Intervista con Jean-Pierre Bacri

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Cosa ti ha interessato di questo progetto?
Il marchio Olivier Nakache e Éric Tolédano. Quando ho letto la sceneggiatura, ho riscoperto tutto quello che amo di loro e che spesso non vediamo nei film: una commedia che ti fa ridere, ma in cui anche si prova empatia con i personaggi. Hanno un certo modo di guardare la gente, un tocco umano che amo e che mi commuove. È quello che mi è piaciuto in PRIMI AMORI, PRIMI VIZI, PRIMI BACI, e ovviamente in QUASI AMICI – INTOUCHABLES. E questo prima ancora di incontrarli. Non potevano essere persone veramente cattive per fare un film come quello.

Sente una connessione con loro?

Nella nostra scrittura, sì. Quello che abbiamo in comune è il nostro amore per l’umorismo e il fatto che non potremmo scrivere in altro modo. Quindi, anche se ognuno di noi possiede il proprio stile e il proprio modo di fare film, si può effettivamente individuare un rapporto di familiarità tra noi.

Ha collaborato anche alla scrittura del progetto. È una cosa che fa abitualmente?
Dipende dagli sceneggiatori e dal regista. Alcuni sono molto ostinati nei loro testi, non è un rimprovero, perché quando Agnès Jaoui e io scriviamo un film lo siamo anche noi; lavoriamo così duramente sulla sceneggiatura e sui dialoghi, che si deve avere un argomento molto convincente per farci cambiare una sola battuta. E tanto più perché ciò che gli attori a volte suggeriscono è spesso qualcosa già valutato e scartato. Nakache e Tolédano sono molto “accomodanti” con i loro testi. E visto che ho capito presto che erano disponibili ai suggerimenti, ho proposto alcune idee. Ricordo, ad esempio, che nelle prime bozze della sceneggiatura non c’era quasi nessuna donna. Non c’era nemmeno la sposa. Che vergogna parlare di un matrimonio senza una sposa. Quel tipo di osservazione ha portato ad alcune discussioni fruttuose e ha creato un senso di complicità tra noi. Poiché erano così disponibili e aperti ad apportare modifiche, è stato molto piacevole lavorare con loro.

È stato ispirato dal soggetto del matrimonio?

No, perché non sono un grande fan del matrimonio e nel film il matrimonio è solo un pretesto per riunire le persone. È il modo in cui Nakache e Tolédano rappresentano il ricevimento, attraverso uno sguardo dall’interno verso l’esterno, che mi ha ispirato. Mostrando come viene gestito il personale che lavora dietro le quinte, hanno rappresentato l’umanità che mi piace. Ci sono molti “falliti” tra il personale che creano alcune situazioni comiche ma anche molto toccanti; persone come loro spesso sono molto commoventi nelle loro misere vite. Quello che mi piace molto è che attraverso il personale si descrive un microcosmo della società. In ogni paese, ci sono persone di talento, altre meno, ma la cosa è vederli lavorare insieme. Non tutti possono diventare Presidente della Francia. Ma anche l’ultimo degli ultimi, persino un conducente della metropolitana… ognuno di noi può fare qualcosa di utile e trovare il suo posto.

Come capo del personale Lei interpreta una sorta di regista nella storia. Cosa l’ha toccata di più del suo personaggio?
La sua ostinazione. Sotto il suo burbero, irascibile e spazientito modo di fare è un brav’uomo. Si prende cura dei suoi ragazzi, non lasciando mai nessuno nei guai. Mi piacciono le persone così, persone che danno sempre un’altra possibilità a quelli meno fortunati. Spesso amano fare la parte del dittatore, ma una volta che li si conosce meglio, ci si rende conto che ti darebbero tutto quello che hanno.

Ciò che colpisce in modo toccante di lui è la sua solitudine all’interno gruppo…
Giusto. Lui si preoccupa di tutti, ma nessuno gli copre le spalle. Vive una situazione emotivamente difficile e cerca di affrontare la sua tristezza e ciò con cui deve avere a che fare.

Cosa Le piace nel lavorare su un film d’ensemble?
Per me è un grande piacere. Agnès e io non abbiamo mai scritto un film con solo due ruoli principali, circondati da comparse, perché il mio piacere non è mai totale se sono l’unico che recita. Recitare con qualcuno che è lì per darmi le battute mi farebbe sentire “misero”; non è per questo che faccio questa professione. Quello spirito di ensemble può essermi venuto dal teatro, o forse è solo un’attitudine, quasi una politica, che condivido con Éric e Olivier.

Cosa ha imparato dai giovani attori con i quali hai lavorato?
Ho sempre imparato da persone di talento e ce n’erano molte in questo cast. Sono rimasto sorpreso dalla loro flessibilità e dal loro senso di improvvisazione sul set. Éric e Olivier spesso permettono alle persone di esprimersi liberamente, il che ha favorito molte buone idee. Quei giovani attori erano effervescenti e capivi subito che stavano dando prova di un’ottima capacità recitativa. Inoltre tutti gli attori hanno una cosa in comune: qualunque sia la loro età, amano divertirsi.

Un film d’ensemble dove tutto è coreografato lascia spazio all’improvvisazione?

È più difficile. Ma in ogni caso penso che quando si improvvisa, si rischia di ottenere al 90% qualcosa di poco valido, perché la maggior parte del tempo si fa qualcosa di troppo semplice o di poco maturo. Niente è buono come una sceneggiatura ben pensata e forte. Vale anche per le battute.

Com’era l’atmosfera sul set?
Sia gioiosa che concentrata. Éric e Olivier prendono le cose seriamente. Girano diverse volte le scene per soddisfare le loro esigenze. Ho sempre pensato che dopo aver girato la stessa scena 5 o 6 volte non avrei avuto più niente da dire, ma mi hanno dimostrato di essere in errore. A volte funzionava perché anche loro trovavano ispirazione girando una scena e modificavano le battute. Sul loro set, si lavora duro per ottenere i giusti risultati, questo richiede tempo. Ma è stato divertente e sono stato felice di recitare in questo film.

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