rocco-siffrediQual è stata la sua reazione quando due documentaristi francesi le hanno proposto questo ritratto filmato?

È sempre fantastico sapere che qualcuno si interessa alla tua vita. Avevo già avuto tre proposte in passato. La prima da parte del figlio di un grande regista polacco, la seconda da parte di un italiano e la terza da parte di un americano. Thierry e Alban mi hanno mostrato i loro film precedenti e mi è molto piaciuto il loro modo di affrontare i loro soggetti e di filmarli. E questo è stato fondamentale nel persuadermi a lasciarmi finalmente riprendere sotto un profilo molto personale. E poi io sono nato artisticamente in Francia: il mio primo film porno è stato girato a Parigi nel 1986 per Dorcel. E quando in seguito ho deciso di pubblicare un libro autobiografico è stato su suggerimento di un editore francese. Probabilmente questo dipende dal fatto che la Francia è più emancipata in tema di sesso, è meno ipocrita. I francesi mi sembrano in una posizione migliore rispetto a tutti gli altri per raccontare la vita di un uomo che ha scelto un percorso che non è, per così dire, tradizionale…

Quando è nato il progetto, lei aveva appena compiuto 50 anni. Questo evento ha avuto un ruolo nella sua decisione di raccontare la sua storia?

Sì, assolutamente. Quanto arrivi a cinquant’anni, le scelte che hai fatto impongono una riflessione, ma sembrano anche più chiare. Sia le buone sia le cattive. Hai improvvisamente l’età giusta per soppesarle, per raccontarle.

C’era anche la voglia di rompere con l’immagine di Rocco l’attore porno?

La gente ha un’immagine di me come di una super-macchina. E posso essere quella super-macchina davanti alla videocamera. Ma qui, per la prima volta, mi si può vedere completamente a nudo. Per me è molto più difficile mettermi a nudo in questo modo che apparire senza vestiti sul set per girare una scena hard. Non è lo stesso modo di scoprirsi.

Questo mettersi a nudo non fa anche paura?

Sì, c’è un momento in cui hai paura. Che cos’è questa paura? Sinceramente, nel mio caso non è quella di chi teme di mostrarsi per quello che è, per come è. Sono cose che io ho accettato molto tempo fa. E non si tratta neanche di pudore. Il mio timore riguarda i miei cari: mia moglie e i miei due figli. Quando hai una famiglia, cerchi di mostrare il tuo lato forte, mostri che sei un lottatore, che non hai paura di nulla, che sei invincibile, che sei un super papà. Ma contemporaneamente so che i miei figli crescono (hanno 16 e 20 anni). Un giorno, che arriverà molto presto, diventeranno a loro volta padri di famiglia, e anche loro incontreranno dei problemi. Quindi mi sono detto che hanno già l’età giusta per sentire il loro padre dire determinate cose, per vederlo sotto una luce diversa. Nella vita, a volte mi capita che la mia decisione occupi non soltanto tutta la mia mente, ma anche il mio corpo. Tutto il mio corpo. Tutta la mia anima. Al punto che ho acconsentito a dire certe cose, su mia madre, sul mio passato, sui miei fantasmi.

Ne avete parlato tra di voi, in famiglia, di questo ritratto?

Sì. Mia moglie era forse la più reticente. Aveva più che altro paura che il film raccontasse una volta di più dei cliché sul cinema porno e lo raffigurasse come l’incarnazione del male. Mia moglie sa che faccio questo mestiere sempre con molta gioia, molta passione e molta professionalità. Mi ha visto felice del mio lavoro e temeva che ne emergesse solo il lato violento, bestiale, il lato oscuro del porno… Io condividevo questo suo timore. Anch’io avevo paura che Thierry e Alban cercassero di filmare solo il lato duro del porno. Ora penso che abbiano trovato un equilibrio. Le cose vengono dette e mostrate, ma si percepisce anche che all’interno dell’industria ci sono persone che cercano di farla avanzare e per le quali questo lavoro è prima di ogni altra cosa una passione.

Questo ritratto sarebbe quello di un supereroe della pornografia?

No, per l’appunto. È tutto fuorché questo! Ho lasciato che Alban e Thierry cercassero in ogni angolo. Sapevo che avevano una scarsa conoscenza del porno, che se n’erano fatti una certa idea. Ho corso dei rischi. Un film che mi avesse glorificato sarebbe stato orribile come pure al contrario un film che presentasse solo persone che mi vedono come l’incarnazione del male. Hanno esplorato tutte le facce del porno e hanno capito che io esercitavo questo mestiere con il massimo della professionalità possibile. E un’immensa dose di passione.

Cosa c’è di ancora difficile da dire a questo punto nella pornografia? Sembra essere ovunque, eppure nessuno è disposto a riconoscerlo…

È vero, resta il grande tabù di oggi. La violenza non è più un tabù: è ovunque, nel quotidiano della nostra vita, sui mezzi di informazione. È mostrata, esibita e a volte ci lascia addirittura indifferenti. Anche la nudità non è più un divieto: i corpi si mostrano con maggiore facilità. Resta un solo tabù, che forse è l’ultimo: la pornografia. La sessualità. E so per esperienza che uno dei problemi più grandi con cui si confronta la pornografia è che mostra il sesso maschile. Di recente, l’inserto M del quotidiano Le Monde mi ha dedicato un servizio da copertina. Ci sono state immediatamente delle reazioni molto violente. Una copertina di Le Monde con una donna nuda non avrebbe scatenato una simile reazione. Ma in quel caso si mostrava il sesso di un uomo, si toccava un’interdizione. Non si mostra il cazzo di un uomo in una rivista seria, è troppo vicino all’animalità che è dentro di noi. Il pene è una cosa da usare quando ce n’è bisogno, ma da mettere via una volta terminato l’uso. Non lo si deve raffigurare… Ecco in cosa consiste il tabù che avvolge la pornografia. Ecco perché è così disturbante. Tutti guardano immagini porno, è il segreto meglio condiviso di tutti e so anche, in quanto produttore, che i gusti sono sempre più orientati verso scene bizzarre ed estreme. La pornografia eccita tutti noi, ma nessuno è ancora disposto ad ammetterlo. Sono pochi e poche coloro che osano ammettere che è fantastica e bella, che è eccitante. Questo dice molte cose sulla nostra epoca.

Il film mostra che il suo stile di recitazione è sempre ambiguo: le sue scene hanno la fama di essere intense, a volte violente, e contemporaneamente sono cariche di una sorta di complicità con l’attrice che raramente si riscontra nell’industria del cinema porno…

Quando funziona, insieme si va verso qualcosa di intenso. A volte non ci sono più veramente dei limiti. So di essere in gran parte responsabile di una certa tendenza violenta nel porno, una moda apparsa da circa quindici o vent’anni. Potrei quasi datare lo slittamento verso questa violenza: è stata una scena durante la quale una ragazza mi ha dato una sberla in faccia. Istintivamente, gliel’ho restituita e nell’stante in cui l’ho fatto, lei ha subito goduto. A partire da quel momento, quando i segni me lo indicavano ovviamente, a volte ho cercato di entrare in quella zona in cui la violenza è un gioco ammesso, persino richiesto, ed è praticata contro uno o l’altro dei due partner. Ci ho provato con attrici come Sidonie e Kelly. Sono scene molto hard, senza limiti, in cui si gioca con il dolore e il piacere insieme. Lo ripeto, visto che ancora oggi è spesso incompreso: quelle scene sono sempre una forma di complicità con la donna, rispondono a una domanda dell’attrice in quel momento. Se non si capisce questo, non si capisce niente di quello che avviene tra lei e me in quell’istante. La vera sessualità è un’esplorazione. Consiste nel cercare dentro di noi delle cose, a volte molto violente, ma che ci fanno vibrare ancora di più. L’orgasmo perfetto, l’orgasmo supremo è una cosa complessa, che fa emergere emozioni molto intense in noi. Bisogna andare a cercarlo quest’orgasmo che ribalta tutto. È la sola cosa che conta.

Tuttavia, molti sono critici rispetto a questa posizione: ha aperto la porta verso una pornografia che cerca di denigrare la donna e che soprattutto non tiene in considerazione il suo piacere…

Troppe persone hanno cercato di imitarmi su questo terreno, senza mai capire nulla del mio approccio. Questo mi dispiace. Hanno recepito solo la violenza. La complicità è stata del tutto ignorata. Eppure, senza la complicità, quella violenza diventa insopportabile.

Una volta, mentre stavo presentando il film ROMANCE di Catherine Breillat, una giornalista del Times, e sottolineo che era una donna, mi ha detto che, dopo aver visto i miei film porno, riteneva che io avessi un cervello femminile, che la mia sessualità fosse più femminile di quanto la gente pensasse. Mi ha molto toccato, perché nel mio intimo so di essere a disagio con la sessualità maschile più cruda. Non è questa la mia ricerca. Uso il termine “ricerca” volutamente: per me, girare una scena significa entrare nel cervello della donna e cercare, cercare, aiutare a far emergere delle cose, portarla ad un altro livello. Il grado successivo, il passo successivo, il livello successivo. Se nel documentario si percepirà questa mia complicità con la sessualità femminile, ne sarò felice.

Il film la mostra in conflitto nel suo ruolo di attore, produttore e uomo d’affari che gestisce il marchio di fabbrica Rocco, di marito e padre e anche di figlio con un grosso peso famigliare sulle spalle e ancora di uomo in preda alle sue fantasie… Tutto questo crea un curioso ritratto di un uomo moderno, in preda alle sue contraddizioni, ma che cerca di essere tutto questo contemporaneamente…

Sì, credo di appartenere a una generazione che è entrata testa e piedi nella confusione. Non so se sono il prototipo di un uomo moderno, ma la confusione sì, la rivendico. La sessualità mi ha attratto come un’amante, ma mi ha anche fatto smarrire in territori complessi. Il mio primo desiderio quando ho iniziato a fare questo mestiere era di rendere mia madre e i miei fratelli più felici. Venivamo da una famiglia modesta, volevo che soffrissero meno, che avessero meno stress e una vita più rilassata. Ho impiegato del tempo a guadagnare dei soldi con il porno, oggi posso aiutarli, ma questo non è sufficiente a regolare i conti. Dopo trent’anni di porno, non sono ancora riuscito a normalizzare determinate cose della mia vita, della mia personalità. So che può sembrare inverosimile che dopo tutti questi anni io vada sul set di un film porno per lavorare e mi senta in colpa nei confronti di mia moglie. Non mi sono ancora pacificato! Ci sono milioni di coppie di scambisti che vivono meglio, in ogni caso più serenamente di me, il fatto di cambiare partner davanti a tutti. So che è incredibile, ma sono fatto così.

Forse è anche questo che fa di Rocco Siffredi un attore fuori dal comune?

Non so se il mio segreto è di intrattenere, mio malgrado, un rapporto tragico con la mia sessualità. È una fissazione. La sofferenza è presente, fa parte della mia vita. Dal momento in cui sono diventato un attore porno, ho rinunciato all’idea di avere una vita completamente pulita. Ho finito col credere che quello che la vita mi dà me lo dà in cambio di una certa sofferenza. Lo sapevo, erano gli accordi: avere tutto quello che ho conquistato in trent’anni di pornografia – gioia, riconoscimento, agio sociale – esigeva una sofferenza di fondo.

E tuttavia è una sofferenza che non le infligge nessuno…

No, è esclusivamente nella mia testa. È la mia realtà, è il mio motore di vita. È forse la ragione per cui sono ancora in questa industria, trent’anni dopo il mio primo set. È anche la ragione che sta dietro a questo film, per trovare il coraggio di raccontare tutto.

Il porno è una dipendenza per lei?

Faccio fatica a liberarmene. È una parte di me da trent’anni.

Il film fa tornare sullo schermo un’altra persona che è stata importante per lei e che aveva detto addio al porno molto tempo fa: niente meno che Kelly Stafford, ovviamente…

Quando Thierry e Alban mi hanno chiesto chi intervistare tra le ragazze, ho pensato a molte attrici fantastiche, come Valentina Nappi o Eva Berger, ma ci tenevo che Kelly fosse nel film. Perché? Perché è come me. È sincera nella sua sessualità, concede tutta se stessa, vive fino in fondo le sue fantasie. È il mio doppio femminile. In tutto e per tutto. Ha una sessualità completamente aperta e completamente mentale. Mi ritrovo in lei. E poi ribalta di continuo la questione della sottomissione. Kelly è la mia porno star preferita di tutti i tempi.

Rocco è un uomo felice?

Mi sento molto felice. Non posso lamentarmi. Conosco lo sguardo negli occhi degli uomini che mi dicono che darebbero dieci anni di vita per trovarsi un solo giorno al mio posto. Eppure, resto un uomo insoddisfatto. O tragico. Mi sveglio al mattino dicendomi che sono l’uomo più felice del mondo perché ho una moglie meravigliosa che mi ha dato due figli incredibili. Ma nonostante questo, faccio di tutto per rendermi infelice. Come se dovessi sempre trovare un punto per guastare questa felicità perfetta. Ed è il motivo per cui ho vissuto dei momenti terrificanti di cui parlo nel film. Per andare sempre più lontano nella ricerca delle emozioni che solo la sessualità è in grado di dare. In quei momenti, andavo verso la sessualità senza eccitazione, ci andavo per farmi del male. Ed è questa dipendenza dal sesso che è terribile, perché è una dipendenza che non offre alcun sollievo né consolazione. Quindi, sono, come dice in Italia, felice nel fondo e infelice negli occhi. So di avere questa malinconia nello sguardo. Risale a molto tempo fa, alla morte di mio fratello quando avevo sei anni, alla tristezza di mia madre che ne è seguita. Cerco sempre di soffrire come hanno sofferto loro. Per avvicinarmi a loro. La mia insoddisfazione sta in questo.