanzata in UN TIRCHIO QUASI PERFETTO, Laurence Arné…

Per citare ancora una volta mia moglie, è stata Yaël a parlarmi di Laurence, essendo una grande fan delle “pillole” che Laurence realizza per Canal+. È stata lei a farmela conoscere. Ci eravamo incontrati al festival dell’Alpe d’Huez e quando Fred mi ha parlato di lei per il personaggio di Valérie, ero ovviamente molto entusiasta. Quello di Valérie è un bel ruolo: mi piace il suo piccolo lato naïf che genera un discreto numero di situazioni comiche. Intuiamo subito che deve aver avuto una serie di relazioni sentimentali andate storte perché ha sempre scelto gli uomini sbagliati. E persiste nell’errore innamorandosi di me! Valérie vede in François il virtuoso del violino e probabilmente percepisce in lui una sofferenza e un’umanità molto ben nascoste…

In UN TIRCHIO QUASI PERFETTO c’è anche un elemento che rimanda ai film che ha lei stesso diretto: la cura apportata alla scelta dei personaggi secondari. Fred Cavayé ha non solo scelto dei bravi attori, ha anche saputo trovare dei volti e delle personalità particolari…

È vero che nel tratteggiare quei caratteri, dal mio banchiere alla mia ex-moglie, passando per tutti i miei vicini di casa, Fred ha condotto un autentico e splendido lavoro di fondo. Direi che nel film non esistono piccoli ruoli: tutti i personaggi sono importanti poiché contribuiscono alla qualità del racconto facendolo evolvere dalla commedia all’emozione. Per riuscire a fare questo era necessario che il cast fosse veramente realistico. Peraltro, preciso che ho reclutato uno degli attori di UN TIRCHIO QUASI PERFETTO, Jacques Marchand che interpreta il vicino anziano, per il mio film RAID DINGUE, dove gli ho assegnato il ruolo di un prefetto in pensione.

Per RAID DINGUE è tornato dietro e davanti alla macchina da presa. Qual è stato il suo sguardo nei confronti di UN TIRCHIO QUASI PERFETTO in cui ha «soltanto» recitato?

La prima volta che ho visto il film, non era ancora completato: mancavano il bilanciamento del colore e il missaggio eppure sono rimasto incantato dall’umorismo e dalle emozioni della storia. In tutta sincerità, mi sono raramente visto così in un film… Il mio personaggio è molto bello, Fred mi ha diretto benissimo e ha timonato in modo ineccepibile la sua imbarcazione, per citare ancora una volta le sue radici bretoni. Dal momento che ho girato questo film durante la fase di preparazione del mio, sono stato costretto a lavorare parecchio negli ultimi mesi, ma sono molto soddisfatto del risultato. Fred mi ha offerto un ruolo raro, rendendomi un servizio migliore di quello che offro io a me stesso nei miei film! Mi fa ridere e mi commuove quando mi dice: «Non vedo l’ora di essere in sala per sentire la gente ridere. Non sono abituato!» Sono felice innanzitutto per lui perché so che ascolterà tantissime risate!

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