frederic-mermoudSono passati sei anni dall’uscita del suo primo lungometraggio Complices. Come è nato il progetto di Per Mio Figlio?

Dopo il mio primo film, ho lavorato nella serie televisiva Les Revenants, dirigendone metà degli episodi della prima stagione. Ma dopo Complices, volevo lavorare nuovamente con Emmanuelle Devos, che ha un posto molto speciale e stimolante nella mia immaginazione. Volevo vivere una nuova avventura cinematografica con lei. E sapevo già che sarebbe stata presente in ogni singola scena. Quando ho scoperto Moka, il romanzo di Tatiana de Rosnay, ho capito che era la storia perfetta per portare questo progetto a buon fine.


Com’è stato lavorare all’adattamento di un romanzo di Tatiana de Rosnay?

Era la prima volta che mi cimentavo in un lavoro di questo tipo, ed è stato molto più difficile che scrivere un soggetto originale. Nel lavoro di adattamento conservo lo spirito e l’universo del romanzo, concentrandomi però solo su una piccola parte del libro, come se si trattasse di un racconto. La sceneggiatura si è svincolata dal libro, e Tatiana de Rosnay è stata molto rispettosa di queste libertà che ci siamo presi. Ho anche cercato di trovare un equilibrio tra l’introspezione e il cinema di genere, una deambulazione tra il personaggio e l’attrice. Inizialmente ho lavorato da solo, poi Antonin Martin-Hilbert si è unito a me per dare un po’ di ossigeno alla sceneggiatura.


Come descriverebbe Diane, l’eroina di questa storia?

Diane è un spirito libero. All’inizio intuiamo che “prima” ha avuto una vita equilibrata e moderata, ma subito dopo cogliamo una parte di follia in lei. La sua vera natura è più complessa, è una donna indipendente dotata di un’energia che può andare oltre le convenzioni. E’ un vero personaggio di fiction nel senso che, a causa di questa ricerca, diventa attrice della propria vita.


Diane continua ad indagare nonostante le opposizioni, perché?

Mentre stavo raccontando la storia, mi sono reso conto che Diane era più trasgressiva di quanto avessi pensato. Quando un uomo arrabbiato o distrutto cerca vendetta, lo accettiamo – è quasi un luogo comune – ma quando lo fa una donna, una sorta di super-ego sociale giudica il suo impulso. Tendiamo a descriverla come manipolatrice o disturbata. Tra l’altro, non ci sono molti film o romanzi che si occupano di questo argomento. E’ quasi un tabù, probabilmente perché solitamente una madre non è ritenuta una persona capace di atti violenti; e quando decide di farsi giustizia da sola, come in questo caso, è vista come una cosa inusuale.


Diane è guidata solo dalla vendetta?

In un primo momento, Diane è convinta che farsi giustizia da sola sia l’unico modo per lei di accettare l’inaccettabile. Si trova però ad affrontare gradatamente l’umanità e la complessità della donna che si suppone abbia rovinato la sua vita, che a sua volta ha una vita, una figlia, dei sogni… finisce per essere toccata dalla figura di Marlène. La sua sete di vendetta diventa un ulteriore passo nel processo di dolore e comprensione, un istinto di sopravvivenza che permette a Diane di scoprire cose su se stessa e sul figlio perduto. Può trovare progressivamente un significato dove non c’è, iniziare il processo di accettazione del lutto e, infine, assumere una nuova prospettiva di vita. Per Mio Figlio ruota intorno all’evoluzione di Diane, dal suo desiderio di vendetta ad una sorta di riconciliazione con se stessa.


La ricerca della verità sembra essere di prioritaria importanza per Diane. È stato il soggetto anche del suo primo film. Si tratta di un’ossessione personale?

È vero, la verità è la chiave fondamentale in Complices e in molti dei miei cortometraggi.

Cinematograficamente parlando, quando i personaggi sono alla ricerca della verità, finiscono per fronteggiare la propria vita, un lato gioioso o oscuro della propria personalità. Come regista mi affascina questo aspetto, perché è fonte di emozione e tensione. Oltre a questo, mi chiedo spesso cosa si possa arrivare a fare con la verità, una volta che l’abbiamo trovata: dobbiamo dirlo forte e chiaro? La menzogna, non è anch’essa parte della vita? Ho la sensazione che l’etica venga fuori proprio quando cominciamo a farci queste domande. E allo stesso modo la finzione…

Si ha la sensazione che Diane trovi la sua forza nella solitudine…

La ricerca di Diane è da intendere come un’ascesa. Lei ha bisogno di emanciparsi e liberarsi dai legami professionali o famigliari. E quando incontra qualcuno come Vincent, al quale lei non è indifferente, Diane tenta di smorzare un legame che potrebbe sviarla dalla propria missione. Confrontarsi con un’azione violenta porta ad una privazione e quindi ad una certa solitudine.


Quando si è reso conto che Nathalie Baye sarebbe stata una “preda” perfetta?

È ben presto diventato evidente che Nathalie Baye sarebbe stata perfetta come Marlène. Volevo che Per Mio Figlio si basasse sull’incontro di due attrici e avevo bisogno di qualcuno la cui presenza fosse forte come quella di Emmanuelle Devos. Dovevo trovare un’attrice con una sicurezza naturale, vero carisma e che rimanesse impressa nella mente dello spettatore. Inoltre, mi è sempre piaciuto pensare al cast in termini di contrasti: Emmanuelle è lunare, magnetica e forte, mentre Nathalie è solare ed ha una forte pulsione per la vita. Nathalie può incarnare personaggi davvero diversi, può interpretare un politico o una parrucchiera con una facilità incredibile, e sapevo che sarebbe stata credibile nell’interpretare una donna che possiede una profumeria in una piccola città. Inoltre, Emmanuelle e Nathalie non avevano mai recitato insieme. Ed è sempre affascinante far incontrare due attrici che provengono da un percorso cinematografico differente.


Ha avuto fin dall’inizio un’idea precisa della rappresentazione dei suoi personaggi?

Quando Emmanuelle ed io ci siamo raccontati la storia di Diane, l’abbiamo vista come una cacciatrice. Da qui l’idea di vestirla con un parka verde che le permettesse di fondersi con l’ambiente che la circonda. In quanto a Marlène, è stata Nathalie che mi ha detto subito di essersela immaginata bionda. Un personaggio è spesso caratterizzato dalla sua prima apparizione sullo schermo. Era necessario trovare un equilibrio nella rappresentazione così diretta di una titolare di una profumeria che non scadesse nella caricatura. Ma è stato anche merito del talento di Nathalie: ha dato spessore alla personalità di un personaggio che potrebbe essere visto come un cliché.


Come dirige i suoi attori?

Parto sempre dalla sceneggiatura. Ma credo che, anche se io devo essere responsabile della storia nel suo insieme, gli attori conoscano i loro personaggi meglio di me. Hanno una connessione interiore con loro, quindi devo rimanere in sintonia con ciò che hanno da dire. C’è una sorta di dialogo tra ciò che l’attore prova nei confronti del personaggio che interpreta e quello che immagino. La mia regia non si basa sulla psicologia. Quello che mi interessa è quasi cinetica, voglio sapere quale sia la velocità, l’energia e il tono migliore per ogni attore in scena.


Come ha lavorato con il suo direttore della fotografia, Irina Lubtchansky?

Inizialmente le ho mostrato delle foto di fotografi americani come Joel Sternfeld o Gregory Crewdson. Il lavoro di Sternfeld mi ha molto colpito per la densità cromatica delle sue foto, il suo senso della cornice ed una drammaturgia a volte calma e brutale. Ho voluto un’immagine dolce, densa e contrastata, quasi pittoresca. Irina ha saputo tradurre questo aspetto allo stesso tempo calmo e denso, cogliendo immediatamente lo spirito del film.


Aveva in mente qualche film in particolare quando ha diretto Per Mio Figlio?

Una volta che si decide di girare un film che cerca di immergersi nella profondità dell’animo umano, al confine con il cinema di genere, non si può non pensare a grandi registi come Polanski o Hitchcock, che non rifuggivano dall’occuparsi di un universo stilizzato pieno di personaggi più complessi di quello che sembravano. Keane di Lodge Kerrigan mi ha ispirato con la sua energia, offre il ritratto di un uomo smarrito molto toccante. Quando ho lavorato con Emmanuelle Devos e Nathalie Baye, non ho potuto fare a meno di pensare ad attrici americane come Gena Rowlands o Faye Dunaway. Ho detto spesso a Emmanuelle, che è stata presente in ogni scena nei 35 giorni di riprese, che volevo portarla al limite, per cogliere ogni suo battito e filmarla come un’attrice americana. È pazzesco come Emmanuelle riesca ad agire in ogni momento, anche nei più sottili, con una tale rara intensità.

Quali idee aveva per la musica?

La questione era trovare uno stile musicale che potesse adattarsi tra il genere, l’indagine e l’intensità della protagonista. Lo stile elettronico si è imposto molto rapidamente e, per il tema di Diane, volevo una musica doppia, sia ripetitiva che straziante. Sul film hanno lavorato due musicisti: Christian Garcia e Grégoire Hetzel con il quale avevo già lavorato su Complices.