Roberto Zibetti in orbita con i The JackaL: “Addio Fottuti Musi Verdi!”

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foto di Nicola Montanari, tutti i diritti riservati

Lo vediamo arrivare all’appuntamento con la bici e vestito come un qualsiasi studente; dei suoi tanti personaggi sopravvive solo un po’ di involontaria ombrosità. Cinema ne ha fatto tanto e di qualità, ma guardandolo pare che il tempo non passi mai, pare uno che studia filosofia all’università. Poi il suo sguardo metallico e lo zigomo affilato ti catturano,  gli rimane comunque  l’aria di un angelo inquieto , consegnato al mistero. I suoi sorrisi sono sporadici ma generosi. E’ ironico, divertente, a volte paradossale. Dopo essere stato scelto da “mostri sacri” come Bertolucci, Abel Ferrara, Strehler, Grüber, Ronconi, Klaus Maria Brandeur, Dario Argento, Marco Tullio Giordana, Ligabue, e dopo aver scolpito personaggi forti e difficili,  Roberto Zibetti oggi vuol far sorridere e ama  le belle  commedie inglesi, anche e soprattutto quelle romantiche.

Finalmente Zibetti, conosciuto come il ragazzo cattivo e magnetico  del cinema Italiano,  in un ruolo comico, ce ne parli?
Si dice che far ridere è più difficile che far piangere, io non vedevo l’ora di un ruolo comico . In uno dei miei primi spettacoli, al Piccolo di Milano,  nel ‘97, interpretai un clown a cui ero affezionatissimo ( Nicolò si chiamava – ahah – come il mio personaggio un po’ farfallone di ‘Io Ballo da Sola’, a pensarci bene!). Fu nello spettacolo  “Vecchio Clown cercasi”, diretto dal rumeno Stefan Jordanescu. Mi ricordo che, alla generale,facendo finta di cadere su una buccia di banana mi ero rotto davvero il pollice del braccio destro….! Dovetti fare tutte  le repliche col gesso, che ridere! Ho sempre molto amato la tradizione del mimo francese, e poi i grandissimi Buster Keaton e  Charlie Chaplin; la forza espressiva del clown, con le sue maschere tristi e sgualcite, mi ha sempre attratto. Per questo personaggio, il comandante in capo  alieno TJ Brandon (uno stakanovista dello spazio con un nome ridicolo da personaggio di una soap opera americana) mi sono ispirato alla figura del clown bianco, quello più  cattivo della coppia tradizionale; l’altro, quello che fa  più il tontolone, ed è in generale più colorato come costumi, si chiama in gergo il clown augusto. Ma mi ci sono ispirato in maniera volutamente dissacrante e liberatoria. In generale adoro le commedie inglesi, tipo quelle con  Hugh Grant, o quelle americane, quando sono acide, cattive e geniali.

Roberto, un passo indietro. Come ti sei sentito a soli vent’anni nei panni di personaggi torbidi e/o perversi ?
È stato psichicamente faticoso, provante direi. “Cronaca di un amore violato” addirittura non volevo farlo, mi sembrava che il cinema mi facesse una violenza, con l’impormi questa sofferenza, come se fossi stato costretto a percorrere tutti gironi dell’inferno in fast-forward! Ma oggi mi pare quasi  giusto essere passato dalla “selva oscura”, per sbucare altrove, e sono grato ad ogni singola esperienza professionale che mi è stato dato di vivere. Recentemente ho fatto un personaggio in Non uccidere, serie di Rai3 alla seconda edizione, che è di nuovo uno che non scherza! Non è un disturbato psico-patologico ma è comunque un gran cattivo questo protagonista  di puntata: Ludovico De Millet, l’uomo più perfido della città! Ahahah, questa didascalia del copione mi ha sempre fatto un sacco ridere! In fondo anche il cinico e molto giudicante ragionare di un personaggio diventato quasi un mito generazionale (almeno stando a quanto mi dicono i ragazzi più giovani di me) come Boris, il testa di c… che si tromba la moglie dell’amico in Radiofreccia, a distanza di anni pare lucida filosofia. Credo che ciascuno di noi dovrebbe considerare attentamente i lati oscuri di sé e cercare di capirli. In realtà ci affrettiamo sempre un po’ a fare il contrario, a cercar grandi pagliuzze negli occhi del prossimo, e diventiamo spesso fastidiosamente più moralisti dei moralisti degli anni cinquanta e sessanta, il che davvero, in quest’epoca in cui la globalità della rete ci imporrebbe invece con evidenza di costruire piuttosto un’anarchia illuminata ed affettuosa di stampo poetico, nun ze po’ ssentì, come si direbbe a Roma.

Parlaci dei The JackaL
Foooorti!!! Come direbbe Ciro, e come ripeterebbe Brandon cercando di imitarne l’emozione. E davvero  in gamba! Si son conosciuti a tredici anni,  a scuola ed hanno iniziato per divertimento, cioè la più bella scuola che ci sia, “sciacallando”  commedie e film di genere, americani per lo più. Dallo studio pratico e giocoso di  questi film  hanno attinto di fatto grande abilità nell’uso della grammatica  del montaggio e hanno affinato il senso del ritmo nei loro brevi racconti spiritosissimi per Youtube. Il ritmo è fondamentale per dare forma coerente al linguaggio tremendamente citazionista e frammentario della rete. Intelligenza e ironia rara. Chi pensa  che  AFMV (è l’acronimo, volutamente impronunciabile di Addio Fottuti Musi Verdi), sia il filmetto di un gruppo di youtubers allo sbaraglio è decisamente fuori strada: per me è  un filmone a metà tra Zoolander e Matrix. I The JackaL inoltre costituiscono davvero un nuovo modello di impresa in ambito culturale. Sono loro il vero “modello Napoli“ secondo me: sono tanti, giovani, intelligenti, complementari, e “cazzeggiano” spesso tutti assieme, come facevano i nostri grandi degli anni settanta, a detto almeno di Ettore Scola (“…ci vedevamo in Piazza del Popolo e dicevamo un sacco di fregnacce -sic!-…l’unica che tornava a casa e scriveva una paginetta era Suso Cecchi D’Amico…”, gli sentii dire ad un incontro col pubblico, quando gli chiesero perché l’humus culturale di quegli anni fosse così fertile). Grande coralità  ma anche grandissima professionalità e specificità di ruoli.

foto di Nicola Montanari, tutti i diritti riservati

Roberto come ne pensi del cinema attuale e del cinema di Sorrentino in particolare?
Credo che sia un ottimo momento, tanti autori nuovi e curiosi, anche tra i più giovani. Decisamente un panorama confortante rispetto a qualche anno fa. Quanto a Paolo Sorrentino… avercene come lui!! Voglio dire, unisce facondia poetica ed eccellenza formale, il cinema  diventa con lui Cinema con la C maiuscola, anche concedendosi il gran dispendio di mezzi che  sempre  ha fatto l’epicità di questa settima arte. Viva questa “grandeur”! Soprattutto poiché è di tipo tutto umanistico e tecnico. Son affascinato dal suo lavoro in genere e, in particolare, anche dal ragionamento critico che porta avanti con la sua serie televisiva. Qui usa la scrittura filmica come ricerca,  procede per gradi a scoprire e indagare situazioni o ipotesi paradossali. Mi piace quando, nell’introduzione alla sceneggiatura di The Young Pope, è molto auto-ironico e cita Billy Wilder: “ se cercate il messaggio andate all’ufficio postale”. Per dire che il messaggio si crea poco a poco, a furia di porsi domande, forse, ma non è fondamentale averne uno preciso in partenza. Lui a volte non lo sa dove va… ma  ricerca, appunto, pronto a meravigliarsi e perché no ad indignarsi, per raccontare in termini surreali come percepisce la situazione socio-politica del nostro paese o qualsiasi tema gli stia a cuore. La grande bellezza l’ho rivista da poco, molto affascinante questo indugiare tra un lucido sarcasmo e una sofferta ipocrisia sociale prima, per poi muovere verso il finale surreale. La fine della Grande Bellezza ha un po’ il carattere magico del finale di Miracolo a Milano. La poesia d’altronde  è surrealtà.  Klaus Michael Grüber, il regista  preferito di Jeanne Moreau o Bruno Ganz  (tedesco, fondatore con Peter Stein, della Schaubhüne di Berlino, che abitava a Parigi e adorava l’Italia) – io ho avuto la gran fortuna di lavorarci al Piccolo di Milano, su “Splendid’s” di GJean Genet –  diceva, lo ripeto spesso, che in qualche modo il senso vero di ogni assunto culturale, specie se di natura poetica, viene fuori veramente solo  nel momento in cui  riesci a tradurlo parlando di Maradona o degli spaghetti, di elementi popolari insomma. Devi essere sofisticato ma il tuo ragionamento intellettuale deve rimanere dietro le quinte, ben discreto e nascosto. Oggi, se vuoi comunicare davvero, ed è questa la grande sfida per chi fa il nostro mestiere, devi stare sul fronte, senza grandi snobbismi, ben visibile e comprensibile alle masse, e non è cosa semplice, poiché le masse sono  viziate da vent’anni di modelli televisivi spesso beceri, parlando almeno del nostro paese.

Hai rifiutato l’assioma  attore di cinema /rotocalco, comparendo poco sui rotocalchi. Professionista schivo, caso oscelta?
Credo un caso, a me i rotocalchi non disturbano. Forse i personaggi che interpreto sono un po’ ostici da inquadrare. All’inizio ho interpretato personaggi inquietanti, difficili. Non è facilissimo collocarli a livello di audience, credo. Il pubblico ne è affascinato ma anche turbato. Oggi vivo un momento di serenità da questo punto di vista e mi muovo con gran divertimento tra i generi  senza precludermi nulla, dopo lunghi anni di lavoro e di fatica indefessi. E’ buffo: spesso mi rendo conto che vengo visto una come un attore intellettuale o di nicchia, addirittura snob! Ma io mi sento in realtà un curioso misto di classico, trash e pop. Credo di essere un radical-punk, in verità! Ahahah.

Hai lavorato con Abel Ferrara in un ruolo scabroso nel suo Pasolini?
Carlo. Un personaggio magnifico, il protagonista sdoppiato di Petrolio, romanzo visionario, l’ultimo e incompiuto esperimento letterario del buon Pier Paolo, voce immensa del nostro pensiero; non l’avevo mai letto prima di girare il film e l’ho divorato in una settimana. Il problema della scabrosità del ruolo sinceramente non me lo sono nemmeno posto. Lavorare con un regista della personalità di Ferrara, la lucidità con cui racconta la politica italiana, stare sul set con un attore delle capacità di William Defoe, sono regali preziosi e insostituibili. La scena porno. Abel mi disse – ”Do you have any problems about doing that scene?”. “Abel, io no, nessun problema, poiché mi piacciono le sfide e soprattutto mi fido ciecamente della tua visione, ma certo discutiamo tecnicamente come realizzarla, perché non sono un attore porno!”. Alla fine abbiamo usato  le controfigure, come si fa per lo più in questi casi, e, come mi disse Abel all’alba, dopo le complicate riprese in esterno ed una gran notte di freddo: “Rock ‘n Roll! we did great cinema tonight!“. Avrò sempre un bellissimo ricordo di quei giorni di lavoro, proprio nei prati che furono davvero lo sfondo della vita romana di Pasolini. Abel è una persona di enorme lucidità e coraggio.

Parliamo di teatro: il fare  molto cinema ha messo distanza fra te e quelli del teatro ?
Non direi proprio. Siamo in tanti a fare cinema e teatro. Quelle lunghissime tuornèes  di quindici anni fa adesso non ci sono più. La loro routinarietà è sostituita in qualche modo da quella del mondo delle fiction. Fare bel cinema con continuità oggi è un privilegio non scontato.

Il cinema ha catturato la tua inquietudine…
Il primo film  da protagonista, a vent’anni, Cronaca di un amore violato, è stato un viaggio faticosissimo, un film tosto che non volevo fare, perché facevo troppi sogni agitati. Ma solo prima di iniziare. Poi, all’atto pratico, poiché in fondo si tratta sempre di un gioco, anche se molto serio, le paure son scomparse. Quel personaggio mi ha permesso di declinare un lato diciamo intenso di me, il cattivo insomma, quello che in inglese si chiama “carachter role”. Sono arrivati così tanti personaggi “dark-edged”, cioè con un lato oscuro. Ma appunto, le cose oggi si stanno molto diversificando. Sono in uscita, oltre alla puntata di Non Uccidere che ho girato col mio amico Claudio Noce, molte serie televisive a cui ho partecipato, da Rocco Schiavone 2, in cui faccio il capo della scientifica, molto ironico e sornione, a Immaturi, La Serie, con Luca e Paolo. Sono in definizione alcuni progetti cinematografici. Faccio inoltre i progetti che mi piacciono in teatro. A Torino faremo presto (15 e 16 Dicembre) al Cafè Muller, appena aperto in Via Sacchi dal Cirko Vertigo, una realtà torinese molto vitale nell’ambito dello spettacolo dal vivo, due monologhi a cui tengo tantissimo, uno tratto dalla Gerusalemme Liberata di Tasso (che, contrariamente a quanto si pensa, in realtà è una sorta di soap metafisica di enorme forza erotica e fantasy, lo spettacolo dura un’ora ed è molto divertente e toccante, davvero vale la pena) , e “Desert Visions, un fantasma lungo il viaggio”, un giallo di ambientazione americana scritto da Baret Magarian. Po  c’è il percorso di ricerca sulla metodologia teatrale che ho avviato molti anni fa a Torino con la compagnia ‘O Zoo Nõ, e che sfocia oggi nel progetto di una piattaforma virtuale di progettazione partecipata, www.lagiostraarmonica.it, dedicata  a chiunque voglia sviluppare la propria creatività attraverso gli strumenti e i percorsi produttivi propri dello spettacolo, di qualunque età, genere, razza o condizione socio-sanitaria. Andate a dare un’occhiata se vi interessa: è di recentissima pubblicazione ma potrete seguirne gli sviluppi partecipando anche in prima persona. Per cominciare potete “suonare la home-page”….a voi di scoprire come!

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