La lunga scia di morte che negli ultimi mesi ha colpito il territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise potrebbe essere arrivata a un punto decisivo. Le indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Sulmona stanno infatti concentrando l’attenzione su un elemento che potrebbe rivelarsi determinante: il fitofarmaco utilizzato per preparare le esche avvelenate che hanno provocato la morte di almeno 23 lupi appenninici, oltre a numerose altre specie selvatiche tra cui volpi e rapaci.
Gli accertamenti si stanno sviluppando nelle aree comprese tra Alfedena, Villetta Barrea, Pescasseroli e la Marsica, dove tra aprile e maggio sono stati rinvenuti gli animali morti. Secondo quanto emerso dalle analisi effettuate dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise, tutti i casi sarebbero riconducibili alla stessa sostanza tossica, circostanza che rafforza l’ipotesi di un’azione pianificata piuttosto che di episodi isolati.
La scoperta assume particolare rilevanza investigativa perché il prodotto individuato non è liberamente acquistabile. Si tratta infatti di un fitofarmaco destinato all’uso agricolo, la cui vendita è soggetta a registrazioni e controlli specifici. Ogni acquisto lascia una traccia documentale che potrebbe consentire agli investigatori di ricostruire la filiera e individuare chi ne è entrato in possesso.
Proprio per questo motivo la Procura avrebbe acquisito una mappatura dettagliata dei prodotti utilizzati nelle aziende agricole presenti nelle zone interessate dall’inchiesta. Parallelamente sono iniziate le prime audizioni di persone ritenute in grado di fornire informazioni utili sul contesto agricolo e zootecnico locale.
Tra le persone ascoltate dagli investigatori figura anche Dino Rossi, presidente del Cospa (Comitato Agricoltori e Allevatori d’Abruzzo). Rossi è stato sentito per il contributo che può offrire in merito alle pratiche agricole e all’utilizzo dei fitofarmaci nel territorio interessato dall’inchiesta. Nel corso dell’audizione avrebbe fornito informazioni di carattere tecnico sulle sostanze maggiormente impiegate nelle coltivazioni locali e sulle modalità di utilizzo dei prodotti fitosanitari.
Accanto alle analisi chimiche continua anche il lavoro scientifico sulle prove raccolte sul territorio. Gli esperti stanno esaminando alcune esche recuperate prima che venissero consumate dagli animali, nella speranza di individuare tracce biologiche utili all’identificazione di chi le ha preparate o maneggiate.
Resta aperto anche il capitolo relativo alle possibili motivazioni. Gli inquirenti non escludono che dietro la strage possano esserci tensioni legate alla gestione del territorio, alla pastorizia o all’accesso ai contributi europei destinati alle attività agricole. Al centro delle verifiche vi sarebbe anche la gestione di vaste superfici destinate al pascolo all’interno e nei dintorni dell’area protetta.
Mentre le indagini proseguono, il caso continua a suscitare forte preoccupazione tra ambientalisti, associazioni e cittadini. La morte di oltre venti lupi appenninici rappresenta infatti uno degli episodi più gravi registrati negli ultimi anni ai danni della fauna selvatica italiana e potrebbe avere conseguenze significative su una popolazione considerata tra le più importanti dell’intero Appennino.
La speranza degli investigatori è che proprio la tracciabilità del fitofarmaco utilizzato possa trasformarsi nella chiave capace di rompere il muro di omertà e portare finalmente all’individuazione dei responsabili di quella che appare sempre più come una delle più gravi stragi di fauna protetta avvenute nel cuore dell’Appennino.






