La Svizzera possiede cinque impianti nucleari. I primi tre, costruiti tra il 1969 e il 1971, dovranno essere disattivati entro il 2020; per gli altri due, costruiti nel 1978 e 1984, le autorizzazioni scadono rispettivamente nel 2040 e 2045. Le centrali atomiche forniscono quasi il 40% dell’energia elettrica consumata, le fonti rinnovabili coprono il 5%, il resto viene da impianti idroelettrici.
Dopo il disastro di Fukushima, la ministra per l’energia, Doris Leuthard, ha chiesto all’Ispettorato federale della sicurezza nucleare (IFSN) un rapporto sulla sicurezza delle centrali. Il rapporto è stato pubblicato giorni fa e mostra dei risultati non troppo positivi, in particolare per le centrali più vecchie: i sistemi di raffreddamento sono inadeguatamente protetti contro il rischio di terremoti o inondazioni.
Entro fine agosto tutti i gestori dovranno presentare un piano d’intervento per rimediare alle lacune riscontrate. Inoltre, sono previsti altri test focalizzati sull’eventualità di inondazioni di grande portata e terremoti di magnitudo 7 in concomitanza con un’alluvione.
Per ora, nessun impianto verrà chiuso. Ma la stampa nazionale e alcuni partiti hanno reagito con durezza ai risultati del rapporto. Parlano di rischio sottovalutato; di responsabilità rimpallate tra IFSN e la politica; di un Parlamento privato delle informazioni necessarie per decidere la direzione da prendere. Gli ambienti ecologisti dubitano anche dell’imparzialità dell’organo di controllo. Il giornale 24heures: “In base a quali criteri si definisce la sicurezza nucleare? Quanto contano i rischi? Occorre immaginarsi anche i rischi più improbabili? Tocca alla politica fissare i limiti dei rischi accettabili”. “Il dibattito dovrebbe avvenire in modo democratico. La sicurezza nucleare è una decisione della società, non una norma scientifica”.

fonte aduc

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