Karen Dalton, una vita ai margini

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Immaginate di guardare una foto di gruppo con i più grandi artisti degli anni ’70. Karen Dalton sarebbe in un angolo e forse la sua immagine sarebbe anche un po sfocata… proprio come è stata la sua vita.

Karen non amava molto registrare in studio, preferiva cantare con gli amici del Village, magari in un salotto mentre sniffava coca, oppure sotto un portico tra una birra e l’altra. Karen amava le droghe e l’alcol, come tanti altri in quel periodo e come tanti altri ha distrutto la propria vita. Karen aveva una voce pazzesca, a metà tra Janis Joplin e Billie Holiday, ma senza voler fare un vero paragone perché la sua voce era inconfondibile ed unica. Una voce che sembrava rannicchiarsi negli angoli più tristi ed uscire allo scoperto ma mai alla luce, sempre in penombra.
Karen ha avuto un vita difficile, ha lottato con le dipendenze dalle droghe e dall’alcol fino all’ultimo istante della sua vita, ed era una senzatetto quando morì nel 1993 a New York a 55 anni.
Karen era nota sulla scena newyorkese degli anni ’70 ed era anche amica di Bob Dylan, Jimi Hendrix, Fred Neil, Vince Martin,  Holy Modal Rounders, Dino Valente.
Albert Grossman, che ricordiamo in quel periodo era il manager di grandissimi come Bob Dilan e Janis Joplin, la accolse nella sua comune di Berasvill, affidandola al produttore Harvey Brooks, cercando di farla diventare una star, ma Karen aveva altri “progetti”…e così tutto andò a “puttane” in breve e dopo solo due album, lei “divina tortured souls” finì ancora più schiava delle droghe, quelle maledette droghe che consumava con voracità. Karen a mio avviso era molto più brava di tanti suoi contemporanei ma si è persa lungo la strada… una strada che ha divorato tutta la sua essenza…

Ascoltare i suoi album oggi fa male… fa male perché lei era una vera “folk singer” e la sua voce era così intensa… se non la conoscete vi consiglio di reperire i cd e poi vi perderete nelle atmosfere di quegli anni… e lo stomaco vi farà male, molto male e forse sarete precipitati sulla strada insieme a Karen mentre si spara in vena ancora un’altra dose…

Album:
It’s So Hard to Tell Who’s Going to Love You the Best (1969)
In My Own Time (1971)

It’s So Hard to Tell Who’s Going to Love You the Best
“Little Bit of Rain” (Fred Neil) – 2:30
“Sweet Substitute” (Jelly Roll Morton) – 2:40
“Ribbon Bow” (Trad.) – 2:55
“I Love You More Than Words Can Say” (Eddie Floyd, Booker T. Jones) – 3:30
“In the Evening (It’s So Hard to Tell Who’s Going to Love You the Best)” (Trad.) – 4:29
“Blues on the Ceiling” (Neil) – 3:30
“It Hurts Me Too” (Mel London) – 3:05
“How Did the Feeling Feel to You” (Tim Hardin) – 2:52
“Right, Wrong or Ready” (Major Wiley) – 2:58
“Down on the Street (Don’t You Follow Me Down)” (Leadbelly) – 2:17

In My Own Time
“Something on Your Mind” (Dino Valenti) – 3:23
“When a Man Loves a Woman” (Calvin Lewis, Andrew Wright) – 2:59
“In My Own Dream” (Paul Butterfield) – 4:18
“Katie Cruel” (Trad.) – 2:22
“How Sweet It Is (To Be Loved by You)” (Lamont Dozier, Brian Holland, Eddie Holland) – 3:43
“In a Station” (Richard Manuel) – 3:52
“Take Me” (George Jones, Leon Payne) – 4:40
“Same Old Man” (Trad.) – 2:45
“One Night of Love” (Joe Tate) – 3:19

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Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione.
Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”…
Ho sentito una chiamata… come una voce… quasi una visione mistica, prendere vita dal fango dei pensieri altrui, dall’idiozia “melmosa” e collettiva, dalla superficialità dei vuoti a perdere, dall’indifferenza dei molti, dall’apparente ed insignificante “sensibilità” dei frequentatori dei social, dalle battaglie fatte dietro uno schermo e con un click…
HO deciso di scrivere una rubrica, cattiva, anzi cattivissima ed antipatica: GLI ITALIOTI…E ALTRI “IOTI”…
Non vi preoccupate sputo su tutti, compreso me stesso… nessuna distinzione…

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