S. Agostino, un berbero universale

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Un giovane amazigh,  appassionato di filosofia, diventerà uno dei padri della chiesa cristiana influenzando tutto il pensiero occidentale medioevale. Una vita tra due rive e due epoche, segnata dalla caduta dell’Impero romano.

Molti immaginari collettivi cristiano-amazigh-africano, sono sempre in competizione per appropriarsi della memoria di S. Agostino. Niente di strano, attraverso la sua opera, scrisse lo storico André Mandouze, “qualche cosa dell’Africa nel IV° e nel VI° secolo è passata nel tessuto dell’umanità ed ha contribuito a vivificarla” (Les Africains, Ed.Jeune Afrique). Aurelius Augustinus d’Ippona, consegnato ai posteri sotto il nome del santo agostiniano, era parte dei primi berberi che assimilarono la romanizzazione trascendendo l’egocentrismo dell’ intellighenzia romana. Al di  là delle sue origini, questo africano impose la dimensione universale dell’uomo come rapporto d’amore in seno al genere umano, diventando uno dei filosofi, e teologi, più iminenti del Cristianesimo. Nascosto dietro ai suoi veli, troviamo la sua realtà storica, la sua vita d’uomo iscritto nello spazio del tempo. Aurelius Augustinus  nacque il 13 novembre 354 a Taghaste (attuale Souk Ahras, ad est di Algeri). La sua famiglia non era aristocratica, ma suo padre Patricius e sua madre Monica (la futura S. Monica) non erano indigenti. Il loro nome latino attesta la loro integrazione alla romanizzazione. In quell’epoca il diritto di cittadinanza, all’origine strettamente  riservata alle famiglie patrizie di Roma, si donava all’intellighenzia locale delle regioni dell’impero romano. Il giovane Augustinus era quindi un cittadino romano tout-court. Sino dalla giovane età si interessò al mondo delle idee e al rapporto dell’uomo con la natura e con i sensi. In quell’epoca la religione cristiana era tollerata, in seguito all’editto di Milano voluto dall’imperatore Costantino nel 313. Il politeismo aveva una forte influenza in tutto l’impero. In Africa del nord, la diversità delle credenze e dei culti religiosi era una realtà che inglobava  delle forti rivalità tra le sette e scontri tra cristiani ortodossi e eretici. I genitori di Agostino illustravano molto bene queste diversità: il padre era pagano e la madre cristiana in toto. Il giovane uomo, secondo gli storici, non era particolarmente sedotto dal cristianesimo, malgrado gli innumerevoli sforzi della madre, senza essere però politeista. A 19 anni il brillante giovane scoprì la filosofia. Era alla ricerca di una spiegazione logica del mistero del mondo e divenne manicheo. Sedotto dalle spiegazioni scientiste della dottrina di Mani (216-276), il giovane Augusto si convinse dalla dimensione materialista  dell’esegesi  manicheista. A Cartagine, durante un soggiorno di studi, cercò di approfondire questa dottrina incontrando il grande manicheo Faustus di Milevi. Ma dopo avere approfondito rimarrà deluso cercando un altra via alla sua esigenza intellettuale: decise di attraversare il Mediterraneo per capire e scoprire nuovi orizzonti di sapienza. Il periodo tra il 383 e il 387 segnarono un cambiamento cruciale nella vita di Agostino. Sul piano delle idee rifiutò il manicheismo rinnovandosi con la filosofia di Platone attraverso degli scritti dei neoplatonici come Plotinio. Queste nuova interpretazione lo condussero a non opporre sistematicamente il “materiale” allo “spirituale”. La quiete intellettuale non apparve più come una scelta binaria, ma come una ricerca che sfociava in sintesi.

Durante il suo viaggio intellettuale  il giovane maghrebino si recò a Roma e, forte della sua esperienza di rettore, insegnò un anno nella capitale e in seguito si trasferì a Milano, dove incontro’ Ambrogio (339-397), arcivescovo della città. Un incontro decisivo, perchè il padre della chiesa latina, donò ad Agostino la soluzione delle difficoltà che incontrava già ai tempi della sua prima lettura della Bibbia. Divenne cristiano e il suo battesimo avvenne nell’aprile 387.  Poco dopo il battesimo, la madre Monica morì. Ella seppe della sua conversione al cristianesimo ma probabilmente non conobbe il suo ingresso nella sacra romana chiesa. Di ritorno al suo paese natale venne ordinato vescovo di Ippona (attuale Annaba), pertanto si consacrò a questa missione con entusiasmo, viaggiando in tutta l’Africa del nord per evangelizzare le popolazioni. Aurelius Augustinus divenne  per tutti Augustin d’Ippona, inaugurando una intensa vita religiosa e una produzione letteraria prolifica. Due date andranno ad influenzare per sempre la sua vita di vescovo e di pensatore. L’anno 410,  marcato dal saccheggio di Roma del re visigoto Alarico: la città è in fiamme, lo sconcerto generalizzato, e  una parte dell’intellighenzia romana incolpa il cristianesimo di questa catastrofe. Lo storico Pierre Riché  restituisce il loro pensiero: “Quando facciamo dei sacrifici ai nostri dei, Roma è florida; adesso che il sacrificio è per un solo Dio e che i nostri sacrifici sono proibiti, ecco cosa è accaduto (…) a cosa servono le tombe degli Apostoli?” (Le invasioni barbariche, Ed. PUF, 1983).  Dalla sua città nordafricana, S. Agostino rispose a quelle domande intraprendendo un lavoro  che corrispose a quattordici anni di preghiere, di discussioni e scritti. Il risultato è “La Città di Dio”, una somma di ventidue libri dove il cristianesimo amazigh sviluppa una dialettica tra la città celeste e la città terrestre. La teologia e la morale traspaiono dall’opera  in una forma  impagabile e questo segnerà durante dieci secoli non solo i cristiani, ma anche le terre d’Islam. Le esegesi di El Boukhari e di Mouslim, colonne della charia, hanno largamente attinto dalla Città di Dio.  Una seconda data segnò la fine della vita terrena  di Agostino: 429, arrivo dei vandali in Africa del nord. Dopo aver attraversato lo stretto di Gibilterra, a Tangeri, si accamparono sul litorale verso est. Arrivano poi a Ippona stabilendo la sede della città fortificata. Il vecchio vescovo organizzò la difesa  che durò circa un anno.  La città cadde in mano ai vandali soltanto dopo la morte di Agostino, il 28 agosto 430. Contrariamente a Ippona, che è una rovina, l’opera del pensatore amazigh resiste ai tempi  ed è universale. Le terre del nord-Africa  sono riconoscenti al suo enfant-prodige: la città di Annaba conserva con ammirazione e amore una sua requilia, nella basilica  di S.Agostino.

Fonte: My Amazighen

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