Laurent TirardCosa le ha fatto venir voglia di lanciarsi ancora una volta nell’avventura del Piccolo Nicolas?

Essendo Il Piccolo Nicolas una serie, abbiamo subito ipotizzato un seguito che, dopo il successo riscosso dal primo film, è diventato un imperativo. Affrontando l’aspetto delle vacanze, ho ripensato ai film della mia infanzia, come Le vacanze di Monsieur Hulot o Hôtel de la plage, e mi sono detto che questo tema ci avrebbe permesso di avventurarci in un ambiente diverso e di evocare la spensieratezza delle vacanze estive negli anni ’50 e ’60. È stato questo aspetto, il cambiamento di universo e di tono, a farmi venire la voglia di ricominciare.

Il primo set resta un ricordo molto forte e indimenticabile, un’esperienza carica di emozioni intense: lavorare con i bambini è stato davvero magico. Per questo motivo ero dibattuto tra il timore di restare deluso e la voglia fortissima di ripetere quell’esperienza. Ho fatto bene a riprovarci perché è stato un altro grande momento di felicità.

Quali sono i suoi legami con questo personaggio?

Quando da piccolo leggevo Il Piccolo Nicolas, provavo un senso di identificazione molto forte: mi paragonavo senza difficoltà a quel bambino che ha nei confronti della vita uno sguardo un po’ sfasato poiché la osserva attraverso il prisma della sua immaginazione.

Nella scrittura della sceneggiatura si è sentito più libero rispetto alla prima volta?

Per il primo film, Grégoire Vigneron, il mio co-sceneggiatore, e io sentivamo il peso della responsabilità dell’adattamento che doveva essere il più fedele possibile. Questa volta avevamo a disposizione meno materiale, perché esiste una sola raccolta che descrive le vacanze estive di Nicolas quando viene mandato in colonia e questo ci ha di fatto permesso una più ampia libertà di immaginazione. Inoltre, dopo aver superato la precedente prova e aver acquisito la fiducia di Anne Goscinny, di Jean-Jacques Sempé e del pubblico e dopo esserci impadroniti del personaggio, sentivamo di poterci lasciare andare e di poter inventare più cose.

Quali sono state le principali sfide questa volta?

Era necessario evitare la concatenazione delle piccole cronache che caratterizza i libri e trovare una vera e propria trama dotata di un filo conduttore. Ma mettendo in parallelo diverse storie, quella di Nicolas e di Isabelle, quella dei genitori, quella del padre di Nicolas con il suo capo, siamo riusciti a intrecciare più filoni narrativi rispetto al primo film.

La sceneggiatura concede ampio spazio agli adulti. È stato intenzionale fin dall’inizio?

Non lo avevo del tutto previsto. Nel primo film, avevamo ritenuto opportuno dare importanza agli adulti per consentire a tutti gli spettatori di apprezzare la storia. E in realtà era stato estremamente piacevole lavorare sul carattere dei personaggi, in particolare quello della madre, che abbiamo dotato di una certa verve comica. Abbiamo dunque voluto svilupparli in questo secondo film.

La doppia chiave di lettura è un dispositivo vincente che le sta a cuore. Perché?

Da spettatore cinematografico, amo molto la tendenza che ha inaugurato la Pixar con film come Toy Story, che resta un punto di riferimento in materia. Prima, la maggior parte dei film di animazione si rivolgeva esclusivamente ai bambini. Oggi la tendenza generale è un’altra, in cui è bene iscriversi e nella quale io mi sento a mio agio. Più della gran parte delle persone, so di avere una doppia personalità, quella dell’adulto e quella del bambino. Di conseguenza, mi risulta piuttosto facile mettermi al livello dei più piccoli e durante la scrittura mi viene naturale sviluppare un doppio piano di lettura.

Ha approfittato del film per rievocare dei ricordi personali?

Non mi ero fatto scrupoli a farlo neanche nel primo film. Ne Il piccolo Nicolas e i suoi genitori molti degli aneddoti vengono direttamente dalla mia infanzia. Nel secondo film, ho preferito inserire i miei riferimenti cinematografici. È riconoscibile Jacques Tati, ma ci sono anche allusioni a Hitchcock, Kubrick, Bardot e Fellini, in particolare a Psyco per la scena della doccia. Il film è una sorta di omaggio al cinema con cui sono cresciuto e che mi ha nutrito.

Visto che i giovani eroi del primo film sono cresciuti, ha dovuto ricomporre interamente il cast dei bambini. È stato complicato?

No, ho visto una quindicina di ragazzini per scegliere il protagonista, ma è stato un processo piuttosto rapido. La selezione del cast è molto diversa con i bambini: non sono consapevoli della posta in gioco, non sentono tanto la pressione e sono molto più spontanei. L’idea è un po’ quella di invitare dei piccoli amici uno a uno e di giocare insieme a loro. Cerco sempre di rendere il momento del provino il più possibile ludico, proponendo esercizi e improvvisazioni. Mi dà un grande piacere e mi vengono sempre un sacco di idee.

Come si dirige un bambino?

Contrariamente a un adulto, un bambino non deve intellettualizzare una scena: assimila troppe cose e se lo facesse non riuscirebbe più a essere spontaneo e naturale. Bisogna dunque cercare di comunicare con loro utilizzando il minor numero di parole possibile. Poiché tutto quello che uno dice è importante, è necessario trovare quel piccolo stratagemma che aiuti il bambino a conservare il lato intuitivo che permette che il tutto resti un gioco.

Oltre a Kad Merad e Valérie Lemercier, ha scritto pensando a nuovi attori per i ruoli adulti?

Ho scritto il personaggio del produttore italiano per Luca Zingaretti che avevo felicemente diretto in Asterix e Obelix al servizio di Sua Maestà. Sentivo che aveva una grande potenzialità comica.

Per il personaggio della nonna avevo pensato a Bernadette Lafont, con la quale abbiamo infatti girato un giorno, ma che è deceduta prima del nostro secondo incontro. Dominique Lavanant, che le era molto affezionata da quando avevano recitato insieme in Paulette, all’inizio era reticente all’idea di prendere in mano il suo personaggio, ma abbiamo convenuto che era quello che la sua amica avrebbe voluto e, con nostro immenso piacere, ha accettato.

Come siete sbarcati a Noirmoutier-en-l’île?

Due anni fa, quando ho confidato a un’amica che mi accingevo a scrivere la sceneggiatura di questo film, lei mi ha immediatamente suggerito di girarlo sulla Plage des Dames. Non ero mai stato su quella spiaggia. Quando è stato il momento dei sopralluoghi, sapevamo di dover trovare una località sulla costa atlantica e abbiamo mandato la nostra équipe a vedere tutte le spiagge, dalla Normandia ai Paesi Baschi. Poco dopo, siamo rimasti colpiti da una fotografia… ed era quella della Plage des Dames! È incantevole, per le sue dimensioni, la sua forma a mezzaluna, il piccolo albergo che la sovrasta e il bosco che la circonda. Ha un aspetto ideale vicino all’universo del Piccolo Nicolas. Non avremmo potuto scegliere altro luogo.

Quali indicazioni ha dato per gli ambienti?

Dopo aver scelto il rosso e il nero come i due colori principali nel primo film, questa volta abbiamo privilegiato il giallo e il blu. Ma a dire il vero non ho avuto molte indicazioni da dare. Come accade nella maggior parte delle troupe, il fatto di lavorare con la stessa scenografa da diversi film (da Le avventure galanti del giovane Molière in poi, per l’esattezza), permette un reale risparmio di tempo, visto che conosce i miei gusti in fatto di colori, materiali, tagli e ci capiamo al volo.

Quali sono stati i momenti salienti delle riprese?

La scena del ballo mascherato, con tutte quelle persone in costume, aveva qualcosa di fiabesco che mi ha ricordato la mia infanzia. La ripresa in cui i bambini si passano di mano in mano un serpente vivo è stata molto buffa perché loro si divertivano veramente. E poi ci sono stati dei momenti magici, come quello della conversazione tra il padre e il proprietario del piccolo bar. Sulla carta, quel breve scambio di battute non era nulla di che ma, grazie all’interpretazione degli attori, ha assunto una dimensione straordinaria. Lo stesso discorso vale per la scena nella soffitta, quando in un battere di ciglia Isabelle passa dall’avere un viso terrificante all’avere quello di una bambina incantevole. Sono scene che possono anche essere scritte alla perfezione, ma se non trovi gli attori capaci di interpretarle, non funzioneranno mai.

Cosa l’ha resa più felice in questa avventura?

La possibilità di lavorare di nuovo con dei bambini e di ritrovare la mia troupe. Sul set regnava una grande leggerezza e si percepiva il piacere di essere spensierati. Abbiamo girato una commedia a piedi nudi nella sabbia e la sera ci trovavamo tutti insieme in quello stesso luogo. Ogni cosa è avvenuta con grande facilità e tutti erano contenti di far parte del progetto. Mi sono spesso detto che fare cinema negli anni ’60 doveva essere qualcosa di simile.

Le piacerebbe realizzare altri capitoli del Piccolo Nicolas?

Lo farei con immenso piacere. Ma, dopo questi due film e l’adattamento di Asterix, vorrei prima concentrarmi su una sceneggiatura più personale.