Dato che l’inizio delle riprese in Gran Bretagna era fissato per l’estate del 2017, il team cominciò a cercare una location adatta. Anche il produttore Ron Yerxa faceva parte del gruppo esplorativo: “Abbiamo scovato un sacco di cittadine interessanti sulla costa nordorientale, ma tutte presentavano qualche problema per la produzione”. Yerxa ricorda la fatica di trovare il posto giusto: “La maggior parte delle cittadine dove siamo stati in ricognizione, compresa quella dove alla fine abbiamo girato le riprese, erano troppo graziose e piacevoli rispetto a come le volevamo descrivere”.

“Abbiamo cominciato con lo Yorkshire e siamo finiti sulla costa sudorientale. Credo che sia stato quando abbiamo visitato Broadstairs, Ramsgate e Margate che ho capito veramente che era una cittadina così che avevo in mente”, ricorda Jesse Peretz. “Quando, un paio di anni fa, ho letto per la prima volta il romanzo, mi sono reso conto di avere in mente un posto come Brighton, dove avevo suonato un paio di volte con la band, anche se so che nel frattempo Brighton è cambiata. Mi ero fissato su quell’idea anche se non era lì che Nick Hornby aveva ambientato il libro. C’era un certo non so che a girare a Broadstairs e a Ramsgate, una qualità della spiaggia, delle cabine, delle strade, dei negozi e di tutto il resto che conferiva un’aria di autenticità, anche se Broadstairs è un bel po’ più sofisticata della città immaginaria di Sand Cliff. Se vogliamo fare un parallelo con l’America, direi che somiglia di più alla costa del New Jersey oppure del North Carolina – quelle zone sono una versione americana di questo tipo di cittadina.”

Con la troupe inglese, Peretz si è sentito a casa: “Negli ultimi venticinque anni avevo fatto forse una quindicina di spot pubblicitari e una decina di video musicali in Inghilterra, dai videoclip a basso costo per i Teenage Fanclub a degli spot pubblicitari con un grosso budget. Ero quindi a mio agio con il modo di lavorare di una troupe britannica”. Peretz si è trovato particolarmente bene con il direttore della fotografia inglese, Remi Adefarasin: “Remi è stato la parte migliore di quell’estate, una persona meravigliosa; sentivo che era riuscito a creare un’atmosfera di assoluta concentrazione sul set. Erano tutti contenti di quello che stavano facendo, tutti quelli che ci lavoravano si sentivano parte di quello che stavamo girando. Remi ha un occhio incredibile per la luce. Fin dal primo giorno in cui siamo saliti su un furgoncino alla ricerca della location giusta, abbiamo fatto delle foto insieme, abbiamo parlato del nostro punto di vista su come fotografare e ci siamo mostrati le foto. Ha reso la fotografia molto più semplice. È veloce, ma ha un occhio allenato e un tocco speciale, delicato e disinvolto. Ha creato un’atmosfera magnifica. Il direttore della fotografia ha un sacco da fare sul set, con tutti che spostano tutto. Influisce tanto quanto il regista sulla creazione dell’atmosfera giusta”. Il produttore Ron Yerxa è rimasto in Inghilterra per la maggior parte delle riprese e attribuisce il merito di aver creato un bell’ambiente di lavoro a Peretz stesso: “Era una gioia lavorare con lui, non solo perché si rispettavano i tempi, ma soprattutto perché Jesse è di mentalità aperta e ascolta i suggerimenti di tutti”.

Sarah Finlay, la scenografa, è entrata in gioco all’inizio del 2017: “Abbiamo fatto un sacco di ricerche per l’ambientazione. Lee, il location manager, andava in avanscoperta, poi ci andavo anch’io e infine chiamavamo anche Jesse. In sostanza tutto il periodo preparatorio è stato una lunga serie di ricognizioni!” Peretz commenta entusiasta: “Sarah Finlay segue l’istinto e ha un approccio particolare, basato sui vari personaggi. Ogni volta che mi presentavo sul set, rimanevo a bocca aperta, perché aveva superato di gran lunga le mie aspettative”.

“Dato che questo è film basato sulle location, in qualche modo dovevamo lasciarci guidare dai luoghi che avevamo scelto” spiega la Finlay. “Jesse aveva visto la Flint House a Broadstairs e se ne era innamorato, quindi per ricreare la casa di Annie bastava che ne riproducessimo le forme essenziali. Flint House è folle ed eccentrica, ma trasmette un senso di ‘inglesità’. Lo stile di Annie è inglese: motivi raffinati, niente che sia troppo vivace, ma con qualcosa che ribolle sotto la superficie: proprio come il personaggio, ha una sua profondità, qualcosa di interessante, che però non si manifesta in modo evidente, va svelato pian piano”.

Gli interni della casa di Annie e Duncan sono stati filmati appena fuori Londra, in un posto diverso da Flint House, dove sono stati girati gli esterni. Per Duncan e Annie, la Finlay e il reparto scenografia hanno preparato una casa adatta a una coppia. La Finlay spiega come sono arrivati alla progettazione: “Fin dall’inizio l’idea era che Annie l’avesse ereditata, che la casa fosse sua e Duncan ci si fosse trasferito. È rimasto per lo più nel seminterrato, dove ha trovato un ambiente perfetto per lui. Era una scelta sensata, perché Duncan ha un modo tutto suo di collocare le cose, perciò, se quella fosse stata la casa di una vera coppia, lui avrebbe avuto bisogno di uno spazio tutto suo da gestire come voleva. Ovviamente la sua presenza si nota ovunque, soprattutto in cucina, con tutte quelle salse e quell’esagerazione di tegami e i DVD nel soggiorno. Ma l’80% del piano superiore è nello stile di Annie”.

Invece l’ufficio del seminterrato, ormai trasformato in un museo di cimeli di Tucker Crowe, è al 100% in stile Duncan. La Finlay racconta quali particolari definiscono il rifugio di Duncan: “Il pezzo forte è la parete di dischi, la cui presenza fa capire molto. Ma è anche la quantità eccessiva di ogni cosa: CD, cassette, dischi”. La Finlay sorride: “È probabile che siano organizzati in base al genere musicale. Penso che Duncan abbia una sezione diversa per ogni genere e che sappia d’istinto in quale sezione debba rientrare ciascun album. Può darsi che sistemi ogni genere in ordine alfabetico”.

Il reparto scenografia doveva poi creare un’esposizione del museo di Sand Cliff, dove lavora Annie, in stile 1964. I responsabili si sono divertiti moltissimo a ricrearla nell’ex Central St Martin’s College nel centro di Londra. Ricorda la Finlay: “La prima volta che ho parlato con Jesse dell’esposizione del 1964 ho citato il Geffrye Museum nella zona est di Londra, la prima location che mi era venuta in mente quando ho letto il copione. Mi sembrava un ottimo modo per riprodurlo, e man mano che la sceneggiatura veniva modificata e il Tenement Museum acquisiva importanza, il Geffrye Museum ha permesso un parallelo efficace. Due musei dedicati alla vita domestica. Per le nostre riprese, potevamo disporre di tre aree all’interno del museo, che serviva anche come spazio di esibizione quando entrava in scena Tucker. Abbiamo inserito diversi elementi caratteristici di una casa, come per esempio delle foto, e abbiamo tentato di rappresentare la cittadina. Un vecchio negozio di arredamento ci ha fornito gli armadietti, molte foto venivano da biblioteche, ma ciascun membro del reparto artistico ha cercato nei propri album di famiglia e molte di quelle foto sono state effettivamente usate nel film”.

Il reparto artistico e quello delle location hanno poi dovuto ricreare vari set tipici degli Stati Uniti a Londra e nei dintorni. Fra questi c’erano i luoghi storici legati a Tucker Crowe, che Duncan e Annie vanno a visitare mentre sono in vacanza: la costosa casa moderna di Julie, l’ultimo posto dove si è esibito Tucker, le autostrade americane, le strade di New York e il Tenement Museum di New York visitato da Annie. La Finlay spiega qual è stato il loro modo di procedere: “Abbiamo cercato un sacco di riferimenti nel vero Tenement Museum di New York e abbiamo utilizzato un colore verde preponderante sia nel museo sia in quel periodo. La casa di Julie è stata un’altra location fantastica. Non abbiamo dovuto lavorare molto per allestirla: abbiamo portato alcune cose, ne abbiamo tolte altre e abbiamo commissionato a un artista un ritratto di Julie. Volevamo riprodurre un’America un po’ più colorata e imponente, che potesse attrarre Annie; quindi ogni cosa doveva essere nuova ed emozionante, in netto contrasto con i motivi decorativi più ridotti e lo stile dell’understatement tipici dell’Inghilterra”.

L’insegnamento che la Finlay ha ricavato dalla produzione è stato trasformare le strade di Londra in modo da renderle convincenti come strade americane: “Abbiamo trovato alcune strade dotate delle caratteristiche essenziali, perciò è bastato aggiungere la segnaletica e i veicoli. Ho imparato un sacco di cose sulla segnaletica stradale americana, vediamo se ne abbiamo messa abbastanza o abbiamo esagerato. Abbiamo fatto un sacco di giri virtuali su Google Earth per individuare la segnaletica corretta per le strade della parte di America che ci interessava!” Peretz ricorda: “Sono rimasto sorpreso dalla facilità con cui siamo riusciti a ricreare a Londra le location americane in cui si svolge un buon quarto del film”.

L’altra location americana importante è la casa di Tucker e Jackson nel New Jersey, dove Tucker vive nel garage della casa della sua ex. Jesse Peretz spiega la premessa: “È stata un’idea di Ethan dopo la lettura a voce alta. Pensava che avessimo bisogno di chiarire il rapporto tra Tucker e Cat. A Ethan è venuta l’idea che lui si fosse trasferito nel garage, cosa che avrebbe fatto facilmente capire al pubblico che lui e Cat non erano più una coppia, ma avevano trovato un sistema moderno per crescere insieme Jackson. Avevamo già trovato la casa dove avremmo girato. Aveva un garage perfetto. È stato divertente prendere il garage e farne uno spazio che Tucker ha trasformato in una casa”.

È uno dei set preferiti della Finlay: “Abbiamo trovato la casa di Tucker a Faversham, nel Kent; è stato un colpo di fortuna, era una bella casa che assomigliava a quelle tipiche della East Coast americana. Abbiamo trovato un garage adatto con un sacco di paccottiglia dentro, a cui ne abbiamo aggiunta dell’altra. Doveva essere uno spazio vitale, il suo ambiente, con un letto, un angolo cucina, una vecchia auto che utilizzava per i tour e un soggiorno bello comodo. La presenza di Jackson si doveva percepire, quindi avevamo una zona riservata all’arte, con i suoi disegni disseminati in giro. Dovevamo farla apparire piuttosto accogliente, una casa in cui Tucker vivesse in maniera stabile. Ne abbiamo parlato con Ethan, che aveva delle idee riguardo allo spazio di Tucker, e anche questo è stato utile e interessante”. Un’altra cosa da curare alla perfezione erano le chitarre di Tucker, come spiega la Finlay: “Abbiamo discusso con Nathan, il compositore, su che cosa sarebbe sembrato veritiero e sullo stile. C’è un negozio di articoli di scena che si occupa degli strumenti e quindi ne abbiamo parlato anche con loro. Inoltre Jesse aveva ovviamente una grande competenza in proposito”.

Lindsay Pugh, la costumista, ha lavorato a stretto contatto con la Finlay e con il reparto artistico per abbinare il guardaroba dei personaggi all’estetica generale del film. La Pugh ricorda: “Andavo spesso a vedere quali location avesse trovato Sarah, come le avrebbe allestite, che aspetto avrebbero avuto e la progettazione generale. Seguivo molto da vicino le idee di Sarah sullo status dei personaggi, le loro risorse finanziarie, come vivevano, che cosa avevano intorno. Anche con i personaggi secondari ci tenevamo reciprocamente informate su come volevamo procedere”.

La Pugh aveva già lavorato con Albert Berger e Ron Yerxa per Ritorno a Cold Mountain. Ha partecipato alla lettura ad alta voce a New York, con Jesse Peretz e tutto il cast, per poter vedere tutti gli attori insieme. La scelta dei costumi è stata molto naturale per lei: “I personaggi sono descritti molto bene nel copione, in un luogo concepito in modo chiaro, perciò è stato semplice capire come dovevano essere vestiti”. Spiega la costumista: “Sai perché sono stati scelti quegli specifici attori e ne sfrutti i punti di forza, perciò è stata una progettazione molto semplice. Ho messo insieme alcune immagini che esprimessero il mood dei personaggi e io e Jesse ci siamo trovati subito in sintonia. È in gamba e afferra tutto al volo, sa bene quello che vuole, ma non è per niente un dittatore”. Peretz ribadisce: “Ci siamo trovati tutti d’accordo”. La Pugh continua: “Quando discutevo delle riprese con Remi, il direttore della fotografia, a lui andava bene che usassi molti colori per via dell’elaborazione che ne faceva lui. Non era necessario avere uno schema di colori preciso, dato che il film è ambientato nella realtà. Bastava che i personaggi avessero un aspetto un aspetto borghese, sono delle persone normali che fanno cose normali”.

Raccontando come ha preparato il personaggio principale di Annie, la Pugh ricorda: “Annie è una donna molto solare, fantasiosa e coraggiosa che è scivolata lentamente in un vicolo cieco, e non è detto che ci viva male. Non se n’è nemmeno resa conto. Perciò, pur avendo un’idea precisa del mondo esterno, in questo vicolo cieco si è creata una nicchia davvero confortevole. Tutto questo si nota nei suoi costumi, non c’è niente di stravagante in quello che indossa. Le forme sono molto morbide, i colori sono tenui, non ci sono linee nette o tonalità vistose. Tutto è grazioso e confortevole. Ha due o tre morbidi vestiti a fantasia che secondo me la rappresentano perfettamente. Il suo abbigliamento cambia un pochino verso la fine, quando Annie si rende conto che potrebbe far parte del mondo esterno. Non la vediamo mai sbocciare completamente, c’è solo un accenno di fioritura”.

“Tendo a definire le persone attraverso le scarpe” racconta poi la Pugh. “La cosa buffa è che anche Jesse fa la stessa cosa e questo è stato fantastico, ci ha facilitato le cose. Dove ritrovi Duncan? Nelle sue scarpe. Porta delle Clarks Wallabees che per me hanno diverse connotazioni. Sono molto retrò, potrebbero essere molto cool, ma anche no. Ma Chris O’Dowd può far sì che non sembrino affatto male e trasmettere la connotazione di essere una persona un po’ introversa, un collezionista, un accumulatore, uno che vuole mantenere il passato nel passato, dove appunto vive lui. È stato interessante perché in questo momento il geek chic è molto di moda, ma Duncan non poteva esserlo; Annie dice che era un buon partito, ma certamente non poteva essere trendy. È una sfida perché Chris è molto bello e veste molto bene, perciò dovevamo essere sicuri che fosse chic, però dalla parte sbagliata. Abbiamo scelto la sobrietà, la normalità; camicie non fatte su misura, jeans non aderenti, con la vita leggermente alta, per dargli un’aria un po’ da prof universitario”.

“Duncan e Annie indossano colori tenui e medi, simili ma diversi. Lui porta toni un po’ più maschili e lei quelli più femminili. Tucker osa di più con i colori, che sono più intensi ma anche molto slavati, dato che anche lui è invecchiato e sbiadito”. La Pugh si è divertita a trovare l’equilibrio giusto per i costumi da Tucker di Ethan Hawke: “Tucker era un cantautore, non una rock star: c’è una grossa differenza, lui era un chitarrista riflessivo, un autore di canzoni, un poeta. Ammette lui stesso di aver sprecato tanti anni annebbiato dalle droghe e dall’alcol e di aver sempre fatto delle pessime scelte a proposito delle donne. È arrivato a un punto in cui non gli interessa, è la persona che è e finalmente se ne sta assumendo le responsabilità. Si occupa di Jackson e dice ‘Questo sono io’. Ha rinunciato a essere ‘Tucker Crowe’ e a preoccuparsi di ciò che il mondo esterno pensa di lui. A tutti noi capita di arrivare a una fase della vita in cui siamo al massimo e cercare di restare così, con la stessa pettinatura e le stesse scarpe, perciò l’idea era che Tucker avesse un look un po’ anni Novanta”. Peretz ricorda il contributo di Ethan Hawke al look di Tucker: “Ethan ha aggiunto elementi un po’ più divertenti e che trasmettevano un fascino attempato, tipo gli occhiali da sole che gli danno un’aria maliziosa. Il personaggio che avevo in mente io era più un tizio che si era arreso, ma Ethan e Lindsay l’hanno ricamato in modo un po’ più complesso, creando un personaggio più divertente sullo schermo. Il costume ha influito sul modo in cui Ethan interpreta Tucker, gli ha dato un po’ più di energia, invece dell’odio per se stesso che lo rendeva deprimente”. La Pugh sorride: “I pantaloni di velluto a costine sono diventati il marchio di fabbrica di Tucker Crowe. Potevamo aggiustarli perché gli cadessero meglio, ma a Ethan non importava. Sono grigi e slavati come Tucker, sono perfetti”.

Era una bella giornata estiva dell’ultima giornata di riprese a Londra, come spesso succede quando si gira in Inghilterra. Mentre fuori splendeva il sole, il team di produzione si era radunato nel seminterrato per girare gli interni. Il set era l’ufficio di Duncan, una sorta di tempio dedicato a Tucker Crowe: uno spazio arredato con stile e stracolmo di dischi e memorabilia che faceva sembrare Chris O’Dowd altissimo grazie al soffitto basso. Il romanziere Nick Hornby aveva fatto un salto sul set per assistere alle riprese.

Jesse Peretz ride nel pensare a quel momento: “Purtroppo è venuto a trovarci sul set proprio nel momento peggiore di quella scena. Avevamo buttato via quella parte di sceneggiatura, era troppo corta e non ci dava quello che ci serviva. Eravamo lì, al terzultimo giorno di riprese, in teoria in ritardo, a cercare di riscrivere la scena con l’attore”.

Chris O’Dowd ricorda: “Le riprese erano andate benissimo, era stato tutto facile, eravamo andati tutti d’accordo e il materiale era davvero efficace. Tuttavia la scena che stavamo girando in quel momento stava venendo malissimo, facevamo un pessimo lavoro. Era una scenetta breve che non ci convinceva affatto, perciò ne avevamo creata una più corposa, ma non ci avevamo riflettuto abbastanza a lungo e la stavamo girando al volo, senza averla scritta per bene. Era un vero caos, perciò ci siamo fermati e abbiamo deciso di ricominciare da capo, e poi ovviamente ognuno ha tirato fuori la sua opinione e ci siamo impantanati del tutto”.

“E poi è spuntato Nick Hornby” ricorda Peretz con una smorfia. “L’incubo di veder arrivare il romanziere fantastico nel picco negativo della nostra creatività si era avverato”. Continua O’Dowd: “Nel bel mezzo di tutte quelle discussioni e conversazioni, abbiamo sentito qualcuno che diceva semplicemente ‘Buongiorno’… ed era Nick. E ci stava osservando da un po’, mentre noi dicevamo cose tipo ‘Non ha assolutamente senso, come faccio a farlo sembrare reale?’, e ovviamente lui ha detto: ‘Non ho scritto io quello schifo, l’avete inventato voi'”.

“Nick è stato carinissimo” ricorda Peretz. “Nell’attimo in cui la sua testa è spuntata dietro il tecnico del suono… ‘Ehi Chris! C’è Nick Hornby!’ Ma tutto è finito bene. Abbiamo fatto una pausa, siamo andati a pranzo in anticipo, siamo rimasti con lui e abbiamo trovato la soluzione che ci serviva”. O’Dowd aggiunge riconoscente: “Abbiamo potuto risolvere un discreto problema che avevamo creato noi, e per giunta risolverlo con l’autore del materiale di partenza, che ci è stato di grande aiuto e si è rivelato modestissimo e tranquillissimo. Alla fine è andata decisamente bene”.

Cercando di definire il genere di Juliet, Naked – Tutta un’altra musica, il produttore Albert Berger spiega: “Credo che sia innanzitutto un film su una relazione di coppia e la storia di una donna che viene a patti con la direzione che vuol far prendere alla sua vita. Non direi che si possa classificare in un genere specifico, non è una commedia, non è un film drammatico, ha un po’ di tutto. Fa ridere e fa piangere… ma in un mondo decisamente da Nick Hornby” conclude il produttore.

Rose Byrne spiega: “Il “brand” Nick Hornby è così distintivo che va oltre la commedia romantica. Ha un suo brand definito, una cosa difficilissima per uno scrittore. Ma quando si dice “È un romanzo di Nick Hornby”, si capisce subito cosa significa e che atmosfera ha”. Riflette l’attrice: “Se è una commedia romantica, lo è in modo insolito, è una sorta di storia d’amore tra Tucker e due persone che si innamorano di lui per motivi diversi, nonché la storia di una coppia che si sta allontanando. Se proprio bisogna categorizzarlo, ha indubbiamente una storia e un’atmosfera da Nick Hornby”.

“Nick riesce a creare personaggi e storie in modo che sia facile identificarcisi” riflette Jesse Peretz. “Ci ritrovi subito te stesso o qualcuno che conosci. Ti sembra una corsa tranquilla, con una posta in gioco piuttosto bassa, finché all’improvviso succede qualcosa, c’è un momento in cui tutto si stravolge e tu ti rendi conto che tutto il viaggio che stai affrontando ha un impatto emotivo molto più forte di quello che avevi previsto. Corrisponde al concetto di dramedy, si muove davvero fra commedia e genere drammatico, perché buona parte della scrittura di Hornby si compone di osservazioni intelligenti e divertenti sull’umanità. Pensi che l’atmosfera sia leggera e buffa, ma all’improvviso ti cattura e ti assesta un colpo emotivo, e quando te ne rendi conto, ti fa un grosso effetto. E poi Nick ama e rispetta anche i difetti dei suoi personaggi, cosa che non tutti gli scrittori fanno. E anche per questo che è così bello leggerlo”.

Ethan Hawke concorda: “Per me la freschezza del film deriva dal fatto che è raccontato nel modo in cui Nick Hornby racconta le sue storie, che mi piacciono molto. C’è qualcosa di archetipico in una commedia su una storia d’amore che è arrivata a una fase di stallo, sbloccata dal caos che però porta a trovare la pace; è come una commedia di Shakespeare sullo scambio di identità”.

La Byrne prosegue: “Il suo senso dell’umorismo, la sua capacità di concentrarsi sui comportamenti umani, sulle idiosincrasie e sulle eccentricità, oltre che sulle patologie che le causano, che si tratti dell’ossessione per la musica o dell’amore. Nick ne parla sempre con un sano senso dell’umorismo che mi attrae”. La Byrne era una grande fan del romanzo da molto prima di essere scritturata per il film: “L’ho letto appena è uscito, senza sapere del film, dato che è stato quasi dieci anni fa. Mi è piaciuto un sacco. È un piacere leggere i romanzi di Nick, ne ho letti alcuni. Tutta un’altra musica era molto affascinante e divertente, mi ha lasciato il segno. Ricordo di averlo consigliato, uno di quei casi in cui si dice ‘Ho appena letto un libro fantastico'”.

Ethan Hawke ha letto il romanzo appena ha saputo del progetto del film: “Non l’avevo letto fino a poco più di un anno fa. I miei figli vanno a scuola con quelli di Jesse Peretz – lo so, è difficile crederci – e così ho saputo del progetto. Jesse me ne ha parlato, perciò ho letto il libro. Anni prima ero stato un grande fan di Nick Hornby. Ci sono diverse parti che avrei voluto e non ho ottenuto, non ci ho mai sofferto troppo, ma avrei voluto davvero recitare in About a Boy – Un ragazzo. Ovviamente la parte è andata a Hugh Grant, che altrettanto ovviamente ha fatto un ottimo lavoro. Ma avrei dovuto farla io. Sarebbe stato molto diverso, ma Nick Hornby mi è rimasto dentro sin da Un ragazzo. E poi mi ricordo Alta fedeltà, ne hanno tratto un film in cui John Cusack è stato bravissimo. Volevo proprio interpretare un personaggio di Nick Hornby, perciò mentre leggevo il libro speravo davvero che la cosa andasse in porto “.

“Esiste un equivalente americano di Nick Hornby?” si chiede O’Dowd. “Non penso che ce ne sia uno. Credo che la difficoltà stia nel fatto che non si hanno necessariamente personalità così appassionate di sport e cultura come Nick. Non è una caratteristica comune negli scrittori e negli USA c’è un modo molto diverso di vivere gli sport. Potrebbe trattarsi più di uno scrittore di baseball”. “La persona a cui paragonerei Nick Hornby è Larry McMurtry” interviene Hawke. “Larry è di un’altra generazione, è molto più avanti con gli anni, ma è una combinazione insolita di cultura letteraria non pretenziosa, si legge benissimo, ma ha una qualità umana e sentita, è emotivamente sofisticato. Nick ovviamente ha sempre una sorta di rock and roll che fa da sottofondo alla sua scrittura. Ma chissà, è giovane, potrebbe cambiare. Questa potrebbe essere solo un’epoca del suo stile, non si sa mai. È difficile avere un proprio “brand” in letteratura, ci sono solo pochissimi autori in grado di definire un proprio genere, e Nick Hornby è fra questi. È impossibile spiegare come ci è riuscito, ma ha una sua voce. Quentin Tarantino ha una sua voce e Nick Hornby ha la sua”.

Riflettendo ulteriormente sul genere del film, O’Dowd aggiunge: “Spero che sia semplicemente una bella commedia romantica. So che questa definizione è considerata quasi un’offesa, anche se non ho mai capito perché. Credo che il cinema ne abbia prodotte così tante di brutte da rovinare l’intero genere. Ma penso che cercare di fare una bella commedia romantica, che sia autentica e divertente e abbia delle scene d’amore, sia una buona idea. Credo che la musica sarà fantastica ed eleverà il tutto, sento che è qualcosa di più del classico incontro fra un uomo e una donna. Spero che sia davvero una grande commedia romantica.”

Considerando il contributo di Hornby e di Judd Apatow alla commedia romantica, Hawke sottolinea: “Hanno una loro personalità e una loro opinione. Uno dei motivi per cui sbuffiamo quando sentiamo parlare di ‘commedie romantiche’ è perché spesso sono come le frasi dei biglietti d’auguri, sappiamo esattamente cosa dicono, sono fiacche e senza mordente. Judd e Nick invece sanno raccontare storia romantiche appassionanti senza sembrare stupidi”.

“È difficilissimo far sì che il proprio nome sia simbolo di qualità, è incredibilmente difficile” continua Hawke. “È durissimo fare anche un solo bel film. Ci sono mille elementi su cui non hai controllo che devono combaciare alla perfezione per creare un buon film. Il fatto che Judd abbia reso felici tantissime persone, che il suo nome sia sufficiente a guadagnare la fiducia del pubblico, è un traguardo enorme. Ed è anche quello che succede con Nick Hornby: la gente sa di cosa si tratta e pensa subito che sarà un bel lavoro. È uno strumento molto potente che si conquista a fatica. Credo che sia questo che ci ha regalato”.

Conclude Peretz: “Adoro Nick, ma l’altro aspetto che mi attira delle sue storie è quello del fan della musica. Anche se non mi vedo affatto in fondo allo spettro del fandom musicale, come Duncan o, a dirla tutta, Nick Hornby stesso, conosco bene quel tipo di personaggio. Quando avevo un’età più appropriata, un po’ lo ero anch’io, ma, al contrario di Duncan, crescendo sono uscito da quella fase. È stata una vera gioia conoscere Nick, ci ha sostenuti tantissimo. Io e lui continuavamo a scriverci, lui ci mandava della musica e stava spesso con noi sul set”.