La chiamano “riforma della giustizia”. Ma sarebbe più onesto definirla per ciò che è: una manovra di potere.
Un’operazione chirurgica sulla Costituzione che, sotto la maschera della modernizzazione, mira a ridurre l’indipendenza della magistratura, a centralizzare le leve di controllo e a rimettere la giurisdizione sotto la supervisione della politica.
La separazione delle carriere, l’Alta Corte, le nuove regole sull’azione penale obbligatoria: tutto va in una direzione precisa, quella di spostare l’equilibrio dei poteri a favore dell’esecutivo.
La falsa promessa della neutralità
Il governo la presenta come una riforma di buon senso: separare chi accusa da chi giudica, “come avviene nei Paesi civili”.
Ma la realtà è ben diversa. In Italia giudici e pubblici ministeri non sono alleati, ma membri dello stesso ordine, legati da una cultura comune della giustizia e da una garanzia fondamentale: l’indipendenza dal potere politico.
Separarli in due corpi distinti significa indebolirli entrambi e rompere quel cordone che tiene la magistratura distante dai governi.
La storia italiana parla chiaro: ogni volta che la politica ha avuto la possibilità di mettere mano alla giustizia, lo ha fatto con lo scopo di controllarla.
Questa riforma non è un passo verso l’imparzialità, ma un ritorno al controllo. È il sogno mai sopito di una classe dirigente che non ha mai accettato davvero l’idea di una magistratura autonoma e libera.
L’azione penale a orologeria
La modifica all’articolo 112 della Costituzione è la parte più pericolosa.
Finora il pubblico ministero aveva l’obbligo di esercitare l’azione penale: se c’è un reato, si procede, senza eccezioni.
Con la riforma, invece, l’azione penale potrà essere esercitata “nei casi e nei modi stabiliti dalla legge”.
Tradotto: sarà la politica a decidere quali reati perseguire prima e quali lasciare indietro.
Stabilire per legge le priorità non significa rendere la giustizia più efficiente. Significa renderla selettiva.
In un sistema già povero di risorse, certe categorie di reati rischiano di essere messe in secondo piano, mentre altre – più utili alla propaganda o al consenso – avranno corsie preferenziali.
È la giustizia a comando, la giustizia piegata alla convenienza politica del momento.
Altro che indipendenza: qui si parla di una vera e propria torsione autoritaria.
Due CSM, un caos e un’Alta Corte che vigila dall’alto
Con la scusa della modernizzazione, la riforma smonta il Consiglio Superiore della Magistratura e lo divide in due: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. A questi si aggiunge un’Alta Corte disciplinare, organo nuovo e ancora tutto da definire.
Il risultato sarà un sistema frammentato, lento, e con maggiori spazi di interferenza politica.
Due CSM con regole diverse rischiano di creare confusione e conflitti. Ogni nomina, ogni trasferimento, ogni sanzione potrà trasformarsi in un braccio di ferro.
E l’Alta Corte, che dovrebbe vigilare sul comportamento dei magistrati, diventa un ulteriore strumento di controllo, il luogo dove il potere politico potrà esercitare la sua influenza attraverso le nomine.
Il referendum: un passaggio decisivo, non una formalità
Il 5 novembre i senatori della maggioranza hanno depositato in Cassazione le firme per chiedere il referendum confermativo sulla riforma.
Il giorno prima lo avevano fatto i deputati, e nei prossimi giorni anche le opposizioni presenteranno le proprie firme.
La Cassazione avrà trenta giorni per verificare la regolarità dei documenti e delle firme, e altri cinque per comunicare la decisione ai proponenti. In una precedente versione di questo articolo avevamo riportato un termine errato, indicando cinque giorni anche per la verifica: il tempo previsto dalla legge è invece di trenta giorni.
Una volta accertata la legittimità delle richieste, sarà la Cassazione a formulare il quesito referendario.
Se il referendum verrà ammesso, il Presidente della Repubblica dovrà indire la consultazione entro sessanta giorni.
Secondo le previsioni del ministro Nordio, il voto si terrà tra marzo e aprile 2026.
A differenza dei referendum abrogativi, qui non è previsto il quorum. Il voto sarà valido indipendentemente dal numero dei partecipanti.
Chi voterà “Sì” confermerà la riforma e consegnerà al governo un potere mai avuto prima. Chi voterà “No” difenderà l’indipendenza della magistratura e il principio che la legge è uguale per tutti, non per chi governa.
Il bluff della modernizzazione
Ogni governo che vuole toccare la giustizia promette efficienza, trasparenza, tempi più brevi. Ma questa riforma non tocca nessuno dei problemi reali.
Non assume personale, non migliora la digitalizzazione, non potenzia gli uffici giudiziari, non interviene sui tempi dei processi.
L’unica cosa che cambia davvero è il potere politico, che da oggi potrà dire ai magistrati quali reati meritano attenzione e quali no.
È una riforma fatta non per i cittadini, ma per chi siede al governo.
Anche se passa, la partita non è chiusa
Anche se la riforma dovesse essere confermata dal voto popolare, la sua attuazione richiederà anni.
Il governo e il Parlamento dovranno riscrivere interamente le leggi che regolano il Consiglio Superiore della Magistratura, la giurisdizione disciplinare e l’ordinamento giudiziario.
Almeno sei testi normativi dovranno essere modificati o sostituiti, a cominciare dalla storica legge del 1958 sul CSM.
Un processo complesso, costoso e pieno di incognite. Nel frattempo, i tribunali continueranno a lavorare in un clima di incertezza e tensione.
Il vero obiettivo: ridurre il controllo
Dietro le parole rassicuranti su “equilibrio tra poteri” si nasconde un obiettivo molto più chiaro: ridurre la capacità della magistratura di controllare la politica.
In un Paese dove l’esecutivo tende sempre più a occupare ogni spazio, la giustizia è l’ultimo baluardo di autonomia.
Toglierle indipendenza significa togliere voce a chi può ancora garantire il rispetto della legge anche contro i potenti.
È il passo finale di un progetto che concentra il potere in poche mani e indebolisce ogni forma di controllo.
Un referendum per difendere la libertà
Il voto che si terrà nel 2026 non sarà solo un referendum sulla giustizia. Sarà un voto sull’Italia che vogliamo: un Paese con magistrati liberi o un Paese con magistrati obbedienti.
Chi sostiene che questa riforma non tocca l’indipendenza dei giudici mente. Chi dice che migliorerà l’efficienza non ha mai visto l’interno di un’aula di tribunale.
Questa riforma non serve ai cittadini, serve a chi comanda. E quando la politica mette le mani sulla giustizia, la storia insegna che a perdere non sono i giudici, ma tutti noi.



