Noi e la GiuliaSergio, Fausto e Diego sono quarantenni senza prospettive, prigionieri di un’attività ed un matrimonio falliti, un lavoro che si odia ed uno status costruito solo sull’apparenza. Quando si presenta un’occasione di acquisto per un casale in Campania, i tre si accordano per entrare in società insieme, ristrutturarlo e trasformarlo in un agriturismo. Aiutati dal grintoso Claudio, da sempre militante di estrema sinistra, dalla loro nuova tuttofare e da un immigrato che lavora nei pressi dello stesso casale, i tre dovranno mettere le basi per la nuova attività, l’amicizia ed il coraggio per affrontare esponenti della Camorra, pronti a sollecitare affinchè i nuovi proprietari inizino al più presto a pagare la protezione.
Riusciranno a realizzare i loro sogni e cambiare vite fino a qualche tempo prima troppo tristi, o dovranno cedere al Destino, alla società e al crimine?

Che il Cinema italiano fosse messo male quasi quanto l’horror – anzi, forse allo stato attuale perfino peggio – è una triste e risaputa realtà da diverso tempo, ormai.
Ma che il suo stato di salute fosse pericolosamente vicino al baratro da essere costretto a gridare al miracolo per un filmetto poco più che guardabile come Noi e la Giulia è davvero triste.
Non che il lavoro di Edoardo Di Leo – che, comunque, a scanso di equivoci, mi era parso già sopravvalutato con Smetto quando voglio – sia così brutto, o parte di quegli obbrobri buoni giusto per sfogare la propria ira critica e riempire i buchi nella top ten dedicata al peggio dell’anno: più semplicemente, si tratta di una pellicola esilina e decisamente derivativa buona giusto per una serata tra amici senza troppo impegno, un pò come potrebbe essere – con molte risate in più – se si decidesse di sbronzarsi gustandosi un qualsiasi prodotto della scuderia di Apatow proveniente dagli States.
In un certo senso lo spirito che anima Di Leo, il cast e la produzione è quello che, una trentina d’anni or sono, aveva lanciato Salvatores con Marrakech Express, Turnè e Mediterraneo – titoli di ben altra caratura, rispetto a questo -, e successivamente avrebbe funto da benzina per il successo dei primi prodotti di Aldo, Giovanni e Giacomo – fino a Chiedimi se sono felice, quando la vena del trio raggiunse il suo massimo prima di crollare -: peccato che molte delle trovate giungano fuori tempo massimo, che il tutto suoni troppo facile e gigione, e, in fondo, per quanto suoni davvero brutto scriverlo, “troppo italiano”, e purtroppo non nel senso positivo del termine.
In realtà la prima parte e la costruzione della vicenda – non avendo letto il romanzo che ha ispirato la pellicola – finiscono per non risultare neppure particolarmente scomode – con tutti i loro limiti -, strappando diverse risate grazie ai contrasti tra i protagonisti – dagli svenimenti di Fresi al torinese di Argentero, passando per i duetti tra lo stesso Di Leo e Amendola, il favorito fordiano del film – e l’idea di quel cameratismo d’emergenza che aveva fatto la fortuna della nostrana settima arte agli inizi degli anni novanta, ed il ritmo permettono di seguire il tutto senza alcuna fatica: ma il gioco si esaurisce troppo presto, e la faciloneria con la quale è costruita la seconda parte, dal sequestro dei camorristi al successo dell’agriturismo, fino al finale degno del peggior Ligabue cinematografico, ha il sapore della commedia alternativa pseudo rivoluzionaria – imbarazzante il personaggio di Abu, l’immigrato principe guerriero nel suo Paese contadino dalle nostre parti, che ha finito per risultarmi addirittura un pò razzista – assolutamente priva della potenza non soltanto delle pellicole che hanno reso il Cinema italiano il migliore del mondo dal primo Dopoguerra agli anni settanta, ma anche di quelle che hanno di fatto rilanciato la nostra cialtroneria da Terra dei cachi dai già citati Marrakech Express e Mediterraneo fino a Johnny Stecchino vent’anni fa.
Ma la cosa davvero triste, almeno per quanto mi riguarda, è data dal fatto che Noi e la Giulia possa essere considerato dal pubblico e dalla critica più di quello che in realtà non è, la stessa cosa che accadde – con le dovute proporzioni, ovviamente – a Il capitale umano nella corsa all’Oscar di quest’anno, quasi come se l’illusione fornita dal riconoscimento dell’Academy a La grande bellezza potesse aver inaugurato una nuova, grande stagione di Cinema italiano.
Niente di più sbagliato.
Purtroppo, siamo ancora dei falliti in cerca di riscatto preoccupati dall’ingombrante presenza di chi ci chiede un tributo assurdo ed ingiusto che non si sa bene come decideranno di reagire al giorno che viene: in questo senso si può dire che la fotografia fornita da Di Leo sia piuttosto centrata.
Ma non è detto che, allo stesso modo, sia necessariamente un bene.

MrFord