La storia dell’inarrestabile ascesa di Reinhard Heydrich (Jason Clarke) e del suo assassinio. Freddo e implacabile, Heydrich fu uno dei più potenti gerarchi del regime Nazista e principale artefice della “soluzione finale”. Accanto a lui sua moglie Lina, (Rosamund Pike,) che lo introdusse all’ideologia Nazista e gli fu accanto negli anni della sua ascesa. Tuttavia, un piccolo gruppo di combattenti della Resistenza Ceca in esilio, addestrati dagli Inglesi e guidati dal governo Cecoslovacco, tentò di fermare “l’inarrestabile”. Heydrich fu ferito a morte durante un’azione dei paracadutisti capitanata da Jan Kubis e Jozef Gabcik, mentre con la colonna di mezzi militari stava attraversando Praga. Reinhard Heydrich fu il più alto ufficiale Nazista ad essere ucciso durante la Seconda Guerra Mondiale.

Regia di Cedric Jimenez
con Jason Clarke, Rosamund Pike, Mia Wasikowska, Jack O’Connell e Jack Reynor

Poco dopo aver terminato le riprese del suo precedente film (French Connection), Cèdric Jimenez iniziò la lettura del libro di Laurent Binet “HHhH” e se ne innamorò subito. Il libro uscì in Francia nel 2010 e vinse il premio Goncourt come romanzo di debutto, prestigioso premio assegnato agli autori esordienti. Il suo titolo è l’acronimo di “Himmler’s Hirn heißt Heydrich,” che tradotto significa “Il cervello di Himmler si chiama Heydrich” e si riferisce ad una battuta che circolava in Germania a quei tempi. Era infatti convinzione comune tra gli adepti del Terzo Reich, che l’eminenza grigia dietro Hienrich Hammler, Reichfhurer delle SS, fosse in realtà Heydrich capo dell’Ufficio Centrale per la sicurezza del Reich e ideatore della “Soluzione Finale”, ossia il piano di liberare l’Europa dagli Ebrei.
Jimenez lesse quel libro per pura curiosità, senza pensare che presto lo avrebbe trasformato in un lungometraggio. Il libro fu un bestseller, che raggiunse il definitivo successo con l’assegnazione da parte del New York Times del premio come libro di maggior rilevanza dell’anno. Fu una coincidenza che Alain Goldman comprò i diritti per la produzione del bestseller e, in occasione della premiere di French Connection a Toronto, propose a Jimenez di leggere la bozza di sceneggiatura scritta da David Farr (noto per il suo lavoro Hanna e il Manager della notte). Jimenez accettò e subito dopo averla letta, chiese a Goldman di poterla rielaborare con Audrei Diwan, che aveva già collaborato con lui alla stesura di French Connection.
Jimenez: “Quello che ho amato di questa storia è stato il significato storico dell’ascesa di un grande ufficiale Nazista di alto livello, e cosa abbia significato tutto questo nei successivi tragici accadimenti. Quello che spesso mi domando è come sia potuto accadere. Come è potuto accadere qualcosa di così folle? Come può la gente sbagliare così tanto in termini di ideologia politica o indottrinamento? Pensiamo alla Seconda Guerra Mondiale come a un incubo, ma è stato un vero incubo. E tutti vorremmo dare delle risposte a queste domande, ma nessuno può farlo”. Il potere del libro risiede nella divisione della storia tra l’ascesa di Heydrich e in contrapposizione, sullo sfondo, il gruppo di combattenti della Resistenza ceca che ha portato alla sua fine. “Al centro di questa storia c’è il tema del sacrificio che questi ragazzi hanno dovuto affrontare” aggiunge Jimenez. “Penso che sia un sacrificio impressionante, perché è così difficile attuarlo consapevolmente. Non tutti, anzi pochissimi sono in grado di dire a se stessi: ‘Ok, penso che la mia vita sia meno importante di quella degli altri”. Jimenez continua: “Questi due aspetti della storia sono molto importanti per me, perché mostrano da una parte l’evoluzione del male e, dall’altra parte, troviamo in contrapposizione l’altruismo e la bontà; in entrambi i casi si tratta di cambiare il mondo. I Nazisti volevano cambiare il mondo a loro immagine, mentre la Resistenza voleva ripristinare il mondo e ristabilire l’ordine preesistente delle cose”.
La vita di Reinhard Heydrich è stata raccontata in precedenza, come molte storie sulla Seconda Guerra mondiale, ma il suo nome è sconosciuto alla maggior parte delle persone. Jimenez crede che sia perché è stato ucciso nel 1942, mentre Hitler, Himmler e Goebbels sono sopravvissuti fino alla fine della Guerra. Tuttavia, l’assassinio di Heydrich è stato un punto focale, una svolta che ha segnato l’inizio della destabilizzazione del regime Nazista. Il soprannome che Hitler aveva coniato per Heydrich era “l’uomo con il cuore di ferro”; ed era una definizione affettuosa nella mente contorta di Hitler. Conosciuto anche come “il macellaio di Praga”, Heydrich, fu responsabile di alcune delle atrocità più ripugnanti commesse dalla Germania nazista, e fu determinante nell’organizzazione della Kristallnacht, una serie di attacchi coordinati contro gli ebrei tedeschi che preannunciarono l’Olocausto. Era direttamente responsabile dell’Einsatzgruppen, una task force speciale che viaggiava sulla scia degli eserciti tedeschi e che uccise più di 2 milioni di persone. La risposta nazista all’assassinio di Heydrich fu brutale: le città di Lidice e Ležáky furono prese di mira sulla base di deboli prove del fatto che ospitavano figure chiave della resistenza. Entrambe le città furono rase al suolo, i loro abitanti uccisi o deportati nei campi di concentramento.
“Era l’epitome del nazismo” nota Jason Clarke, l’attore incaricato di interpretare Heydrich, “Era l’epitome di ciò che Hitler e i suoi “fratelli” stavano cercando di realizzare, lui fu l’artefice dei peggiori orrori del Nazismo”.
Heydrich si unì al partito nazista solo dopo essere stato licenziato dall’esercito tedesco, poco prima che i nazisti prendessero il potere, era un soldato e così la sua espulsione dall’esercito fu, afferma Jimenez, l’atto chiave nella creazione di un mostro. “Fu allontanato da qualcosa che faceva parte di lui, e trovò nel movimento Nazista uno sbocco alla sua rabbia. Non doveva essere quello che è diventato. Forse, se fosse rimasto nell’esercito, se non fosse stato licenziato, questo ragazzo non sarebbe mai diventato quello che è diventato. “Immaginate quante persone non sarebbero mai state uccise se non fosse stato per lui. Un piccolo evento nella vita di una persona può cambiare il mondo” dice Jimenez. Jimenez ha visto in Jason Clarke l’unico attore con la forza e la presenza scenica ad essere in grado di incarnare Heydrich. “Ogni volta che appare sullo schermo ha questa personalità molto forte e carismatica” osserva il regista, “Può essere spaventoso, ma anche affascinante. È molto intenso. Tutto questo era fondamentale per poter rappresentare appieno la personalità di Heydrich”. Jimenez continua: “Penso sia davvero importante provare a cogliere l’intelligenza e il “genio” di un uomo tanto cattivo. Non voglio perdonare o dimenticare le atrocità commesse da Heydrich, non cerco di umanizzare quell’uomo, ma ho voluto approfondire quello che sappiamo di questo personaggio per cercare di comprenderne la complessa personalità”.

Per interpretare questo ruolo era importante per Clarke conoscere gli interessi di Heydrich al di là del Nazismo, e come il suo controllo e il suo equilibrio lo aiutarono ad esercitare il potere. “Era un amante della musica classica” nota l’attore, “Suo padre era un compositore e lui è stato un ottimo violinista. Era un buon tiratore, ed era in una posizione privilegiata nel movimento nazista. Riusciva ad incutere terrore nelle persone, sia che fossero tedesche, sia che fossero ufficiali dell’esercito, sia che fossero comuni cittadini”. Fu un incontro con Clarke a Los Angeles che convinse Jimenez ad assegnargli la parte. Clarke iniziò subito a lavorare sul materiale e aggiunse “Non ho la minima intenzione di ‘salvarlo’, voglio scavare in ogni singola debolezza del personaggio per renderlo il più complesso possibile. Non voglio che venga dimenticato che questo era un uomo. Non era un cattivo della Marvel: è esistito, aveva genitori e fratelli e un vero cuore umano che batteva nel petto… potresti passare davanti allo stesso tizio per strada domani e non lo sapresti nemmeno.”
“Devi avere una visione tridimensionale del personaggio per cominciare” dice Clarke “e devi accettare la sfida, prima di interpretare un personaggio che non è altro che un mostro sulla carta. Reinhard Heydrich era un uomo serio che ha commesso alcuni degli atti più atroci nella storia dell’umanità. Quindi deve esserci un motivo per cui lo ha fatto, e io voglio scavare a fondo nella sua personalità per provare a comprenderlo.”

Clarke si è immerso nella ricerca. “Jason è un gran lavoratore” nota Jimenez. “Quando arriva sul set, è lui il personaggio. Sa tutto di lui, vuole essere estremamente accurato e non prende mai la strada più facile. Ha permeato totalmente la personalità del personaggio, la combinazione delle sue contraddizioni e dei suoi talenti, era più di quanto mi aspettassi”. Continua dicendo: “La cosa che mi ha entusiasmato è che ha voluto studiare i meccanismi con cui quest’uomo è diventato quello che era, le ragioni per cui fece ciò che ha fatto, facendosi così un’idea più chiara dell’ambiente che gli permise di compiere quelle atrocità”. Clarke afferma che la ricerca e l’approfondimento di un personaggio è tra gli aspetti più interessanti del processo: “Adoro la ricerca. Mi piace leggere tutto sul personaggio che devo interpretare. Arriva un punto in cui bisogna lasciarsi andare, quando ero sul set cercavo di stabilire con gli altri un perenne atteggiamento di distanza e di costante sottesa aggressività. Non ero molto amichevole, non che fossi totalmente ostile, ma non potevo essere il mio personaggio solo mentre giravo, c’è una linea sottile quando sei sul set che consiste nell’entrare in quella modalità e cercare di tenerla dentro di te il più possibile (nonostante fossi ben consapevole di andare in giro in uniforme nazista) e lasciarla andare soltanto una volta finito il lavoro”. Jimenez è d’accordo: “Non puoi essere in questo tipo di situazione, vestito con l’uniforme, senza esserne influenzato emotivamente, quando si è sul set ci si mette in gioco. Ovviamente questo ha davvero colpito Jason, perché è coraggioso calarsi nei panni di un personaggio come quello, perché si accetta di essere qualcuno che si odia e soprattutto si è consapevoli di essere il personaggio che tutti odieranno.”
La chiave nel racconto della storia di Heydrich è l’influenza che sua moglie, Lina, ha avuto su suo marito. “Egli non fu un grande anti-semita” afferma Jimenez, “Credeva fermamente che la Germania dovesse essere di nuovo un grande paese, ma sua moglie gli aprì la strada per diventare il mostro che tutti conosciamo, poiché quest’ultima credeva fermamente nel partito Nazista e fece studi politici approfonditi”. Rosamund Pike ha recitato nel ruolo di Lina. “Rosamund è una donna impressionante e un’attrice straordinaria” dice Jimenez, “La prima volta che ci siamo incontrati, l’unica domanda che aveva per me era: ‘Vuoi davvero fare questo film? Perché? ’ È stato bello perché di solito sono io quello che fa domande, voleva capire a tutti i costi perché fosse così importante per me dirigere questo film”. Pike dice: “Faccio questa domanda perché a volte, sorprendentemente, la gente non sa darmi una risposta concreta. L’ho interrogato molto duramente sul perché volesse fare questo film come suo primo film in lingua inglese. È davvero questa la persona che ti affascina e che vuoi utilizzare come epicentro nella tua storia? Mi rispose con tono assolutamente convinto, dicendo che era una storia che doveva raccontare, e questo era tutto quello che volevo sentirmi dire.”
L’interesse di Pike per il film nasce dalla forza del personaggio di Lina. “La gente ha sentito parlare del progetto e mi ha chiesto: ‘Sapeva cosa stesse facendo il marito? Era solo la donna di casa e probabilmente non capiva davvero quello che stava succedendo quando Heydrich entrò a far parte del partito nazista’. Per me la cosa interessante è che invece lei è l’ideatrice di tutto. Reinhard Heydrich non sarebbe mai diventato chi è diventato, senza Lina Von Osten, la sua personalità e la sua attrazione per il potere. Lina avrebbe voluto essere una persona di potere, ma essendo una donna in quel momento storico non le sarebbe stato possibile. In un certo senso ha dovuto vivere indirettamente attraverso il suo uomo. Credo che pensasse al marito come a un burattino da manipolare, un burattino di grande intelligenza.”
“Reinhard era il tipo d’uomo capace di riuscire in qualsiasi impresa con molta semplicità” osserva Clarke, “e penso che Lina riconobbe questa sua grande dote immediatamente”. Aveva disciplina. E leggendo Mein Kampf, si rese conto che Hitler racconta del tipo di uomo che idealmente le sarebbe servito per realizzare la sua sete di potere: quest’uomo era Reinhard. Così Lina vide un’opportunità nel partito Nazista e lo spinse ad entrare e a farne parte. Ciò che la donna non aveva previsto però, è che una volta all’interno, Reinhard divenne una figura di spicco in brevissimo tempo.”
Jimenez afferma che Pike e Clarke condividono un approccio molto simile rispetto al lavoro, la minuziosità nei dettagli è ciò che fa realmente la differenza. In questo caso la dote riflette anche la personalità dei personaggi che dovranno impersonare. “All’inizio del film la figura di Lina è più forte di quella di Reinhard” afferma il regista. “Il dramma inizierà a consumarsi nel momento in cui la figura di Reinhard diverrà la più forte all’interno della coppia, lei ha voluto creare un mostro, ma quando crei un mostro, puoi pure aspettarti che provi a sbranare anche te”. Jimenez conclude dicendo: “Lina rappresenta l’errore di chi vedeva nel Nazismo una soluzione”.
La prima parte di materiale su cui Pike si è soffermata durante la sua ricerca, è stata un’intervista a Lina quando era una donna anziana. Lina nell’intervista afferma: ‘Era un periodo bellissimo’, parlando dei ricordi della guerra e Pike si sofferma su questa frase e dice: “La strana luminosità sul viso di quella donna, la negazione dell’orrore era totale, ed era sconvolgente e affascinante al tempo stesso. E in quel momento pensai ‘Ok, penso di aver capito chi sei’.
Clarke: “Ho amato lavorare con Rosamund, abbiamo cercato di lavorare insieme sulle parti per un po’, è una persona che sa quello che fa ed è molto brava a farlo. È stato davvero semplice lavorare con lei, ci siamo divertiti molto e abbiamo instaurato un ottimo rapporto.” Anche Pike ha capito l’importanza di trovare la verità in un mondo permeato dal male. “Abbiamo a che fare con il male” dice “ed è molto importante che tu non faccia di quelle persone dei mostri, perché la parte veramente spaventosa di persone come quelle, è che potrebbero essere chiunque di noi. Più sono umani, più terrificante è; si tratta dell’influenza, del momento in cui nasciamo, del luogo in cui nasciamo e delle situazioni alle quali siamo esposti. Lina è stata una bambina durante la Prima Guerra Mondiale. La Germania alla fine del conflitto è stata schiacciata e tutti si vergognavano di essere tedeschi. Hanno visto il loro paese in questa profonda crisi economica e penso che Hitler abbia offerto una a tutti una promessa di riscatto. È triste perché avevano bisogno di liberarsi dal giogo di quest’umiliazione.”

Dall’altra parte, Jimenez ha capito le differenze tra i combattenti della Resistenza ceca e Heydrich e Lina. Non si trattava di uomini e donne di potere e di cultura, ma di persone semplici che trovarono necessario provare a tener testa a quel potere, poiché rappresentava una minaccia per l’intera umanità. “Questi soldati erano giovani, molto molto giovani, avevano al massimo 16 o 17 anni e hanno dato la loro vita per questa causa, probabilmente perché non ne avevano compreso appieno le conseguenze. Sapevano che c’era qualcosa che non andava e sentivano la necessità di un cambiamento ma non erano pienamente consapevoli dei rischi che stavano correndo” afferma Jimenez.
Il regista ha scelto giovani attori di grande talento, Jack O’Connell e Jack Reynor, nei ruoli di Jan e Jozef. “Non è stato facile sul set” spiega ridendo Jimenez “quando gridavo: ‘Jack’ entrambi si giravano, così per semplificare li soprannominai Jack e Jacko. Jack O’Connell è un attore molto istintivo, non si concentra a lungo prima di immedesimarsi nella parte, ma entra nei panni del personaggio in modo molto diretto e fluido, esattamente l’approccio che volevo per il ruolo di Jan. Hanno lo stesso modus operandi, non pensano a quello che sta per accadere sanno solo che devono farlo”.
Jack Reynor si è immedesimato nel ruolo di Jozef Gabčík fin dalla prima lettura della sceneggiatura e, come O’Connell, si è affidato soltanto al suo istinto per interpretare la parte. “Purtroppo non siamo riusciti a reperire molto materiale su Jan e Jozef” spiega Reynor “Devi immergerti nello spirito del personaggio, mettere più umanità possibile e lasciarti portare da quello che era l’obiettivo e gli ideali della persona, piuttosto che pensare a cosa potessero mangiare a colazione negli anni ’30.” Continua “Ovviamente, ciò che hanno fatto, doveva necessariamente nascere da un grande senso di giustizia sociale, dal fatto che non si può stare a guardare i propri connazionali perseguitati in modo tanto disumano, senza fare nulla. L’istinto umano dovrebbe tendere al bene, ispirarsi alla giustizia e non permettere a chi ha in mano il potere di sopraffare i più deboli. Questi due personaggi fanno dell’istinto umano la loro forza propulsiva.” Reynor afferma che i giovani attori che interpretano i combattenti della Resistenza hanno legato subito tra loro: “Siamo diventati un gruppo affiatato molto velocemente. Le scene che dovevamo girare insieme sono per la maggior parte, scene che trasmettono un forte senso di fratellanza e di comunione. Anche nelle scene finali si può vedere che questo aspetto è sicuramente il tema portante del film.”
Mia Wasikowska interpreta Anna, una simpatizzante della Resistenza che si innamora di Jan, “È una storia d’amore che si sviluppa in modo veloce e bruciante” dice Jimenez “Quando si faceva parte della Resistenza, si era consapevoli che ogni giorno poteva essere l’ultimo. Così Jan e Anna hanno vissuto gli attimi dell’amore il più intensamente possibile.”
Reynor è d’accordo “Queste persone vivevano in un perenne stato di ansia e i loro cuori erano permeati da cattivi presagi ma allo stesso tempo vivevano con grande passione, in questo film in particolare, l’aspetto dell’intensità delle relazioni viene molto enfatizzato. L’amore è il “cuore pulsante” del film rispetto a ciò che sta per accadere, rappresenta il filo della speranza nelle vite di questi ragazzi, una forza necessaria per chi è consapevole che la propria esistenza potrebbe interrompersi in qualsiasi momento”.
Jimenez scherza dicendo di aver implorato la Wasikowska di recitare un ruolo così piccolo ma così importante. Le disse “Mia se non lo fai allora non faccio il film! Devi farlo. Non ti sto chiedendo se vuoi farlo, devi farlo.”
Le sue suppliche hanno colpito Mia Wasikowska, che accettò la parte. “E’ fantastica e quello che mi piace è che porta nel film qualcosa di puro” afferma Jimenez.
Il regista per quanto riguarda il cast tecnico, si è avvalso delle sue collaborazioni storiche e con il loro supporto la portata del film si è ampliata. Il regista condivideva le bozze della sceneggiatura con il suo direttore della fotografia (Laurent Tangy) e la sua troupe, il loro supporto ha permesso di trovare nuove idee e di rendere il film quello che è. Jimenez racconta: “Quando abbiamo iniziato, tutti avevano un’idea precisa di quello che avremmo fatto, volevamo prenderci tempo per effettuare i sopralluoghi e stabilire le location ideali dove girare, ci sono voluti quasi quattro mesi solo per questa fase. Siamo andati a Praga e in Germania, facendo base a Budapest, perché Budapest non è cambiata molto dagli anni 40. Quasi otto mesi di lavoro sono stati dedicati alla preparazione del film. Era essenziale che un film storico fosse completamente immersivo per il pubblico, l’obiettivo era quello di far sentire gli spettatori come se vivessero nel 1942. Volevo che guardando il film provassero l’emozione che hanno vissuto queste persone.”
Le prime scene di O’Connell e Reynor girate sono state le scene dell’agguato a Heydrich. Reynor dice: “Siamo stati gettati nella parte “calda” del film e abbiamo impiegato una settimana circa per girare la scena in cui Heydrich arriva con la macchina, io esco con una pistola e Jack lancia la granata. Ricordo di essere stato colpito da quanto tutto fosse autentico, sembrava davvero di essere nel 1942; ovunque guardassi non c’era nessun posto in cui ci fosse traccia del mondo contemporaneo.”
Laurent Tangy in accordo con Jimenez, ha optato prevalentemente per le riprese con camera a mano, che sono state alternate occasionalmente con riprese ampie e panoramiche quando la storia ritornava nel mondo “elitario” di Heydrich.
Jimenez: “Volevo un’atmosfera quasi irreale a volte, perché quello che facevano gli attori sul set era reale e irreale allo stesso tempo.” Clarke elogia Jimenez e Tangy: “Il loro obiettivo era farti apprezzare il momento, fartelo vivere. Le riprese girate a mano ti immergono nella storia” continua “Quando sei sul set e hai la sensazione che tutto sia naturale niente può andare storto, in quel momento eravamo semplicemente noi e facevamo gioco di squadra e nessuno recitava ‘da solo’. È uno dei momenti più belli che possa vivere un attore.” Dall’altro lato le riprese sono simili a quelle di un documentario soprattutto quando descrive e segue le azioni dei combattenti della Resistenza. Jimenez: “Ho scelto un modo realistico di girare perché volevo che sembrasse il più reale possibile, come se stesse accadendo in quel momento cercando comunque di non escludere l’utilizzo della telecamera fissa”.
Jimenez e Tangy hanno scelto il 35mm come tecnica di ripresa, in un mondo sempre più orientato al digitale. “Volevo ottenere una consistenza organica”, spiega Jimenez: “Per un film d’epoca, non mi sembrava giusto girare in digitale”.
Clarke dice: “Il regista ricerca sempre il tono giusto per girare il suo film e Cédric è bravissimo in questo, un grande regista imposta la storia senza che tu te ne accorga, il segreto è quello. Le performance di questo film sono eccellenti da tutti i punti di vista, perché tutti si sono sentiti a proprio agio nel proprio ruolo e questa è davvero una bella sensazione”; Pike descrive l’approccio di Jimenez al film riferendosi ad una scena in cui Lina affronta Reinhard mentre insegna al figlio come suonare il pianoforte: “È un ottimo esempio della comprensione di Cédric del linguaggio cinematografico” spiega: “Voleva che questo pianoforte continuasse a suonare in modo che Lina fosse in qualche modo messa a tacere. Reinhard incoraggia il figlio a continuare a suonare e a non permettere a Lina di interferire con quello che stava facendo, un modo indiretto per metterla in disparte.”
Ed è lì che si veda quanto Cédric sia intelligente come regista, perché trova metafore visive per tutto ciò che sta succedendo”. Aggiunge: “Lavorerei di nuovo con Cédric senza pensarci un minuto. Penso che sia un vero visionario e il modo in cui riesce a far lavorare insieme le persone è molto, molto eccitante Ha una passione profonda per quello che fa”.
L’obiettivo di Jimenez è che la gente comprenda l’importanza degli ideali e il messaggio profondo è quello di non accettare e combattere situazioni intollerabili. Jimenez dice “Si tratta di non accettare la brutalità, le barbarie, la crudeltà. Spero che attraverso questa intensa storia la gente capisca che alcune situazioni non possono e non devono essere ignorate”.

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