Intervista a Luigi Friotto, a cura di Yoshito Higashi

Luigi FriottoCosa ti ha spinto a fare il cantante?
Davvero nulla in particolare se non il tentativo di adornare quello che veniva fuori da un pianoforte poco accordato. Le cose ti prendono la mano e può arrivare il giorno in cui un’azione apparentemente “scanzonata” , il canto in questo caso, diventi una proiezione naturale del personale processo creativo.

Come ti senti prima di un live?
Sarebbe sciocco dire tranquillo. Nessuno che stia per viversi una storia incognita, alla stregua di chi guarda da fuori, è sostanzialmente tranquillo. Mi ripeto come un mantra “vediamo che succede” e cerco di praticare il silenzio. Risparmio nel frattempo la voce.

Quali sono i tuoi piani futuri?
Scrivere molto e conservare il più a lungo possibile lo stupore che nessuno dovrebbe toglierci. Figuriamoci la vita che lo stupore lo esige. La scrittura, la canzone sono figlie dello stupore e quindi esigenze di seconda mano. Servono a ricordarti di stupirti. Vivere poi di questo mestiere sarebbe un onore. Un privilegio da serbare con molta cura.

E’ stato difficile intraprendere la carriera di artista? La famiglia e le persone accanto a te, ti hanno sostenuto o ostacolato?
Fortunatamente non c’è un punto di inizio, un confine delimitato ma sempre una convergenza sfumata di fatti, intenti, suggestioni che ti fanno ritrovare prima o poi in un solco piuttosto che in un altro. È passato del tempo e mi sono accorto che questo tempo l’ho passato così. Con le canzoni e le persone che alle canzoni danno vita propria. Sarebbe anche faticoso pensarmi diversamente. Quindi posso solo augurarmi di non dovermi reinventare un mestiere. La famiglia mi avrebbe visto volentieri in banca e, dopo il lavoro, a casa, a far canzoni (hanno un’idea ottimistica del tempo). So fare la tara delle loro apprensioni normali e dico che mi spalleggiano. Come loro anche le persone più strette. Metà di quello che faccio, per essere analitici e riconoscenti allo stesso tempo, lo devo a loro.

Raggiungere un proprio stile ed una propria identità, quanto sono importanti per un musicista?
Vitale. Tutti indistintamente urlano i loro primi vagiti tenendo stretta la mano di qualcuno più grande e più rassicurante. Il rischio però è di finire nella voragine di quella maledetta tendenza che ci accomuna: semplificare. Ridurre all’osso. Creare l’etichetta. La gente riduce ai minimi termini e spesso perde pezzi per strada. Con buona pace dello stupore di cui sopra. L’identità serve a rappresentarsi in modo onesto e incondizionato. Così è se vi pare.

Cos’è la musica per te?
Una cura da fare a vita sapendo che sei già guarito.

Tra fiere e streghe, falsi santi e fuochi ancestrali… siamo proprio tutti perduti?
No. Nessuno è perduto, nessuno che non voglia perdersi. Basta vedersi e ravvedersi. Io ho parlato dei potenti, le fiere del potere e poi di alcune genti comuni, arroganti deliberate, ignoranti per scelta dove ignoranza non sta per mancanza di nozioni. Intendo piuttosto assenza di bellezza, e di slancio. Come ho sentito dire un giorno “spreco alla vita”. Potenti e impotenti sono assimilabili, è l’arroganza ignorante che segna il passo.