Intervista a Giovanni Mazzarino, grandissimo pianista

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Perché Piani Paralleli?
Piani Paralleli è un progetto multimediale: un Film concerto, un album musicale, che verrà presentato ufficialmente il 7 Aprile in concomitanza con la proiezione del film nelle sale cinematografiche italiane. Sono i due lati della stessa medaglia: l’Arte della musica live e il cinema costituiscono un progetto unitario, una proposta assolutamente unica oggi in Italia non soltanto per avvicinare il pubblico alla musica colta, ma anche per fargli scoprire come si costruisce un progetto artistico, in che modo si registra un disco. I parallelismi citati nel titolo sono molti: film e cd creati in parallelo; i piani intesi come pianoforte; i piani-sequenza del cinema; i piani della vita, ossia le mie diverse fasi creative, ed infine il concetto di parallelismo in musica, a cui io sono molto legato.

Parallelismo in musica… ce lo spieghi meglio
La musica è una creatura della Natura e non può essere prigioniera di un genere o di uno stile; semmai le estetiche possono essere diverse, poiché esse stesse immagine speculare dei tempi e dei luoghi in cui l’attività artistica viene creata, pensata, prodotta. La musica è una sola, i suoi meccanismi, le logiche, le fraseologiche di base restano identiche.  Con questo titolo, Piani Paralleli, ho voluto sintetizzare il concetto del parallelismo in musica come esplorazione delle dimensioni musicali, in senso non euclideo (ossia piani che non si incontrano), ma di coesistenza di queste realtà su piani che occupano contemporaneamente lo “spazio musicale” in più dimensioni.
L’Artista, il Musicista, il Compositore vive all’interno di questo spazio musicale, elaborando una serie infinita di combinazioni musicali, ritmiche, melodiche. In musica non si inventa, si scopre! Si scoprono le diverse forme, i diversi piani, le diverse dimensioni che insieme costituiscono le fondamenta della Musica.
Piani Paralleli è la summa delle mie esplorazioni musicali dopo tanti anni di viaggi sonori: dal barocco al  romanticismo, da Bach al Be Bop, dal Musical di Broadway alla musica sudamericana d’autore, dalla musica folk e popolare del Mediterraneo alla musica contemporanea, dai Beatles a Domenico Modugno, dai Pink Floyd all’Opera Lirica… Sento spesso colleghi musicisti che parlano di “noi classici” e “voi jazzisti”, ma io credo che, se fossero vivi tra noi i Grandi Compositori del passato, essi stessi si ribellerebbero a queste gratuite distinzioni. In questo ultimo mio lavoro convivono tante estetiche. I musicisti che conoscono la musica nella sua complessità e nella sua ricchezza, non possono non affermare che la Musica è una sola.

Ci racconti la genesi del progetto. Come è nata la collaborazione con il regista Gianni Di Capua?
La mia etichetta discografica, la Jazzy Records, pensava da tempo a un progetto speciale per festeggiare il mio doppio compleanno: 50 anni di età e 30 di carriera. Registro tutti i miei album in provincia di Udine da Artesuono, lo studio di uno dei Sound Engeneer che il mondo ci invidia: Stefano Amerio. Lì c’è un magnifico pianoforte Fazioli sul quale ho creato negli anni tantissima musica;  confrontandomi con il mio “alter ego artistico” Valentina Gramazio, ha preso progressivamente corpo l’idea di registrare un disco live proprio là dove i pianoforti Fazioli vengono costruiti, all’interno della Concert Hall annessa alla fabbrica che si trova a Sacile in provincia di Pordenone. Ho subito immaginato una sorta di viaggio nella sorgente del suono, del “mio suono”, quello che caratterizza tutte le mie ultime produzioni discografiche. L’Ingegner Paolo Fazioli ha accolto con entusiasmo la proposta e abbiamo quindi incominciato a definire i dettagli, ma soprattutto a finalizzare i nuovi brani della Suite che stavo scrivendo per l’occasione. Il progetto assumeva sempre più un’identità Friulana: Fazioli, Artesuono… Così come proprio in Friuli Venezia Giulia  ho conosciuto Gianni Di Capua, in occasione di un workshop su musica e imprenditoria che tenni al DAMS di Gorizia.  Insieme a lui, i quei giorni, prese corpo l’idea di raccontare attraverso il cinema questa grande avventura musicale che stavamo per intraprendere. Il sostegno della Film Commission del Friuli Venezia Giulia ha suggellato la “friulanità” di questo progetto, che ha messo a fattore comune molte delle eccellenze di questa bellissima e accogliente terra, piena di risorse da scoprire.

In questo viaggio ha portato con sé compagni di un certo valore… Con quale criterio li ha scelti?
“Piani paralleli” è sostanzialmente una suite per pianoforte e orchestra, con l’ausilio del basso, batteria e tromba. Tutta la musica è originale, composta appositamente per questo progetto. Ho coinvolto musicisti compatibili con la mia idea musicale, come faccio sempre: compatibilità umana e musicale. Tutte persone “naturalmente normali”… che cosa intendo con questa strana definizione? Intendo persone attente al dettaglio, profondi conoscitori della musica. “Normali” significa essere opportuni quando si suona, con la possibilità di essere duttili e paralleli. Ahimè  sono in pochi.  Per potermi esprimere al meglio, come uomo e come musicista,  cerco affinità, cerco la consonanza, non la dissonanza.

Steve Swallow e Adam Nussbaum: due colossi del Jazz…
Con Steve Swallow e Adam Nussbaum la collaborazione era già di lungo corso, suoniamo insieme dal 2001 con la nostra formazione “Jazz in Trio”, abbiamo fatto tanti tour internazionali, ci incontriamo annualmente per suonare, e per incidere. Di certo Swallow e Nussbaum sono i musicisti ideali  per fare vivere questa musica del mio progetto discografico.  Steve è intelligenza carismatica a 360°. Parlo di intelligenza musicale e di vita. Steve è savoir faire, è calma, è forma, è passione… il tutto filtrato dal raziocinio allo stato puro. È uno dei miei compositori preferiti in assoluto, recentemente ho anche inciso una suite riarrangiando diverse sue composizioni.
Adam Nussbaum è un Maestro della percussione, ma direi più in generale della musica: rappresenta per me colui che consente agli altri di poter suonare esprimendosi al meglio, è un grande “valorizzatore”, un musicista che sa ascoltare, che sa mettersi a servizio  non perdendo di vista il suo ruolo da protagonista. Un protagonismo non invasivo, né autoreferenziale, ma al contrario una presenza che assicura solidità musicale e caratteriale… ciò che occorre quando si desidera fare musica con grande qualità, semplicità, impatto e creatività.

Ci sono poi Fabrizio Bosso e Paolo Silvestri.
Conosco Fabrizio Bosso da 25 anni, per un lungo periodo ha fatto parte del mio quintetto e in genere  abbiamo sempre collaborato in altre progettualità.  Come trombettista è  “primus inter pares”,  un musicista che sa costruire bellezza con le sue frasi ricche di pathhos  e con il suo saper essere opportuno nel momento.
Paolo Silvestri è invece un incontro più recente, anche se conoscevo la sua attività di arrangiatore e direttore d’orchestra. Gli ho affidato la mia musica con fiducia perché ero perfettamente convinto che il suo e il mio pensiero musicale sarebbero stati coincidenti. I suoi arrangiamenti hanno ben intercettato il senso melodico dell’opera, ampliandone ulteriormente la cantabilità.  Ha diretto l’orchestra in maniera magistrale. L’Accademia d’Archi Arrigoni, preparata e coordinata dal violista Domenico Mason, è un’altra bellissima realtà friulana, un ensemble di grande valore, con molti musicisti anche giovanissimi, capace di entrare nel progetto con immediatezza e professionalità. L’Arte non è  qualcosa che esiste a prescindere, l’arte si immagina, si progetta, si costruisce con il lavoro,  ma soprattutto si cesella… stando attenti ai dettagli.

In che cosa questo film-concerto è diverso da altri film realizzati sul Jazz?
Innanzitutto in questo film non sono altri a parlare di me, ma sono io che  parlo di me stesso. Desidero raccontarmi e fuggo dall’idea che altri dicano davanti a una telecamera delle cose di me, seppur belle… Ritengo che il livello sia veramente elevato nella ripresa, nel gusto per l’immagine, nella  raffinatezza e attenzione nel montaggio e nel racconto. Di rilievo la scelta del regista  di portare in scena tre telecamere disposte intorno all’orchestra, con riprese circolari di grande suggestione… lo spettatore è lì, dentro l’orchestra, accanto a me e agli altri musicisti… vive con noi la performance. È un modo unico e speciale di godere la musica al cinema, più coinvolgente e assolutamente spettacolare. Quella di Piani Parallei è una musica fortemente visionaria, narrativa, che vuole suggerire delle immagini, raccontare delle storie  e Gianni Di Capua è un regista-musicologo di lunghissima esperienza che ha saputo valorizzare la musica, la vera protagonista di quest’opera.

Registrare un disco live e, nel contempo, farsi riprendere dal una troupe cinematografica, una situazione non certo usuale o “confortevole” per un musicista… come ha gestito la situazione?
In modo assolutamente normale: ero contento, rilassato e a mio agio… una sorta di situazione da “reality” in cui chi viene ripreso dalle telecamere H24 si dimentica di esserlo. Anche gli altri musicisti non hanno “sofferto” questa presenza; eravamo tutti molto concentrati sulla musica da suonare e registrare. Realizzare un disco live in pochi giorni non è cosa da poco… e nemmeno un girare un film!  È stata un’esperienza avvincente. Merito soprattutto di Gianni Di Capua, una persona colta e sensibile che pone queste qualità al servizio della sua arte, cogliendo alcuni aspetti fondamentali della mia scrittura musicale. Sono attento ai dettagli in modo quasi maniacale e la mia musica riflette questo tratto della mia personalità.  Per cui ci voleva una persona che a sua volta avesse questo tipo di inclinazione, questa attenzione nel cogliere i dialoghi più importanti, gli aspetti particolari, i passaggi-chiave… i dettagli appunto. L’accurata selezione del girato, che è stato tantissimo, riflette questa sua grande bravura nel porgere il racconto di quanto è accaduto nei cinque giorni di “ritiro” all’interno dell’auditorium in modo molto naturale, legando ogni scena in un continuum fra pensiero, azione  e musica. Una Suite nella Suite.

Lei è anche un noto arrangiatore. Come mai ha preferito affidare l’arrangiamento di Piani Paralleli a un collega?

Per poter essere libero di suonare il mio strumento, il pianoforte, e poi perché ogni tanto c’è anche bisogno di “vedersi dal di fuori” per mettere meglio a fuoco alcuni aspetti di sé  e della propria musica.

In questo film lei esprime in modo abbastanza netto le sue idee sulla musica, sul ruolo del compositore, sul Jazz. Una frase che colpisce è “la vera innovazione è saper attendere il momento creativo”… lei come lo riconosce?

Anni fa trascorsi una notte intera a parlare  con Dizzy Gillespie, uno dei teorici del be bop;  tra le tante domande, gli chiesi se in quel momento si stessero rendendo conto della grande innovazione musicale di cui erano protagonisti. La sua risposta mi sorprese: «Se noi avessimo, anche solo per un minuto, pensato che fosse nuova, sarebbe stata già vecchia». Innovare non è un atto di volontà, ma un atto creativo. Anche l’attesa è innovazione. Io sono cresciuto e la musica insieme a me: insieme abbiamo sempre atteso l’atto creativo successivo per delineare e approfondire. I momenti creativi sono momenti di rinnovamento. L’attesa è un contenitore del rinnovamento! Il musicista, secondo me,  si confronta in momenti distinti : l’invenzione e l’essere scienziato. L’inventore delle idee è colui che comanda; appena l’idea è “inventata” interviene lo scienziato che approfondisce, delinea e sistematizza questa idea.

Ha attraversato con la sua musica gli ultimi 30 anni di Jazz insieme ai più stimati protagonisti del Jazz internazionale: quali sono le tappe di questa evoluzione e in che modo definisce la sua musica di oggi?
La mia musica si è evoluta di pari passo alla mia crescita umana, alla mia consapevolezza. Ho cominciato a suonare quando avevo 5 anni, non mi definisco di certo un enfant prodige.  Ho goduto del lusso di crescere seguendo le normali tappe di un musicista ed è stata una grande esperienza, perché cominci a conoscerti poco a poco, e impari e gestire i tuoi limiti. Il miglioramento consiste nel capire e gestire i propri limiti. Insomma, come musicista non mi sono portato addosso etichette, da enfant prodige o da fenomeno, e questo è stato un bene, perché non ho mai dovuto né dimostrare, né continuare  a farlo per non cadere nell’oblio, luogo ahimé frequentatissimo da molti prodigi musicali…  Ho suonato veramente tanto in tutto il mondo, recentemente ho provato a fare un conto… 3000 concerti… credo addirittura di sbagliarmi per difetto, ma ho ascoltato ancora di più. Oggi la mia musica è la summa di tutto ciò che di musicale ho ascoltato e pensato e di tutte le influenze ricevute dai musicisti con cui ho collaborato. Quella che scrivo oggi la definisco musica colta del ‘900 perché ha tutte le connotazioni della musica classico-romantica su cui si innestano le più disparate influenze della musica afroamericana.

Che cosa la ispira?
La vita che vivo, le persone che frequento, le bellezze del mondo, la luce, il sole  e i sorrisi. Le cattiverie non mi ispirano, né tanto meno la bruttezza.

Il Jazz, il cinema d’autore… sono linguaggi che molti considerano riservati agli “addetti ai lavori”. Lei pensa che il Jazz sia una musica per “pochi eletti”?

Se i palinsesti televisivi e radiofonici, ma anche i palinsesti culturali in generale, fossero basati sulla diffusione della vera grande musica e della bellezza, tutto questo diventerebbe successo e addirittura business: il business della bellezza. Purtroppo nel Paese più bello del mondo si preferisce promuovere la cultura della bruttezza.
Il problema della scarsa conoscenza del Jazz, così come di altri tipi di musica colta, o del cinema d’autore, sta nell’invisibilità. Essendo invisibile, il Jazz è sconosciuto ai più. In Italia c’è stata una precisa e sistematica conventio ad escludendum per il Jazz, quello vero, a fronte invece di una promozione – da parte della politica e di certa critica schierata- del grande bluff, quello del cosiddetto Jazz di “ricerca”.  È chiaro che se la bellezza assurgesse a sistema e venisse coltivata, insegnata, promossa con politiche e pratiche virtuose, non solo il Jazz e altre arti sarebbero conosciute, apprezzate e ricercate dal pubblico, ma assisteremmo anche e finalmente a una selezione degli attori in campo, con la legittima e doverosa esclusione  di gran parte di quelli che sostengono di suonare Jazz con l’aggravante della parola “ricerca”. Il mio amico Giovanni Amore sostiene che risulta piuttosto complesso trovare un gatto nero in una stanza buia, bendati… soprattutto quando il gatto non c’è…

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