Il recente blitz dell’esercito israeliano ai danni di civili, messo in atto con grave spargimento di sangue nelle acque extraterritoriali davanti alla striscia di Gaza, ci impone di riflettere ulteriormente sul contrasto arabo-ebraico nelle terre di Israele e in quelle sulle quali esso ha comunque grosse quote di sovranità, come Gaza, appunto.

Alla strage i media hanno dato grande importanza ma quasi mai ci si è soffermati sulle motivazioni che soggiacciono alle missioni di aiuto e all’imposizione della forza da parte di Israele nel tentativo di evitarle. Davvero Israele impedisce gli aiuti umanitari solo per tutelare, magari con un uso “preventivo” della violenza, la propria sicurezza? Davvero gli aiuti ai palestinesi consistono e dovrebbero consistere solo in alimenti e medicine? Qual è la qualità della vita dei cittadini non ebrei di Israele e dei territori occupati?

Per rispondere a queste domande bisogna partire da un dato di fatto di carattere generale: Israele non è una democrazia. Di fronte a ciò tutta la benevolenza occidentale verso lo stato sionista non è semplice solidarietà tra governi democratici, non è sostegno disinteressato verso una forma ed una cultura che sentiamo vicine a noi. I nostri rapporti con Israele assumono alla luce di questa riflessione un aspetto del tutto diverso che, esulando da qualsiasi discorso idealistico, sembra affondare le proprie radici in terreni paludosi. Se le tante risoluzioni Onu contro Israele, mai rispettate, sembrano scivolare addosso alle coscienze di europei e statunitensi, non è per la democraticità di Israele, isola felice nel medio oriente dei diritti negati, ma evidentemente per la capacità di Israele nell’indirizzare le politiche occidentali.

Quella sionista non è una democrazia perché in democrazia tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e godono degli stessi diritti, delle stesse opportunità e degli stessi trattamenti da parte dello Stato (questo almeno in teoria, in pratica le cose stanno diversamente anche nelle nostre democrazie). Sulla carta di identità di un cittadino europeo, è scritto chiaramente: di nazionalità italiana, tedesca, bulgara… Una volta stabilito questo, all’interno di ciascuna nazione, i cittadini sono praticamente indistinguibili. Se invece siamo di fronte ad un cittadino di Israele, sul suo documento troveremo scritto: ebreo, arabo, druso, circasso, samarita, caraita o straniero. Mai israeliano. Si tratta di una divisione su base etnico-religiosa che già nella classificazione dei cittadini crea discriminazione.

Ma che senso ha questa classificazione se i cittadini sono uguali di fronte alla Stato? Nessuna, ed infatti non lo sono: la dettagliata divisione confessionale serve a stabilire la base giuridica di stati di cittadinanza di diverso livello. I cittadini di origine ebraica, di fronte ad esempio a quelli di origine araba, i palestinesi, possono contare su diversi privilegi. O meglio, sono gli arabi a poter “contare” su alcune vere e proprie vessazioni. La legge del Ritorno, ad esempio, permette a tutti gli ebrei del mondo di stabilirsi in Israele, [stextbox id=”grey” float=”true” align=”right” width=”200″]Nota “Il «certificato d’immigrazione» dà diritto immediato alla «cittadinanza» in virtù del ritorno nella «terra madre d’Israele» e a molti benefici finanziari che variano a seconda della nazione da cui provengono gli «ebrei». Per esempio, quelli che provengono dall’ex URSS ricevono subito una «gratifica complessiva» di $ 20.000 per famiglia. Agli stranieri, cioè ai «non ebrei», può essere revocata la residenza anche se hanno vissuto in Israele anni ed anni, mentre nessuno può espellere gli indesiderabili se ebrei, com’è stato in moltissimi casi di trafficanti e comuni malfattori che sono persino riusciti a farsi eleggere nel Knesset. E ciò grazie alle leggi sulla cittadinanza del 1952 che, senza mai menzionare «ebrei» e «non ebrei», sono il fondamento primo dell’apartheid”. Cit. in Israel Shaak, «Storia ebraica e giudaismo: il peso di tre millenni» cap. I[/stextbox]godendo di fondi per il rimpatrio e l’avvio della nuova vita[Nota], mentre parallelamente la Legge di Cittadinanza regola la vita dei cittadini non ebrei, impedendo ad esempio il loro stabilirsi nel West Bank e il rientro dei familiari dall’estero.

Le porte di Israele sono spalancate per gli ebrei e sbarrate per tutti gli altri. Molto peggio che in uno stato confessionale, come ad esempio quello islamico dell’Iran, perché, ricordiamo, mentre per convertirsi all’Islam, e quindi godere dei diritti di cittadinanza, basta ripetere una formula per tre volte davanti a dei testimoni, per divenire ebrei non basta una semplice conversione. Si è ebrei, per legge talmudica, essenzialmente per legame di sangue, per via materna.

Tornando alle discriminazioni, quella inerente il diritto di residenza è una delle più macroscopiche: il 92% della terra di Israele è proprietà dello Stato ed è amministrato dalla Israel Land Authority secondo i criteri del Jewish National Fund, affiliato alla World Zionist Organization. Secondo le regole del JNF a chi non è «ebreo» è proibito di stabilire la propria residenza, di esercitare attività commerciali, di prendere in affitto addirittura orti per coltivare frutta e verdura per uso privato.

Questo controllo, da parte della componente sionista ed ebraica sul territorio, intende preservare la relativa componente etnica dello Stato israeliano. Allo stesso obiettivo risponde anche l’obbligo, per ogni partito, di accettare esplicitamente il “carattere ebraico” dello Stato.

La discriminazione agisce però anche in numerosi altri modi. Secondo il giornalista palestinese Al Qaryouti, di cui già in precedenti articoli abbiamo riportato il pensiero, in ambito lavorativo ci sono differenze di salario per identiche mansioni, a seconda della religione del lavoratore, così come altre disparità riguardano l’estendersi dell’orario di lavoro. In alcune aziende è addirittura proibito parlare in arabo mentre in tutte non è concesso ai dipendenti di origine arabe costituirsi in associazioni sindacali. I non-ebrei non possono neanche dedicarsi all’agricoltura né, ovviamente all’industria bellica. Parallelamente a queste discriminazioni legalizzate, ce ne sono altre “pratiche” ma molto più tragiche negli effetti. Sto parlando dei vari muri, check point, controlli, barriere, che in pratica limitano la libertà e il movimento dei cittadini dei territori occupati, della striscia di Gaza e di altre zone.

In questi luoghi, scelta molto importante di strategia politica, è anche proibito ristrutturare le proprie case. Tale legge intende porre le condizioni per una “presenza a tempo” dei palestinesi, spinti all’emigrazione attraverso una qualità di vita quasi intollerabile.

Anche culturalmente parlando la situazione non è migliore: non esistono università arabe in Israele e ultimamente ha fatto grande scalpore la decisione di creare il “reato di tristezza”. Infatti il 15 Maggio, giorno che per gli ebrei segna l’inizio dell’indipendenza israeliana e per i palestinesi l’inizio dell’occupazione, è recentemente stato proibito ai palestinesi parlare di Nakba, termine arabo per catastrofe o olocausto, ed esprimere lutto e tristezza.

Il quadro che ho appena dipinto mostra una realtà, quella israeliana, tutt’altro che democratica. Il confine con l’Apartheid, così come enunciato dall’Onu nel 1973, è a mio parere oggi superato: “Qualsiasi provvedimento legislativo e altre misure deliberati per impedire ad un gruppo o a gruppi razziali la partecipazione alla vita politica, sociale, economica e culturale di un paese e la deliberata creazione di condizioni per ostacolare il pieno sviluppo di un gruppo e di altri gruppi.”.

Fermiamoci qui, anche se ci sarebbe molto altro da dire, e vediamo quali argomenti oppongono gli ebrei israeliani a queste accuse. Personalmente ho sottoposto la questione all’Ucei ormai da parecchi giorni, senza però avere risposta. In rete si trovano singolari posizioni di apologeti del sionismo. Ne vorrei citare una, di Jarod Israel, consultabile sul sito “the emperors clothes”, il quale vorrebbe essere controinformazione sulle menzogne antisemite e antisioniste. Ebbene, l’autore riesce nell’impresa difficilissima di peggiorare la situazione: sulla questione della residenza, mostra come agli arabi, il 20% della popolazione, appartenga il3% del territorio, mentre agli ebrei, quasi l’80%, il 3,5. Il restante 93,5 % è proprietà dello Stato. Quindi ecco dimostrato che non esiste discriminazione! L’autore non ci dice però che lo Stato concede la sua terra soltanto agli ebrei e non mi sembra proprio un dettaglio visto che così le percentuali salgono a 97% contro 3%! Per quanto riguarda le accuse di apartheid, gli effetti dell’apologia sono ancora peggiore. Israel insiste sulle differenze tra quello sudafricano e quello israeliano in modo da alleggerire il secondo e soprattutto mostra come gli arabi in Israele si troverebbero meglio che n qualsiasi altra parte del mondo arabo. Anche dando per buono questo assioma, bisogna dire che uno Stato che vuol definirsi democratico non può paragonarsi a Stati autoritari per autoassolversi. Ciò sarebbe perlomeno contraddittorio, quasi come giustificare la tortura un immigrato macchiatosi di un delitto solo perché nel suo paese d’origine sarebbe stato condannato a morte.

Ritorniamo al punto di partenza, ovvero l’attacco israeliano alle navi pacifiste e proviamo, alla luce di quanto detto, ad indovinarne il senso. Da una parte c’è la necessità di un popolo di sopravvivere in maniera degna, dall’altra la volontà di un altro popolo a conservare lo status quo, ben consapevole che ogni concessione vorrebbe dire miglioramento della qualità di vita, quindi nessuna emigrazione, sensibile incremento demografico e aumento dei problemi nella realizzazione dello Stato Confessionale.

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