CE7A0020.jpgTutti i lungometraggi di Bennett Miller, compreso il suo film d’esordio, il documentario THE CRUISE, ruotano attorno a persone reali con una spiccata personalità che si trovano in circostanze insolite. E malgrado l’immensa quantità di documenti raccolta durante gli anni di preparazione per FOXCATCHER – Una storia americana, in fin dei conti sono quei fatti nudi e crudi ad alimentare la narrazione drammatica e molti di essi, come indicano gli attori, sono stati distillati e continuamente rielaborati nel corso della lavorazione. “Trasformo un fatto reale in finzione per permettere di risalire alla verità”, dichiara Miller. “Alcuni mesi dopo l’uscita di TRUMAN CAPOTE – A SANGUE FREDDO, ho ricevuto una lettera di Harper Lee. Sosteneva che il film fosse una dimostrazione che la finzione può essere un mezzo per arrivare alla verità. Sottolineava il fatto che una buona parte della trama fosse inventata, ma anche che ‘il film raccontava la verità su Truman’. Ho cercato di fare la stessa cosa con FOXCATCHER – Una storia americana.”

Miller sente parlare per la prima volta della storia dell’eccentrico plurimiliardario John Eleuthère du Pont (Steve Carell) e dei due fratelli campioni di lotta libera, Mark (Channing Tatum) e Dave Schultz (Mark Ruffalo) quando i produttori esecutivi Michael Coleman e Tom Heller gli mostrano un articolo di giornale che illustra la vicenda. “Le circostanze mi sono sembrate comiche e assurde, ma le conseguenze erano terribili e reali”, ricorda il regista. “Le cose stranissime che sono avvenute in quella villa non assomigliavano a nulla che io avessi sperimentato in prima persona in vita mia, ma nonostante questo ho subito provato una sensazione di familiarità. C’era qualcosa in quella storia o forse sotto a quella storia che sentivo essere tutt’altro che stana. Anzi, l’esatto contrario”. Benché il primo istinto di Miller sia stato di accettare immediatamente il progetto, il tempo e l’energia che vi ha dedicato in seguito sono stati enormi. Come aveva fatto in precedenza per TRUMAN CAPOTE – A SANGUE FREDDO e L’ARTE DI VINCERE, il regista si è imbarcato in un intenso percorso di ricerca e documentazione che si è protratto per diversi anni. “Volevo scoprire gli aspetti sconosciuti della vicenda e per farlo ci vuole tempo. Occorrono anni e bisogna essere animati da un forte interesse e dotati di una grande attenzione”, dichiara. “È una storia che nasconde delle verità scomode: tutte le persone con cui ho parlato mi hanno dato la sensazione di custodire un qualche aspetto segreto di quanto è accaduto”.

Miller ha percorso in lungo e in largo gli Stati Uniti, viaggiando in Iowa, California, Colorado, Missouri e Pennsylvania, per scovare materiali e intervistare decine di persone, compresi Mark Schultz, la vedova di Dave Nancy, gli amici e colleghi lottatori dei due fratelli, persone che avevano lavorato per conto di du Pont, poliziotti e chiunque fosse stato testimone di qualche capitolo della storia. Oltre a tutti questi resoconti di prima mano, il regista ha anche messo insieme una miniera di video sia di du Pont sia dei fratelli Schultz.

Benché Dave fosse più grande di Mark solo di pochi mesi, i due non erano legati da un classico rapporto fraterno. I loro genitori si erano separati quando loro erano piccoli e Dave aveva assunto un ruolo paterno nei confronti di Mark, mentre venivano sballottati tra la casa del padre e quella della madre, dovendosi arrangiare per conto loro. Mark provava nei confronti del fratello un amore immenso, una grande riverenza e una dipendenza emotiva: aveva bisogno di lui per sentirsi appoggiato, come partner nella lotta e come allenatore, ma al tempo stesso era estremamente geloso del successo di Dave e il suo malessere interiore non fece che acuirsi con il passare degli anni. “Mark conservò sempre il ruolo del fratello piccolo che non riesce a sfondare e che non sa camminare con le proprie gambe né cavarsela da solo”, osserva Channing Tatum. “Doveva sempre fare affidamento su Dave e questo gli impediva di avere una vita propria, una carriera e la cosa che più desiderava al mondo, il rispetto della gente nei suoi confronti”. Questa sua confusa vulnerabilità, spinge Mark a rivolgere la sua rabbia repressa sia contro se stesso sia contro i suoi avversari nella lotta, fino al punto di prendersi letteralmente a pugni in faccia in certi momenti. Aggiunge Tatum: “Credo che nessuno avrebbe potuto punire Mark più di quanto potesse farlo lui stesso e penso che infliggendosi quelle punizioni si sia indurito e protetto dal mondo esterno”.