mauro-ruvolo_foto-01Mauro Ruvolo (Italia), artista poliedrico indipendente, ha mosso i primi passi all’inizio degli anni Novanta come producer musicale sulla scena elettronica londinese. Poco dopo ha affiancato all’attività di musicista e restauratore audio di film, quella di filmmaker e montatore, lavorando a numerosi materiali audiovisivi per Rarovideo (tra cui i videosaggi di Adriano Aprà sul Conformista di Bertolucci e sui Clowns di Fellini, e il documentario di Tatti Sanguineti sulla Rabbia di Pasolini e Guareschi). Molto prolifico nella realizzazione di trailer, ha curato riprese e montaggio del documentario Liberi tutti di Luca Rea. Ab Urbe Coacta è il suo primo lungometraggio.

Lo abbiamo intervistato al 34 Torino Film Festival. Siamo sicuri che in futuro sentiremo parlare molto e spesso di lui… Buona lettura.

Ciao Mauro benvenuto, virtualmente nel nostro BlogZine. La prima domanda è d’obbligo: chi è Mauro Ruvolo e come nasce la passione per il cinema?

Bentrovati a voi e grazie dell’interesse. Io nasco come musicista, dai primi anni 90 ho prodotto musica elettronica e gestito una label a Londra, dove mi sono trasferito per un paio d’anni. Parallelamente lavoravo nella post-produzione audio, in particolare ho curato il restauro audio di decine di film, per poter sostenere la passione della musica, e questo mi ha avvicinato prepotentemente al mondo del cinema. Dal 2000 il mio lavoro principale è diventato quello di montatore video, mentre risale a pochi anni fa la passione per il filmmaking: ho realizzato prima qualche videoclip, poi alcuni documentari e interviste per Rarovideo, tra le label home video più rispettate nel panorama del cinema di qualità. Ho curato in seguito riprese e montaggio del documentario sulla nascita delle Tv private in Italia “Liberi Tutti” di Luca Rea , due videosaggi di Adriano Aprà (su “I Clowns” di F. Fellini e su “Il conformista” di B. Bertolucci) e sono giunto con Ab Urbe Coacta alla prima regia.

Ab Urbe Coacta, la tua nuova fatica. Regia, soggetto, sceneggiatura, musiche, montaggio e produttore…. Una scelta per garantirti libertà nella creazione?

Ci sono motivi diversi che hanno portato a questa scelta: senza dubbio le difficoltà produttive di un progetto realizzato nell’arco di 4 anni, ma soprattutto, per quanto riguarda le riprese, aver capito dopo pochi test, che l’utilizzo di una troupe anche minima avrebbe minato la dimensione confidenziale che potevo vantare con i personaggi che hanno partecipato al film, e soprattutto con il protagonista Mauro Bonanni (solo omonimo del conosciutissimo montatore), con cui addirittura ho uno stretto rapporto di parentela. Il mio passato eclettico e sempre alla ricerca di nuove competenze ha fatto il resto. Devo ammettere che la scelta è stata anche in qualche misura provocatoria contro i meccanismi del cinema convenzionale, volevo dimostrare prima di tutto a me stesso che per esprimere qualcosa non sempre è necessario mettere in moto un mastodontico macchinario produttivo, e d’altro canto quello non è garanzia di validità artistica. In ultimo certo, era grande la tentazione di non relazionarmi a nessuno (come invece faccio quotidianamente nel mio lavoro da montatore), non perché non sia consapevole dell’importanza delle specializzazioni e del lavoro di gruppo nel cinema, ma perché volevo che questo progetto fosse una sorta di manifesto personale, ai massimi livelli di spontaneità e libertà creativa. Ho avuto poi anche la fortuna di trovare a un certo punto in Cesare Fragnelli e Mirco Da Lio di Altre Storie, dei produttori che hanno avuto l’intelligenza di lasciare questo processo intatto, senza alcun tipo di ingerenza.

La cosa più facile e quella più difficile durante le riprese?

La cosa più facile è stata quella che credevo fosse la più difficile, cioè tirar fuori qualcosa di buono da (non) attori poco abituati alla recitazione, ma incredibilmente ricchi di vissuto: è stata una continua, piacevole sorpresa constatare che se trattato in un certo modo, il materiale manteneva la genuinità che cercavo. La più difficile ovviamente portare avanti da solo questo piccolo, personale Fitzcarraldo, e sicuramente mantenere la lucidità in un progetto così lungo e sempre in evoluzione.

Come stai vivendo la presenza al TFF?

Sono senz’altro felice di partecipare al Festival, ho sempre pensato che Torino fosse uno di quelli più adatti al film, per la sua tradizionale predilezione alla forma documentaristica e per il suo sguardo sempre attento agli autori che cercano di proporre qualcosa di personale.

Ci racconti un aneddoto che si è verificato durante le riprese di Ab Urbe Coacta?

Ne avrei a decine, è stata davvero un’esperienza faticosa ma estremamente divertente, ma il primo che mi viene in mente è legato al viaggio di ritorno dal Benin, quando nell’aeroporto di Cotonou il “Barella” (il nostro protagonista) ha iniziato a gridare come un pazzo davanti a dei militari armati semplicemente per aver subito la richiesta di un poliziotto di togliersi le scarpe: sono stati momenti di sincera paura, ma che ora ricordo con grande ilarità.

Ab Urbe Coacta, ci è piaciuto proprio tanto, te lo confessiamo. E’ un bellissimo e sincero spaccato della borgata romana di oggi, con tutte le sue contraddizioni. Come nasce il progetto?

AUC è un’idea che covo da tanti anni, pur senza avere all’inizio un’idea chiara di come portarlo avanti. C’era di fondo la necessità di documentare una generazione di romani che volge alla fine del suo ciclo, e l’ambiente contraddittorio della borgata, duro e cinico, ma capace di sfornare personaggi unici, che si rifugiano in un umorismo a suo modo anticonformista, a tratti anche volgare, per fronteggiare la nevrosi del quotidiano.

Pensi che Ab Urbe Coacta uscirà al cinema?

Uscire in sala non è facile per un docufilm, ma sono certo che i produttori faranno di tutto per garantire l’uscita al cinema.

Tre domande sul cinema: Regista preferito? Il film per tutta la vita? Genere preferito?

Mi risulta davvero difficile citarne uno solo, mi sforzo per dirne 3: Orson Welles, Lynch, Polanski.

Riguardo i film, tanto per restare agli autori citati: Infernale Quinlan, Eraserhead e L’inquilino del terzo piano.

Non credo ai generi, non mi piace fossilizzarmi su una sola area di un’arte tanto vasta, credo invece ai bei film.

E’ difficile oggi fare un docu-film come il tuo? Secondo te, qual è la situazione del cinema italiano? 

Oggi è possibile realizzare dei prodotti tecnicamente dignitosi con facilità, ma come sempre accade a una massificazione delle tecnologie non sempre corrisponde un aumento della qualità, anzi… In Italia ci sono moltissimi bravi artisti e professionisti, il problema è che mi sembra si tenda sempre a voler infilare i progetti in delle scatole predefinite, limitando l’espressione degli autori.

Un sogno nel cassetto?

Spero solo di avere la possibilità di continuare a fare nuove cose, montare e realizzare film sempre più belli, credo solo nella cultura del lavoro. È quella che fa realizzare i sogni.

Un saluto ai nostri lettori…

Un caro saluto a tutti i lettori, con la speranza di trovarli presto in sala, a ridere e piangere con Ab Urbe Coacta.