Ci sono tante cose non dette nella querelle sull’articolo 18, omissioni e mistificazioni che hanno il sapore della propaganda di altri tempi. Nelle ultime settimane si è sentito spesso parlare di difficoltà a licenziare da parte delle aziende, di troppe garanzie per i lavoratori, di poca flessibilità in ingresso ed in uscita, ma nessuno ha raccontato cosa, in realtà accade in tribunale e dopo le sentenze per una causa di reintegro e di come si aggirino, facilmente, le regole da parte degli imprenditori.

Con il Collegato al Lavoro sono stati presi provvedimenti altamente penalizzanti nei confronti dei lavoratori assunti con contratti a tempo determinato (esempio Poste Italiane) che si sono visti togliere gli arretrati in caso di sentenza di annullamento della clausola di transitorietà del rapporto di lavoro, con conversione del contratto in tempo indeterminato. L’anomalia è stata palese e la norma altamente lesiva, perché applicata retroattivamente a tutti i procedimenti in essere e, quindi, in Primo Grado, Appello e Cassazione, mentre ne sono state escluse solo quelle definitive al momento dell’entrata in vigore del DL. Questo ha dato mano libera a violazioni continuate, poiché l’imprenditore che viola la regola ed il diritto, commettendo illecito, sa già che pagherà massimo 12 mesi di stipendi, su processi che, a Roma per fare un esempio, possono durare anche 3 anni e più. Di fatto è stato tolto il deterrente sanzionatorio, ma c’è molto di più: se l’azienda non ottempera al reintegro non vi è più reato penale e questo ha generato altri paradossi.

In questo caso posso parlare anche in via personale, dopo oltre 4 anni di causa ho ottenuto un reintegro per nullità del contratto a tempo determinato con conversione a tempo indeterminato nel Maggio 2011, non solo Computer Associates ( l’azienda con la quale ero in causa) non ha pagato gli arretrati grazie al collegato al lavoro, ma non mi ha fatta rientrare al posto di lavoro, pagando dopo tre mesi il “risarcimento omnicomprensivo” di due mensilità e mezzo, che il giudice mi aveva assegnato, convocandomi per il primo Settembre 2011 in Azienda a Roma. Una volta presentatami non sono entrata al posto di lavoro, ma fatta accomodare in una sala riunioni ove mi veniva consegnata, a mano, una lettera di licenziamento per “Giustificato Motivo Oggettivo”, dato che l’azienda, a loro dire, in questi anni aveva operato ristrutturazioni ed un riassetto cancellando il ruolo con cui ero stata assunta; ebbene… in tribunale era stato chiaramente stabilito che uno dei motivi di nullità era stato proprio il ruolo da me svolto e che non era assolutamente quello indicato nel contratto.

Il risultato è stato che sono disoccupata, malgrado un fantomatico reintegro mai avuto e la legislazione mi “concede” solo di far causa nuovamente, senza aver avuto minimamente risarcimenti, oltre le elemosine stabilite dal Collegato al Lavoro. Come si evince, le aziende ed anche le multinazionali hanno già sistemi e modi per aggirare regole e diritti, dato che ho scoperto di non essere l’unica ad aver subito uno scherzo del genere. In Italia esiste già il far-west nel mondo del lavoro, con contratti capestro co.co.pro, contratti a termine selvaggi, collaborazioni sottopagate a partita IVA e stipendi al limite dello sfruttamento e ben al di sotto della minima sopravvivenza, il tutto in un regime di precarietà assoluta. Cosa altro vogliono? E’ semplice: una deregulation assoluta. Il nostro paese non è la Germania o l’Olanda od il Belgio e nemmeno la Francia, il nostro è un paese ove la violazione delle regole, la furberia, la sopraffazione sono all’ordine del giorno (basta guardare quanti evasori totali o grandi evasori fiscali abbiamo) e le regole di altri paesi qua non possono e non devono essere applicate, pena l’anarchia totale. L’articolo 18 va aggiornato, e sono d’accordo, ma le responsabilità, in caso di illecito, commesso da imprenditori ed aziende DEVE essere sanzionato, cosa che non lo è più. Ci saranno tanti licenziamenti, tante cause e tanti guai per tante famiglie, il Professor Monti dovrebbe tornare a scuola, prima di arrogarsi il diritto di distruggere un tessuto sociale già pesantemente minato da scelte a dir poco discutibili in materia di rilancio economico basate solo ed esclusivamente su tasse e sacrifici per le famiglie e singoli lavoratori.