Intervista a Martin Provost, regista di Quello che so di lei

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Come le è venuta l’idea di raccontare la storia di un’ostetrica?
Io stesso sono stato salvato alla nascita da un’ostetrica. Mi ha donato il suo sangue e questo suo gesto mi ha permesso di sopravvivere. Lo ha fatto con incredibile discrezione e umiltà. Quando mia madre mi ha raccontato la verità su questa vicenda, un po’ più di due anni fa, mi sono immediatamente messo a cercarla, senza neanche conoscere il suo nome. Poiché gli archivi dell’ospedale dove sono nato vengono distrutti ogni vent’anni, di quell’evento non restava alcuna traccia. Mia madre si ricordava che non era giovanissima, quindi sono convinto che sia morta.
A quel punto ho deciso di renderle omaggio a modo mio, dedicandole questo film, e, attraverso una protagonista ostetrica di tributare un riconoscimento a tutte queste donne che lavorano nell’ombra, dedicando le loro vite agli altri, senza aspettarsi nulla in cambio.
Poi è successa una cosa incredibile. Qualche mese fa, per il mio matrimonio ho avuto bisogno di richiedere un atto di nascita, e non il consueto estratto.
Avevo quasi completato il montaggio del film e con mio immenso stupore ho scoperto che era stata quell’ostetrica, e non mio padre, ad essere andata in comune a dichiarare la mia nascita. Dunque non solo aveva passato tutta la notte con me e mi aveva salvato la vita donandomi il sangue per la trasfusione: era persino andata a denunciare la mia nascita, come per certificare che ero sano e salvo. Ho trovato questo gesto magnifico e da allora ripeto incessantemente il suo nome: Yvonne André. Le devo moltissimo
Ciò nonostante, QUELLO CHE SO DI LEI è un film che non ha nulla di autobiografico. Non ho voluto raccontare la mia storia: di fatto, mi è servita solo come pretesto per andare oltre ed entrare maggiormente in contatto con una professione che mi ha sempre affascinato. Dunque ho incontrato numerose ostetriche, in primo luogo per comprendere fino in fondo quello che mi avevano fatto la notte della mia nascita ed è stato così, attraverso le loro risposte, che si è progressivamente delineata la storia di Claire. Ho voluto tracciare il ritratto di una donna al tempo stesso alle prese con la realtà della sua epoca, ma anche con un momento di svolta cruciale nella sua vita personale.

Claire è un personaggio complesso e anche inflessibile…

È una donna impegnata che vive a servizio degli altri. Possiede dei principi e dei valori ai quali si rifiuta di abdicare e questo le fa solo onore. A livello professionale, non è disposta ad accettare i cambiamenti che la società vuole imporle. Il piccolo reparto maternità dove ha sempre lavorato sta per chiudere i battenti per far posto a una ‘fabbrica di neonati’, a una di quelle strutture che stanno fiorendo sempre più numerose in cui la logica del rendimento tende a sostituire il fattore umano. Claire declina l’offerta di lavoro che le viene proposta, rifiuta di scendere a compromessi. È fatta così, è una donna tutta d’un pezzo che conosce il valore della sua esperienza e del rapporto con le pazienti. Il denaro non è una sua priorità, malgrado lo spettro della disoccupazione sia per lei fonte di ansia. Arriverà a dichiarare che è disposta a vendere il suo appartamento piuttosto che piegarsi e prestarsi alla logica del profitto. Nella vita privata si comporta con lo stesso convincimento: suo figlio è da poco andato a stare per conto suo, lei non ha un compagno, ma va avanti dritta per la sua strada, al limite della superbia.
L’irruzione di Béatrice nella sua vita cambierà ogni cosa.

Béatrice è l’esatto contrario di Claire, al punto che è difficile a non pensare alla favola di La Fontaine “La cicala e la formica” quando le vediamo insieme. Si tratta di un riferimento intenzionale?

Sì, lo rivendico a tutti gli effetti. Per me, questo film è una favola, ma più dolce rispetto a quella di La Fontaine, che personalmente trovo terrificante. È una favola nella quale cerco di dire che ciascuno di noi ha il dovere di essere al tempo stesso un po’ cicala e un po’ formica. Claire e Béatrice sono radicalmente agli antipodi, ma poco a poco, questa opposizione diventa fonte di complementarità, di scambio reciproco, di saggezza. Ho una grande paura del conflitto, eppure non possiamo sempre farne a meno in quanto spesso ci permette di andare incontro all’altro nella sua diversità. È quello che accade tra queste due donne. Claire vive un po’ troppo nell’ombra e Béatrice torna nella sua vita per portarle un po’ della sua luce. E per Béatrice, che ha sempre vissuto come un elettrone in libertà, è forse l’occasione di comprendere meglio la sua esistenza, di fermarsi finalmente un istante per accettare il fatto che senza gli altri non siamo niente.

In questo senso, il film solleva la questione di sapere cos’è realmente la libertà…
Esattamente. Per me, la libertà è un concetto su cui mi interrogo il più spesso possibile. La libertà non consiste nell’assenza di limiti o di regole, come sembra pensare Béatrice. La malattia che la colpisce rimetterà in discussione il suo modo di essere e di pensare. Quello che lei chiama “libertà” è sempre stato un modo di essere vicino a una forma di fuga, ma all’improvviso non può più scappare, ha bisogno di Claire, è fragile. Ha bisogno di Claire, perché porta dentro di sé quello che Béatrice ha sempre rifiutato scegliendo di vivere in modo leggero, ai limiti della superficialità, ovvero una specie di estrema compassione per gli esseri umani senza difese e vulnerabili. In questo senso, cosa c’è di più simile di un neonato appena venuto al mondo e di un anziano che il mondo sta per lasciarlo?
Béatrice, donna-bambina, incantevole, meravigliosa e divertente, crudele a causa della sua leggerezza, si rende finalmente conto di essere prigioniera di se stessa. È troppo tardi, ma le resta ancora un’occasione: offrire a Claire la possibilità di conservare un buon ricordo di lei, perché i morti continuano a vivere dentro di noi, continuano a vivere nella mente delle persone che hanno amato e che li hanno amati. Per Béatrice, è l’ultima forma di libertà possibile. Una delle cose peggiori al mondo è morire soli, senza qualcuno che ti tenga la mano.

QUELLO CHE SO DI LEI è anche una storia di trasmissione e il racconto di una trasformazione…
Ciascuna delle due donne colma un vuoto nella vita dell’altra. Claire ritrova la sua seconda madre, colei che un tempo aveva scelto come modello, negli anni in cui stava diventando una giovane donna, e Béatrice ritrova la figlia che non ha avuto.
Questo rapporto di filiazione è al centro della storia. Del resto, Béatrice non esita a presentare Claire come sua figlia ai medici che l’hanno in cura e di conseguenza Claire, messa alle strette, abbozza. E quando Béatrice non ha più alcun luogo dove andare, è Claire che le apre la porta del suo piccolo appartamento e quindi della sua vita. Ed è così che il trilocale si trasforma nell’arena in cui andrà in scena tutto quello che la vita non aveva permesso loro fino a quel momento, la possibilità di recuperare il tempo perduto e di riconciliarsi.
Insieme, riesumano l’uomo che hanno adorato, ciascuna a modo suo. Per Claire, si tratta di un padre scomparso troppo in fretta e in modo troppo brutale e per Béatrice, si tratta dell’unico vero amore della sua vita. Lasciarsi il passato alle spalle significa compiere il primo passo verso l’accettazione del futuro, l’inizio di una nuova vita per Claire, una fine più serena per Béatrice.

È la prima volta che Catherine Frot e Catherine Deneuve si incontrano sul grande schermo. Come ha immaginato questo incontro?
Ero sicuro che avrebbe funzionato. Ho scritto questo film per loro due e per Olivier Gourmet.
Avevo già contattato Catherine Frot proponendole di interpretare Simone de Beauvoir in VIOLETTE, ma non aveva accettato. Dopo aver visto quel film mi aveva cercato per dirmi che si era pentita di aver declinato il ruolo. La sua franchezza mi ha commosso e ho continuato a tenerla in mente. E quando è nata l’idea del film, me la sono vista davanti, china su di me con indosso un camice rosa, come se mi stesse mettendo al mondo. Da quel momento in poi, tutto si è sviluppato in modo molto naturale.
Chi altra se non Catherine Deneuve avrebbe potuto incarnare Béatrice? Il solo fatto che esista mi rende felice. Sembra essere al di sopra delle leggi.
E per quanto riguarda Olivier Gourmet, avevo già lavorato con lui in VIOLETTE ed ero sicuro che avrebbe formato una coppia perfetta con Catherine Frot. Inoltre, avevamo entrambi voglia di lavorare di nuovo insieme.
Quindi ho scritto la sceneggiatura pensando a tutti e tre. Vengo dal teatro ed è importante per me visualizzare gli attori per cui scrivo. Sento le loro voci, scrivo personaggi quasi fatti su misura. La mia unica angoscia era ovviamente che mi dicessero di no. Ma anche in questo caso è stato tutto molto semplice. Nel periodo in cui l’idea del film era appena delineata nella mia mente, sono stato invitato a un festival a Praga e lì per puro caso ho incrociato per strada Catherine Frot che stava girando MARGUERITE. Ci siamo messi a parlare e le ho detto che stavo pensando molto a lei. Il giorno seguente il caso ha voluto che incontrassi Olivier Delbosc, anch’egli a Praga per la produzione di MARGUERITE. Gli ho raccontato la mia idea di un film su un’ostetrica e lui mi ha detto “Questa poi! Mio padre è un ostetrico. Conta su di me!”. Non aveva letto neanche una riga. Da quel giorno in poi, ho davvero avuto l’impressione che il destino fosse scritto.

Come ha lavorato con le attrici?
Ho incontrato Catherine Deneuve quasi contemporaneamente a Catherine Frot, a distanza di pochi giorni.
Catherine Frot ha accettato per prima, fin da subito. Era turbata. Il personaggio di Claire rispecchiava quello che stava passando nella sua vita, che apparteneva quasi al passato. Dunque per lei Claire arrivava al momento giusto, quasi per chiudere un cerchio. Ci siamo capiti immediatamente. Anche lei viene dal teatro e condividiamo la stessa passione per i testi e per quello che sempre si nasconde tra le righe. Mi fa pensare a certe attrici inglesi che sono capaci di interpretare qualunque personaggio, sia in teatro sia al cinema.
Catherine Deneuve ha chiesto di incontrarmi. Avevo una fifa tremenda, tremavo all’idea che se avesse detto di no il film sarebbe andato a monte. E invece ha detto di sì anche lei, con grande naturalezza, come se niente fosse, nel corso della conversazione. Sono certo che avesse percepito la mia inquietudine e che abbia voluto rassicurarmi per delicatezza. Mi sono sentito sciogliere di riconoscenza e di sollievo.
Olivier Gourmet mi ha telefonato dicendomi che non avrebbe potuto dire di no a una storia del genere. Sapevo che avrebbe sedotto le mie due Catherine, è un attore di grandissimo spessore e di folgorante misura, sempre. È un godimento averlo sul set.
In un film, la selezione del cast è quasi più importante della tecnica. Il lavoro iniziale è stato costituito da letture con le due attrici, prima separatamente e poi tutte e due insieme. Catherine Frot è molto strutturata, ha bisogno di avere tutto chiaro in mente, mentre Catherine Deneuve è come un’equilibrista, vive nel presente, ha bisogno della verità del momento. Eravamo nel cuore della storia e anch’io ho dovuto mollare la presa, come Claire, altrimenti avrei rischiato di voler controllare tutto. Ho imparato molto facendo questo film.

Ha affidato il ruolo del figlio di Claire a Quentin Dolmaire, scoperto in I MIEI GIORNI PIÙ BELLI di Arnaud Desplechin. Per quale motivo?
È una scelta che si è imposta nel corso di una conversazione con Catherine Deneuve. Stavamo parlando del film di Arnaud Desplechin, che io avevo amato molto, e della prestazione di Quentin Dolmaire che mi aveva ricordato Jean-Louis Trintignant da giovane, con quel suo timbro di voce insolito e il suo fraseggio particolare. Per interpretare il personaggio del figlio, cercavo un attore dal fisico prestante, un campione di nuoto, mentre Quentin è piuttosto esile e snello. Catherine Deneuve mi ha messo alle strette: per lei la cosa che contava di più era il mio desiderio di lavorare con lui. Ed era vero che volevo che fosse lui. Anche se Quentin non corrispondeva all’immagine mentale che mi ero fatto del personaggio, poteva diventarlo e di fatto lo è diventato.

Il film mostra delle vere nascite alle quali Catherine Frot ha realmente partecipato. Questa autenticità nella situazione e nella recitazione era imprescindibile per lei?
Sì. Olivier Delbosc e io eravamo d’accordo su un punto: nei film, troppo spesso, i neonati sono enormi e hanno un’aria troppo perfetta e come tali sono fintissimi! Volevo filmare la vita reale, l’essenza stessa della vita, quello che tutti noi abbiamo sperimentato e non una sua rappresentazione più o meno edulcorata.
Per far questo, abbiamo dovuto filmare quelle scene in Belgio perché la legge francese non consente di girare con neonati di meno di tre mesi. È stato un lavoro lungo e complesso: abbiamo dovuto trovare delle donne che sono rimaste incinte in un preciso periodo e che accettassero di essere filmate durante il parto nove mesi dopo e abbiamo dovuto trovare dei reparti maternità che ci autorizzassero a farlo. Intanto, Catherine Frot ha seguito una formazione, ha assistito ad alcuni parti prima dell’inizio delle riprese e vi ha preso parte. Il rapporto tra noi e le future madri, ma anche con i loro mariti, si è costruito in modo molto fluido e molto naturale. E la fortuna è stata dalla nostra parte. Alla fine siamo riusciti a filmare sei parti in tempo reale. Eravamo un gruppo molto ridotto: Catherine Frot, il direttore della fotografia e il microfonista. Io ero nella stanza accanto, attaccato al monitor insieme alla mia segretaria di edizione. Non ho mai pianto tanto come quando Catherine Frot ha fatto venire al mondo il suo primo neonato.

Ha anche scelto un taglio molto realista nel modo di filmare le sale da gioco clandestine dove Béatrice si guadagna da vivere a carte…
Sapevo da alcuni conoscenti stretti che a Parigi esistevano ancora dei luoghi dove si gioca in modo del tutto illegale il gioco di carte chiamato La Marseillaise (inventato nei bagni penali di Marsiglia). Si tratta di un gioco di carte relativamente semplice che permette sia ai giocatori sia agli spettatori che assistono alla partita di fare delle puntate e delle scommesse molto consistenti. È evidente che lo scopo è quello di riciclare denaro sporco. Abbiamo ricostruito le sale da gioco e la polizia giudiziaria ci ha presentato degli autentici giocatori d’azzardo grazie ai quali Catherine Deneuve ha imparato a giocare. Mi ricordo che la chiamavano “Madame Catherine” e facevano una enorme fatica a chiamarla Béatrice. Sono più veri del vero.

QUELLO CHE SO DI LEI è un’ autentica commedia drammatica che fa ridere e commuove al tempo stesso. Dopo i suoi tre film precedenti che erano decisamente drammatici, sentiva l’esigenza di introdurre un po’ di leggerezza nel suo cinema?

Innanzitutto, a differenza dei miei altri film, ho scritto la sceneggiatura da solo. Avevo bisogno di immergermi completamente nel mio universo personale, che forse in fin dei conti è più fantasioso di quanto non fossi disposto ad ammettere. Può darsi che où va la nuit e Violette siano in relazione con zone d’ombra e di sofferenza che ho già esplorato a sufficienza. Davvero, credo che QUELLO CHE SO DI LEI corrisponda alla mia natura più profonda. Sono una persona al tempo stesso esageratamente allegra e tendente alla disperazione.

Anche la musica ha un posto importante nel film nel senso che aggiunge un aspetto romanzesco al racconto…
Avevo voglia di fare un film romanzesco, benché ancorato nella realtà. Ho chiesto a Grégoire Hetzel, di cui ho sempre amato il lavoro che ha fatto con Arnaud Desplechin, di comporre un tema che fosse semplice e melancolico, una musica che risuonasse come le note di un carillon che si fa ascoltare a un bambino appena nato. Mi ha mandato un primo brano che è diventato il tema del film. Sono rimasto incantato. L’ho scelto come tema di Claire e a quel punto abbiamo sviluppato un secondo tema per Béatrice, che volevo fosse più barocco. In effetti, ciascun personaggio ha un’aria tutta sua, come in “Pierino e il lupo”.

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Redazione
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