Raccontaci un po’ del tuo percorso artistico.
Ho sempre scritto canzoni, ma ho attraversato diversi generi. Dopo gli esordi in band vicine all’alternative rock più duro, ho pubblicato con gli Evershed un disco prodotto da Davide Pezzin, bassista di Elisa. Sentivo però l’esigenza di fare anche cose personali, così è nato un EP solista, “The Red Room”, in cui ho scritto pezzi molto intimi. Ora mio progetto si è sviluppato, anche grazie alla produzione dell’etichetta Beautiful Losers: le nuove canzoni si son arricchite di synth, di riferimenti agli anni ‘80 ma anche all’elettronica. Ho adottato il moniker MÅTT MŪN e pubblicato “Cosmography”.
Quali sono i tuoi punti di riferimento?
In primis grandi band classiche come i Beatles, REM, Depeche Mode, Placebo, e cantautori come Johnny Cash e Bob Dylan. Attualmente ascolto Imagine Dragons e One Republic, Digital Ghost ma anche molto altro!
Cos’è la musica per te?
È una parte si me, ogni canzone che scrivo mette a nudo una parte della mia anima. È un’emozione incredibile condividere una parte di te con qualcun altro. Riesco a scrivere canzoni in modo molto naturale, quasi fisiologico direi.
Parliamo di “Cosmography”, come nasce?
Ho scritto l’album in circa due settimane, senza seguire un filo logico, senza precludermi niente. Le canzoni sono nate in modo istintivo, io stesso mi sono stupito di cosa usciva. Ho presentato tutto ad Andrea di Beautiful Losers, che è stato il produttore perfetto per sviluppare al meglio le idee e il sound di queste nuove canzoni.
Hai un particolare progetto ideale e concettuale cui arrivare come massima aspirazione?
Mi piacerebbe scrivere un concept album, anche se per certi versi “Cosmography” già lo è. Voglio continuare a esplorare nuovi suoni e soluzioni, e soprattutto scrivere canzoni che possano emozionare le persone.