Quattro chiacchiere con i Roadhouse Crow

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Partiamo dalle origini… come e quando vi siete conosciuti?
Il progetto nasce nel 2013. Luca e Davide suonavano insieme già in precedenza, mentre Marco ed Emilio sono entrati in seguito, in due momenti diversi. Sicuramente è stata una fortuna che siano arrivati in periodi importanti per la band, periodi che hanno segnato decisi cambi di stile e di approccio al lavoro.

Raggiungere un proprio stile e identità, quanto è importante?

Indubbiamente molto. Non sappiamo se in tempi di grande conformismo come quelli che viviamo sia ancora importante ricordarlo ma un artista che raggiunge una propria identità può andare avanti anche nel momento in cui le tendenze cambiano. Certo è che stile e identità, almeno secondo la nostra idea, in musica non corrispondono direttamente al genere che si sviluppa in una fase del proprio percorso. Questo è il motivo per cui quando scriviamo cerchiamo di infondere una base di precise caratteristiche nei suoni e nella trama, piuttosto che rifarci a un determinato tipo di Rock o Pop.

Quali sono i vostri punti di riferimento?
– Singolarmente sono diversi e vari. Noi 4 abbiamo infatti  backgrounds musicali differenti, quelli che più si assomigliano forse sono quelli di Luca e di Davide, che sono più vicini ad un soft rock, a un pop che va dai primi anni ’60 alla fine degli anni ’80, senza dimenticare la musica nera americana. Quelli di Emilio e Marco invece vengono dal progressive e dalle sue varie sfumature, nonché da generi anche più moderni. Al contrario, la direzione del gruppo viaggia secondo tutt’altra idea, dal momento che fin dai primi siamo nati come progetto legato a una sfera vintage, sviluppandoci poi verso un rock con sfumature retrò e melodie pop che trae ispirazione da Bowie, McCartney, Waits (o almeno delle sue fasi), i Davies, Rado e France ed altri.

Parliamo della vostra ultima fatica….
– “Roadhouse Crow” è un ep che richiama alla mente giornate dai tramonti rossastri, sfocati, stanze d’albergo, golfi mediterranei. Abbiamo passato una buona parte del 2016 a costruire questo lavoro, l’abbiamo portato avanti in situazioni diverse, con persone diverse e questo è stato uno dei motivi per cui abbiamo voluto che fosse si chiamasse come noi, “Roadhouse Crow”. Pensiamo sia infatti il manifesto diretto di ciò che è la band in questo momento, anche nella sfocatura dei suoi confini e varietà sonora.

Progetti futuri?
– Sicuramente suonare dal vivo il più possibile. Il live-set ha suoni e crea atmosfere più “metropolitane” rispetto al disco. Abbiamo, inoltre, già avuto modo di iniziare a scrivere e suonare nuovo materiale: una ragazza, che si sta occupando della regia di un progetto, ci ha chiesto infatti delle musiche che vi si legassero, e ciò ci ha spinto a metterci al lavoro. Speriamo di poter rientrare in studio presto e produrre queste nuove idee, far ascoltare anche quest’altro lato del gruppo e magari poter arrivare a lavorare con qualcuno che ci apra nuove prospettive.

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