Max ManfrediSolo alcuni artisti, con il passare del tempo sono come il buon vino, che invecchiando prende nuovi “sapori e sfumature”, e Max decisamente è un “buon vino invecchiato”. Il suo ultimo album si intitola “Dremong” ed è un “atto d’amore” alla musica. Ecco per me e per voi, l’intervista con Max…

Cantar le canzoni finché c’è chi le riceve, ma chi è che le riceve?
Tutti i testimoni di questa festa mancata, che è la canzone. Restano lì a bocca aperta, e questo è teatro, nel suo senso etimologico. Se poi è il maremoto, a cantare le canzoni, come nella mia “Finisterre” che tu citi, le ricevo io, o qualcun altro, come se fossimo stazioni radio. Non c’è merito, ma c’è precisione nel sintonizzarsi.

L’arte di arrangiarsi che diventa l’arrangiarsi dell’arte. E’ questo secondo te la “vera” strada della musica?
No, è solo un gioco di parole un po’ amaro. La musica ha migliaia di strade. Cerca sbocco, la musica, la mia musica, in orecchi non inetti, non legiferanti. Se io dico che una qualche musica mi fa schifo, o mi annoia, o mi diverte, o mi illumina, o mi sprofonda in altre dimensioni, non sto legiferando. Sto manifestando le mie impressioni.

Il Dremong è l’orso della luna. Quanto sei luna e quanto orso?
Non “sono” luna, sono un orso lunatico, lunare. Un ingombrante testimone e amico della Luna.

Senti ma esattamente dove si svolge la sagra della Gnocca del Solstizio?
In qualche posto in provincia dell’Ottusità. Dove la moda è già diventata vecchia e fatturabile.

Ma se non ho un accendino, non posso bruciarmi il dito e vedere il volto dell’altra persona. Qual è la cosa peggiore? Non bruciarsi o non avere un accendino? O è la stessa cosa?
L’accendino normalmente serve per accendere le sigarette. L’uso che descrivo in “Diadema” è perverso, serve a guardare un oggetto d’amore in un ambiente semibuio…un po’ come accenderli a un concerto; però in questo serve anche a baciare, a precipitare in un’altra dimensione mentale in cui ci si distrae abbastanza da bruciarsi. E’ quasi un bottone per un passaggio nello spaziotempo, un wormhole scenografico.

Se la notte non ti fa dormire, è per questo che le hai dedicato una canzone? E’ una sorta di vendetta?
No, è un atto d’amore. Non soffro d’insonnia, di solito, ma conosco bene i confini e le dogane del sonno. Tutto il mio libro “Trita Provincia” si destreggia fra l’orlo della scrittura e quello dei sogni.

Piove… pioggia di marzo che sveglia col suo canto il sonno leggero d’aprile… Scusa la domanda “bagnata”, hai dedicato una bellissima canzone alla pioggia, ma se esce il sole che succede?
Quando torna il sole, viene quando vuole, fra i mercati al caldo…

Una tua bellissima canzone si intitola “Il negro”. Tu scegli sempre con cura le parole, come mai l’utilizzo della parola “negro”, che spesso è dispregiativa?
“Negro” è diventata parola dispregiativa, ma in realtà è molto antica e nobile. In questo caso il termine è metaforico, indica il cosiddetto “ghost writer”, chi scrive al posto di un altro per un piccolo compenso.

Ti capita mai di “rimpiangere” il futuro, per come potrebbe essere e non è?
Sempre. Rimpiango solo il futuro, o il passato non avvenuto.