copertina di CronenbergNathan e Naomi, due giovani fotogiornalisti all’avanguardia sia a livello tecnologico che culturale, si trovano a lavorare su casi apparentemente accomunati solo dalla loro stranezza, ma destinati ad incrociarsi. Il primo, dal cuore della Bulgaria e dalle ricerche dell’inquietante chirurgo estetico Molnar, si troverà trapiantato in Canada, ospite di uno scienziato desideroso di realizzare con il ragazzo un libro sulla sua vita ed opera che vive con una figlia dedita all’autocannibalismo, mentre la seconda, fagocitata dalla vicenda degli Arosteguy, due filosofi francesi, coppia affiatata ed insolita, invisa alla Giuria di Cannes e pronta ad educare i propri allievi attraverso il sesso, si mette sulle tracce di Aristide, apparentemente colpevole di aver ucciso e divorato la sua compagna Celestine prima di rifugiarsi a Tokyo.
Ma è tutto vero quello che sembra?

Fino a qualche anno fa, se qualcuno mi avesse detto che un giorno il solo pensiero di approcciare ad un’opera di Cronenberg mi avrebbe fatto storcere il naso non ci avrei creduto, anzi, probabilmente avrei investito il suddetto qualcuno con una scarica delle bottigliate delle migliori occasioni.
Dagli esordi al meraviglioso dittico costituito da A history of violence e La promessa dell’assassino, infatti, il regista canadese ha rappresentato una delle certezze più solide del sottoscritto, uno dei nomi di fiducia quando si trattava di dare indicazioni rispetto ai favoriti della settima arte, la garanzia di trovare un rifugio all’interno del quale riparare in caso di bisogno.
Peccato che, da A dangerous method in poi – ed in particolare con i successivi e spentissimi Cosmopolis e Maps to the stars – il vecchio David si sia come avvitato su se stesso, proponendo al suo pubblico prodotti irritanti, vacui ed assolutamente troppo radical per poter passare indenni da queste parti: quando mio fratello, per natale, recuperò Divorati, primo romanzo firmato dallo stesso Cronenberg, accarezzai la speranza che, forse, ripartendo da un nuovo media, la situazione già delicata dell’autore de La mosca potesse migliorare.
Purtroppo per me, ero in errore.
L’esordio sulla pagina di Cronenberg, infatti, è un’epopea spocchiosa e fredda da studente dello IED in preda a qualche turba da ego straripante, una storia che avrebbe potuto anche essere interessante – e, a tratti, lo è anche – trasformata in un bignamino dei prodotti tecnologici più all’avanguardia nei campi di informatica e fotografia – spesso e volentieri, mi è quasi parso di trovarmi all’interno di un negozio, e che l’enigmatico David mi stesse proponendo questo o quel prodotto, e da Sony a Apple ho avuto la spiacevole impressione che si stesse trattando della marchetta selvaggia di un appassionato divenuto merce da sponsor per i grandi marchi.
Come se questo non bastasse, il “cast of charachters” risulta sterile e distaccato, in più di un’occasione irritante, lontano anni luce – e non in senso positivo – dal lettore e dal suo contatto con la pagina, pronto a traghettare verso un finale troppo aperto ed assolutamente inconsistente per lasciare il sapore della soddisfazione in bocca una volta terminata la lettura.
Un vero peccato, perchè le vicende di Molnar, di Roiphe e soprattutto degli Arosteguy conservano come insetti sottopelle spunti notevoli, o quantomeno in grado di avvincere potenzialmente un pubblico stregato dal famoso fascino dello scarafaggio rivoltato.
La cosa più grave, ad ogni modo, è parsa la totale mancanza di ironia, sacrificata ad un compiacimento che coinvolge e contagia tutti i personaggi, i capitoli, la cornice e la scelta di un autore già affermato di reinventarsi come romanziere conscio del fatto che, con ogni probabilità, nessun critico lo tratterà particolarmente male.
Specialmente se radical, per l’appunto.
E’ davvero un peccato maltrattare così non solo uno dei regali di natale del mio giovane Brotha, ma anche uno degli Autori che più ho stimato negli anni della mia formazione di spettatore, eppure di tanto in tanto, penso proprio che ci voglia: certo, a Cronenberg non fregherà praticamente nulla di questo vecchio cowboy e delle opinioni in merito alla sua creatura – e mai appellativo mi parve più calzante -, e posso anche capirlo.
Ma il fatto che resta è uno ed uno solo, alla faccia delle più di trecento pagine impiegate dal regista e scrittore per non dircelo: Divorati è il romanzo più deludente e pieno di sè che mi sia capitato di leggere da mesi – se non anni – a questa parte.
E Cronenberg dovrebbe tornare al suo laboratorio di mutazioni e lasciar perdere la socialità del grande mondo del radicalchicchismo.
Del resto, è tutta illusioria.

MrFord