Congelare ovociti o pezzi di tessuto ovarico per avere piu’ chance di diventare mamme dopo il cancro. Lo sostengono gli esperti riuniti ieri a Bologna al convegno ‘Maternita’ dopo il tumore: le nuove frontiere della scienza’. Secondo gli ultimi dati della Banca tumori, in Italia nelle donne fra i 15 e i 44 anni malate di un tumore maligno si registra una riduzione della mortalita’ del 27,81%. Una bella notizia, che pero’ porta con se’, come rovescio della medaglia, il problema della qualita’ di vita futura di queste pazienti. E quindi della loro maternita’.
“Le terapie utilizzate per curare i tumori portano a uno stato di sterilita’ irreversibile – spiega Andrea Borini, presidente della Societa’ di conservazione della fertilita’ ProFert – Le ovaie sottoposte a radioterapia e a chemioterapia perdono il loro patrimonio follicolare facendo entrare la paziente in menopausa forzata. E’ quindi importante poter conservare oociti o pezzi di tessuto ovarico da utilizzare dopo la guarigione dal tumore. Oggi nel mondo sono nati piu’ di mille bambini da ovociti congelati e tredici da tessuto ovarico”.
La tecnica, dunque, sembra funzionare, a patto che gli interventi siano tempestivi: vanno eseguiti prima dell’inizio delle cure. Cio’ significa, sottolineano gli specialisti, che l’oncologo che ha in cura la paziente deve informarla di questa possibilita’ nel piu’ breve tempo possibile e agire in stretta e immediata collaborazione con un esperto di procreazione assistita. “Negli Stati Uniti, se un oncologo non informa la paziente della possibilita’ di preservare la sua fertilita’, rischia una azione legale”, spiega Fedro Peccatori, direttore del Progetto fertilita’ e gravidanza in oncologia all’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano.
“E’ importante fin da subito – afferma Peccatori – valutare il rischio di infertilita’ relativo al trattamento previsto, considerare la prognosi oncologica e discutere delle diverse opzioni di preservazione della fertilita’ con la paziente”.
Secondo uno studio presentato al congresso della Societa’ americana di oncologia clinica (Asco), gli oncologi affermano che ‘se non sanno non dicono’, cioe’ se non conoscono bene un argomento preferiscono non parlarne.
“E’ quindi necessario creare prima di tutto una rete di informazione che coinvolga i medici e le pazienti e che poi agisca sul campo con rapidita'”, evidenzia Borini, spiegando che “il tessuto ovarico puo’ essere prelevato dal chirurgo direttamente nell’ospedale in cui e’ in cura la donna, congelato e poi spedito in un Centro specializzato per la conservazione”.

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