Lo scorso anno in questo periodo ero in viaggio, tra Lituania, Polonia, Estonia, Romania e Lettonia. Viaggiavo sulla “rotta” dei luoghi della memoria. E’ stato un viaggio intenso ed emozionante. Questo anno penso di ripercorrere alcune tappe, però in primavera.
Non dimenticherò mai la prima volta che ho visitato Auschwitz-Birkenau. Le lacrime che non riuscivo a trattenere e quell’infinito malessere di quando si avverte il “male”.
La storia è memoria. Non la memoria di chi ha vissuto quel tempo, ma “memoria presente e futura”, perché solo ricordando e vivendo la memoria, si possono avere un presente ed un futuro migliori.
A tutte le vittime, di tutte le dittature. Agli innocenti massacrati. Alle vite non vissute.

volti
volti lungo i muri
fotografie senza sogni o futuro
numeri incisi
scalini consumati dai passi
dolore e morte

orrore silenzioso
così facile riconoscerlo nella quiete di questo giorno di ottobre
puzza
qui bruciavano le persone
puzza
nessuna partenza
la vita finiva qui

questo non è un luogo
è una tomba
nel vento il ricordo vola in alto come la cenere
nel silenzio la terra raccoglie la tempesta
sporcizia
resti umani
volti dietro le finestre
nessuna partenza
la vita finiva qui

E’ una bella giornata di ottobre. Fa caldo. Sembra impossibile che la luce di questo giorno illumini Auschwitz. Il tempo sembra essersi fermato mentre visito gli edifici. La guida racconta cosa è accaduto qui. Lo stomaco mi fa male. Non riesco a trattenere le lacrime. Silenzio. C’è un silenzio che inghiotte e mastica i visitatori.

Non c’è libro, film, documentario storico, racconto dei sopravvissuti o foto che possa preparare alle emozioni dalle quali si viene letteralmente investiti quando si visita quello che è stato il più grande campo di sterminio d’Europa.
Sapevo di venire a visitare un posto di sofferenza, ma ciò che accade nel visitarlo, è un’altra cosa. Catapultati nel profondo, giù, giù verso gli abissi dell’anima e più giù dove non arrivano luce o speranza.

Montagne di scarpe, valige, occhiali, protesi, spazzole per capelli, pennelli da barba, spazzolini ed altri oggetti personali, che un tempo appartenevano a persone come noi. Denti d’oro estratti a vivo o dopo la morte e poi quella stanza piena fino al soffitto di capelli umani, con i quali venivano tessute le coperte.

Quello che più ha ferito la mia memoria è lo sguardo dei deportati nelle fotografie lungo i corridoi di alcuni blocchi di Auschwitz. Il raggelante dormitorio in legno. Le prigioni, gli scalini consumati dalle miglia di ebrei uccisi, i resti delle vite e le dimensioni enormi di Birkenau, dove tra quelle baracche sembra di vedere, dietro le finestre, i volti emaciati e sofferenti.