I precari della scuola? Occorre fare chiarezza!

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“Scuola, s’ingrossa l’esercito dei precari. In 300mila aspirano a un posto fisso. ” Così titolava il 27 gennaio scorso un noto quotidiano un articolo che, pur nell’intento di informare sulle attuali proposte di riapertura della GAE (Graduatorie ad esaurimento), ha contribuito, secondo il nostro modestissimo parere ad alimentare confusione ed a diffondere dati imprecisi, fuorvianti e parziali. Che il problema del precariato scolastico sia annoso e complesso, ormai, è sulla bocca di tutti ma, come accade troppo spesso nel nostro martoriato Paese, c’è sempre troppa confusione sui dati, troppa superficialità, imprecisione e pressapochismo nelle definizioni, al punto che, pur ammattendo la buona fede di chi cerca di descrivere la realtà, l’effetto sortito è quello di confondere e disorientare il lettore.
Ma entriamo nel merito e proviamo ad argomentare, punto per punto, tutte le “criticità” dell’articolo citato, per rievocare un linguaggio caro al nostro ex Ministro dell’Istruzione. Innanzi tutto, il termine “precari” affibbiato a tutti coloro che, legittimamente secondo la normativa vigente, sono iscritti nelle GAE, quelle dalle quali, per capirci, sono assunti a tempo determinato i docenti che ogni anno, anche a tempo determinato, permettono alla scuola di andare avanti. Man mano che si liberano dei posti, alcuni, solo i più in alto nelle graduatorie, sono immessi in ruolo, ovvero assunti a tempo indeterminato. Forse però non tutti sanno che il termine “precario” può essere correttamente usato per chi lavora in modo stagionale e/o discontinuo, come accade per molti iscritti in queste graduatorie, ma non per tutti. Ci sono molti che, nei posti più bassi delle stesse, non hanno lavorato un solo giorno e, impropriamente, sono definiti precari, per uno strano bisticcio terminologico che ha assimilato aspiranti insegnati ad insegnanti con esperienza pluriennale di docenza.
Paradossalmente, però, nella scuola non è questa l’unica contraddizione, poiché ci sono molti docenti, alcune decine di migliaia, assunti non dalle GAE ma dalle Graduatorie d’istituto, graduatorie di merito definite da criteri ministeriali e oggettivi, che precari lo sono, o lo erano prima che la scure del Ministero dell’Istruzione (MIUR) si abbattesse sulle istituzioni scolastiche, a danno di studenti, famiglie e, checché se ne dica, sulla qualità complessiva del sistema scolastico nazionale. Questi “docenti di fatto” sono inesorabilmente fuori dalla graduatorie ad esaurimento e senza la prospettiva di rientrarci mai, neanche qualora la loro condizione e il loro status subissero modifiche significative.
Le ragioni di questa assurda realtà sono difficili da riassumere ma, a scopo esemplificativo, dovrebbe bastare l’accenno agli oggettivi impedimenti che questi docenti precari hanno avuto nel corso degli anni passati che e che hanno ostacolato la possibilità conseguire una formale abilitazione all’insegnamento, come la gestione disomogenea e irrazionale delle Scuole di specializzazione degli ultimi 12 anni, e la loro definitiva soppressione dal 2007, con la devastante conseguenza che chi è stato assunto indirettamente dal MIUR per garantire il servizio scolastico non ha potuto ambire alla stabilizzazione perché non iscritto nelle famigerate graduatorie. Inoltre, dal ’99, in Italia non sono stati banditi concorsi pubblici e questo ha generato un ulteriore squilibrio poiché chi è stato assunto o spera di esserlo nella scuola lo è stato o lo sarà in condizioni discriminanti per tutti gli esclusi dalla GAE.
Benissimo l’idea di dare segnali di discontinuità per evitare che la scuola sprofondi, ma dispiace e meraviglia costatare che dal mondo sindacale arrivino proposte di innovazione e investimenti che, in barba al precariato esistente, dovrebbe fornire ai giovani una preparazione “al passo con i tempi”!
Certamente un precario di trenta o quaranta anni è una “roba d’altri tempi”, tempi nei quali si credeva che studiando, impegnandosi, e concorrendo lealmente per dimostrare le proprie capacità e competenze, si poteva ambire ad una onorabile e stimata carriera, anche nel mondo scolastico. Invece oggi, per amore di rinnovamento, le regole sono di volta in volta cambiate, senza rispetto dei diritti di chi lavora già, senza considerare che la ventata di rinnovamento coinvolge, meglio sarebbe dire travolge, migliaia di persone, anagraficamente troppo giovani per aver giovato degli “antichi splendori”, troppo vecchie e troppo vecchi i loro titoli di studio per poter essere nei pensieri di chi vorrebbe segnali di novità.
Con quale coraggio si pensa che si possa considerare migliaia di lavoratori “archeologia” o “zavorra” di un sistema da rinnovare? Possibile che le innovazioni debbano travolgere e non coinvolgere un sistema che, fino a prova contraria, è lo stesso che genera cervelli che ogni anno devono scappare dal nostro Paese per poter trovare una giusta valorizzazione?
Domande pesanti, le cui risposte sarebbero a portata di mano, se solo si pensasse alle persone come risorse, non come “carne da macello” ed alle quali è sicuramente più facile rispondere se migliaia di lavoratori, i precari storici della III fascia d’istituto, sono stati relegati e nascosti sotto il tappeto dell’indifferenza, della negazione e del silenzio, dimenticati dai riflettori e dalla stampa nazionale.
E se la scuola risultasse gravemente danneggiata e compromessa dall’aver sprecato e gettato alle ortiche migliaia di precari con anni di esperienza di insegnamento in ragione di scelte che guardano al “nuovo” con inconsueto interesse? Anche volendo rinnovare, il “sapere” dovrà essere tradotto in “saper fare” e i precari storici sanno fare il lavoro già da anni, come hanno dimostrato e dimostrano quotidianamente. Screditare un’intera generazione di persone, negando persino la loro formazione iniziale e pretendendo che ricomincino da capo, frequentando corsi di ancora “in cantiere”, non fa fare bella figura a nessuno, ai precari sicuramente ma ancor più ad un intero Paese, perché equivale a sostenere che, finora, le università, le scuole, la società tutta, hanno formato moltitudini di incapaci che popolano le nostre scuole e nelle grinfie dei quali abbiamo consegnato il futuro del nostro Paese, i nostri figli.

Associazione Adida

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