Artista poliedrico indipendente, Mauro Ruvolo muove i primi passi nel mondo dello spettacolo nei primi anni ’90 come producer musicale nella scena elettronica londinese, ma affianca presto all’attività di musicista e restauratore audio di film, quella di filmmaker e montatore, realizzando tra gli altri numerosi audiovisivi per Rarovideo (tra cui i videosaggi di Adriano Aprà su Il Conformista di Bernardo Bertolucci, su I Clowns di Federico Fellini e il documentario di Tatti Sanguineti su La Rabbia di Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi).

Attivo trailerista, ha curato riprese e montaggio del documentario Liberi tutti di Luca Rea, giungendo con Ab Urbe Coacta alla prima regia.

Ab Urbe Coacta è stato senza dubbio una profonda esperienza di vita, prima che un film, ed è giunto alla sua forma finale non solo dopo un lungo lavoro di selezione, ma dopo l’evoluzione di un’idea elaborata nel corso di diversi anni, aperta a cambi di rotta anche radicali, quasi passiva nei confronti delle soluzioni che la realtà man mano ha suggerito.

I pochi elementi di fiction sono sempre plasmati su un tessuto di personaggi e situazioni reali, e comunque la grande maggioranza delle scene sono “documenti” che non hanno avuto bisogno di messa in scena. Proprio la necessità di documentare una romanità che sta scomparendo, e che troppo poco è stata raccontata nelle sale cinematografiche, è stato uno dei motori trainanti del progetto.

Il film è un One-man project, le riprese, il montaggio e le musiche sono a cura del sottoscritto: contrariamente a quanto si possa pensare non è stata una scelta egocentrica (niente di più lontano dalla mia personalità), né dettata dall’inconsapevolezza che il cinema necessiti della collaborazione di numerose figure professionali specializzate, ma piuttosto suggerita dalla convinzione che una troupe, anche minima, avrebbe minato la dimensione confidenziale, e quindi la naturalezza di attori/non attori, incredibilmente ricchi di vissuto ma evidentemente poco propensi alla recitazione e all’ingombrante macchinario delle produzioni convenzionali.

Ho voluto percorrere un iter produttivo inusuale, terribilmente difficoltoso, ma che sentivo avrebbe potuto trasferire la sua inusualità al linguaggio, allo stile del film, con la certezza che fosse l’unica via per entrare nelle viscere di un mondo chiuso e difficile da esplorare, ma affascinante nella sua unicità.