Under The Skin, la recensione

Under The SkinAlla 70ima Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è beccato una bordata di fischi. All’uscita nelle sale, lo scorso anno al volgere di settembre, la maggior parte del pubblico ha risposto con pollice verso.
Parliamo di Under The Skin, film del 2013 (basato sul romanzo, edito nel 2000, Sotto la pelle di Michael Faber), nonché terzo lungometraggio di Jonathan Glazer, regista britannico che torna dietro la macchina da presa a nove anni di distanza da(ll’altrettanto criticatissimo) Birth – Io sono Sean.

Partiamo dicendo che Under The Skin, sebbene non risulti eccessivamente ostico, non è certamente un film semplice. Si tratta di una pellicola (termine utilizzato a sproposito dato che il girato è in digitale) che intinge la fantascienza in un surrealismo dai netti richiami lynchiani (Ereserhead in primis) e che, giocando con la dilatazione dei tempi e la frammentazione del racconto, non offre alcun punto di riferimento allo spettatore, proiettandolo così in una situazione di straniamento e curiosità simile a quella sperimentata dalla (o dal) protagonista.
Siamo di fronte a qualcosa di più che ad un mero tentativo di confondere il pubblico (ipotesi sostenuta da molti) e Glazer dimostra di conoscere e di saper utilizzare in maniera sapiente il linguaggio cinematografico (regia, montaggio, fotografia), riuscendo a rendere lo spettatore “straniero in terra straniera”. Il tutto senza mai incidere negativamente sullo sviluppo delle tematiche trattate.

Un essere alieno dalle sembianze femminili (quelle di Scarlett Johansson), giunto sulla terra nei pressi di Glasgow, si mette a caccia di esseri umani, della cui carne la sua specie si nutre. Sfruttando la procacità del proprio aspetto, l’alieno (nei titoli di coda indicato con il nome di Laura -altra citazione a Lynch?- sebbene nel film non si faccia alcun riferimento ad un nome) adesca uomini adulti. Il desiderio sessuale, una delle pulsioni fondamentali, diviene l’esca perfetta.
A coadiuvarla c’è un altro alieno, che scorrazza su moto da corsa di grossa cilindrata, il cui compito è nascondere ogni traccia.

Laura si “avventa” esclusivamente su uomini celibi e senza figli. Questa è chiaramente una scelta che risponde ad un preciso scopo, ossia ridurre al minimo l’impatto della sua (o potremmo dire loro) “attività” sugli equilibri della razza umana; come se la Terra fosse un allevamento.
Uccidere un padre e marito può compromettere lo sviluppo della prole, nonché cancellare qualsiasi possibilità che nascano nuovi figli, quindi meglio tritare uomini adulti senza famiglia; una sorta di (passateci l’espressione poco raffinata) “mangiamo la gallina che non fa uova, tanto ci sia o no nel pollaio non fa differenza”.
E’ un comportamento simile (forse più umano e meno crudele) a quello che noi mettiamo in atto nei confronti degli animali di cui ci nutriamo.

Laura tenta di apprendere quanto più possibile sugli umani. Quale posto migliore, per tale scopo, di un centro commerciale?
Glazer riteneva fondamentale che gli attori mostrassero dei comportamenti e delle movenze quanto più naturali possibile, così da ricreare su schermo quello che è il mondo reale. L’espediente utilizzato è stato quello di riprendere, a loro insaputa, dei comuni passanti (cosa che in alcuni punti risulta palese), i quali si sono ritrovati ad interagire con la Johansson, inconsapevoli del fatto che fosse un’attrice, che stesse recitando e che fossero in un film
Ad esempio la scena in cui la protagonista inciampa (volontariamente), divenuta un celebre meme sul web, è stata girata con l’ausilio di tre telecamere nascoste (difatti la qualità delle riprese, in quel caso, non è il massimo) proprio al fine di catturare le reazioni reali dei passanti ignari.

Cos’è che ci rende umani? Aristotele affermava “l’uomo è un animale sociale”. La psicologia ha da tempo dimostrato che le emozioni hanno una base biologica (sono parte della nostra eredità genetica), o quantomeno le cosiddette 6 emozioni fondamentali (ossia innate): rabbia, paura, repulsione, tristezza, gioia, sorpresa (non bisogna certo insegnare ad un bambino ad avere paura). Il tempo e la socializzazione non semplicemente permettono a queste sei di svilupparsi, ma consentono la comparsa di emozioni nuove (come l’orgoglio, la vergogna).
I membri della razza aliena non hanno delle vere interazioni; sono freddi, simili ad automi programmati. Il contatto tra alieno ed essere umano (special modo con l’uomo affetto da neurofibromatosi -non è make up e il tizio si chiama Adam Pearson- che richiama il celebre The Elephant Man) innesca una sorta di primitivo processo di cambiamento interiore che, rapidamente, sviluppa l’embrione delle emozioni.
Se, come in molti credono, gli occhi sono lo specchio dell’anima, allora è quello il punto in cui possiamo scrutare la metamorfosi (difatti l’alieno in moto controlla gli occhi di Laura, ed è proprio guardandoli riflessi nello specchio che questa comprende la portata del cambiamento).

La donna che compare nelle battute iniziali, a cui Laura prende gli abiti, è anch’essa un alieno, che viene eliminato proprio perché capace di provare emozioni (la vediamo piangere) e di conseguenza (possiamo supporre) reticente ad uccidere.
Il cacciatore che rifiuta di cacciare. Di grande impatto è la sequenza in cui Laura cerca di mangiare una fetta di torta, spinta dal desiderio di trovare un modo diverso per nutrirsi, senza però riuscirvi.
L’impossibilità di andare oltre la propria natura, in quanto vincolo ultimo invalicabile, barriera insormontabile. Siamo ciò che siamo; e loro sono predatori (come sottolineato dalla scritta adesiva “Shark” sul casco dell’alieno in moto).

I sentimenti, nostra massima forza, e la crudeltà, condanna innata del genere umano; ma non soltanto questo. Si parla della società vista da occhi neutrali che evidenziano virtù e contraddizioni, di alienazione e di aspetto fisico (tabù imperante che orienta fortemente tutti i nostri rapporti, consapevolmente e non), della scoperta di sè e della propria natura (sottolineata dalla ormai celebre scena di nudo integrale della Johansson, che riesce a risultare incredibilmente delicata).
Una regia elementare ma elegante, supportata da una fotografia gelida (opera di Daniel Landin) e da una colonna sonora straniante (di Mica Levi), tesse un film affascinante, capace di inglobare lo spettatore in alcune delle immagini più suggestive viste sul grande schermo nell’ultimo periodo.
Under The Skin secondo noi è un film notevole, una piccola perla che non tutti riusciranno ad apprezzare ma che sicuramente merita una visione… non solo per la patata di Scarlett.