The imitation game, la recensione

The Imitation Game hSiamo al principio della Seconda Guerra Mondiale quando Alan Turing, genio assoluto nei campi della matematica e della decrittazione dei codici, viene coinvolto in un progetto segreto della Marina inglese e dell’MI6 che prevede il lavoro di un’equipe specialistica rispetto alla risoluzione del problema costituito da Enigma, il codice tedesco attorno al quale, di fatto, si sarebbe giocata la vittoria nel conflitto.
Omosessuale non dichiarato – ai tempi, in Gran Bretagna, era considerato un reato – e dal carattere spigoloso, Turing incontrerà non poche difficoltà per affermare le sue posizioni e giustificare il tempo, le energie ed i soldi investiti nel progetto che lo vede protagonista: e quando, tra intuizione e caso, il cerchio troverà la sua quadratura, Alan e i suoi dovranno fare buon viso a cattivo gioco in modo da coprire la scoperta più importante dell’intera guerra.

Prima di iniziare a scrivere questo post, trovo giusto chiedere scusa a Morten Tyldum, che dopo Headhunters ha dato conferma del suo talento visivo e narrativo sfornando un prodotto dal respiro internazionale e molto pop, a Benedict Cumberbatch, come sempre talentuoso, al mio passato da obiettore di coscienza, ed al significato profondo di certi ideali politici e civili nei quali sento di credere fortemente.
E anche a The imitation game, che per essere un giocattolone hollywoodiano fatto e finito per piacere dell’Academy, funziona più che bene, è confezionato con perizia ed avvince dal primo all’ultimo minuto.
E mi pare giusto chiedere scusa anche ad Alan Turing: io non sono il governo britannico, e non ho mai avuto alcun motivo per considerare l’omosessualità un reato, o qualcosa che andasse contro Natura.
Tutte queste scuse perchè, di fatto, questo post non tratterà per nulla la critica effettiva del film in questione, che, ci tengo a dirlo, a livello di intrattenimento ha svolto alla grande il suo compito pur essendo ben lontano dal rimanere impresso nella memoria per un effettivo valore artistico o emozionale.
Tutte queste scuse perchè, più o meno a partire dal momento della decrittazione di Enigma – evento fondamentale per lo svolgimento come lo conosciamo della Seconda Guerra Mondiale, per il quale tutti noi dovremmo ringraziare, sia chiaro – l’unica cosa cui ho potuto pensare è stato il parallelo tra questa pellicola ed American Sniper: due titoli usciti – almeno qui in Italia – nello stesso periodo, entrambi candidati all’Oscar come Miglior film – anche se, con ogni probabilità, nessuno dei due vincerà la statuetta -, entrambi legati alla Guerra.
Peccato che, se da un lato la maggior parte della critica si è schierata contro il patriottismo almeno presunto di Eastwood e sull’altrettanto presunta esaltazione della “missione” di Chris Kyle, il cecchino più letale della Storia dell’Esercito USA, dall’altro si sono sprecati elogi e commossi articoli rispetto al ruolo ricoperto da Alan Turing e dai suoi nella loro missione di decifrazione di Enigma.
E la cosa curiosa è data dal fatto che, senza girarci troppo attorno, questi due uomini così diversi hanno, di fatto, e per usare termini militari, compiuto la stessa missione: mossi dal principio di protezione del proprio Paese – o famiglia, o valori, o qualunque cosa vogliate inserire in questa casella -, Kyle e Turing hanno, di fatto, compiuto delle scelte che hanno portato alla morte di qualcuno affinchè un bene “superiore” fosse compiuto.
Anche quando, nel concreto, nessuno saprà mai o potrà mai sapere se effettivamente di bene superiore possa trattarsi.
Certo, da una parte abbiamo cellule terroristiche sfruttate come una scusa da certi politicanti mossi come burattini dall’economia del petrolio e dall’altro Hitler, probabilmente l’incarnazione del Male più riconosciuta del ventesimo secolo, poche centinaia di Marines che obbedivano agli ordini di Bush rispetto a milioni di vite in tutta Europa, eppure il risultato, matematicamente parlando, non cambia nonostante il variare dei fattori: Turing, lontano dalle certezze granitiche di un certamente più semplicistico – in termini intellettuali – Kyle, ha cercato per tutto il resto della sua vita un modo per non finire schiacciato da sensi di colpa che il suo “collega” – in quanto uomo al servizio di un Paese – texano probabilmente non provava, ed ugualmente, benchè non fosse mai sceso sul campo di battaglia fisicamente, dallo stesso ha finito per non tornare mai, proprio come il ragazzone raccontato da Eastwood.
Due personaggi cardine di due conflitti.
Due uomini con le mani ugualmente sporche di sangue.
Ed è qui, che gli interrogativi hanno finito per impazzare, nel sottoscritto.
Perchè un critico dovrebbe esaltare la figura di Turing – empaticamente più appetibile, essendo outsider, loser, nerd e chi più ne ha, più ne metta – rispetto a quella di Kyle?
Intellettualismo? Deresponsabilizzazione politica? Desiderio di mettersi in qualche modo e comunque al di sopra di tutto quello che è troppo semplice, troppo diretto, troppo privo di ideali “alti” – e poi, quali saranno mai, questi ideali!? -?
In fondo, questi due “eroi” dei loro tempi hanno portato a termine una lotta che non ha risparmiato nessuno di loro, che li ha visti assumere le caratteristiche di simboli oscuri tanto quanto di quelle di leggende – a seconda di quale sia il punto di vista dal quale li si guarda -.
Personalmente, la cosa evidente è che si tratti semplicemente di uomini.
Due uomini molto diversi, certo.
Espressioni di culture ed epoche lontane.
Eppure entrambi capaci di consacrarsi ad una causa – quella che ritenevano giusta – con tutta la loro essenza.
In grado di superare dilemmi morali – e non crediate che le decisioni di Turing e della sua squadra di mantenere segrete le informazioni sacrificando, di fatto, centinaia di civili in nome della vittoria degli Alleati li rendano migliori solo in quanto vincenti di Kyle con il suo paio di centinaia di bersagli abbattuti – che potrebbero spezzare chiunque di noi.
Tranne quelli che la Guerra dimostrerebbe capaci di farlo.
Perchè è questo, la Guerra.
Un Male che porta a galla il Male insito in ciascuno di noi.
Anche quando quello stesso Male – come le capacità – diviene un mezzo fondamentale per salvare le vite di chi abbiamo accanto.
In questo senso, The imitation game è la macchina. Perfetta quanto si vuole, ma una macchina.
American sniper resta, con tutto il peggio che è possibile pensare, l’Uomo.
Ragione e istinto.
E la cosa di cui dovremmo avere paura è che entrambe le cose possono portarci alla vittoria.
Pagando un prezzo comunque troppo alto.

MrFord