Divide et impera”. Nonostante siano passati due millenni, questo motto descrive ancora alla perfezione la più efficace strategia dell’espansione politico-militare. Ma mentre Roma lasciava ai vinti un certa indipendenza culturale e cultuale, i conquistatori di oggi portano con le armi anche lo stravolgimento totale della vita degli sconfitti, inoculando i germi della globalizzazione, del capitalismo sfrenato e i dogmi del credo materialista, in ciò che rimane in piedi dopo i bombardamenti. Non si tratta di una differenza di poco conto.

Visto che i maggiori colonizzatori della nostra epoca sono gli Stati Uniti, con la sorella maggiore Gran Bretagna, delle loro malefatte dovremo parlare. Dopo la fine del bipolarismo, che ha praticamente lasciato campo libero ad ogni scorribanda, gli Usa hanno dovuto occuparsi di consolidare il proprio potere con un occhio non al futuro prossimo, ché in quello non avrebbero corso pericoli, ma ai decenni a venire. Impedire il riformarsi di un blocco coeso sarebbe bastato a garantire la propria supremazia e tale obiettivo poteva essere raggiunto “controllando” i blocchi esistenti, quali la scialba Unione Europea, e intervenendo con l’intelligence e l’esercito per imporre altrove il “divide et impera”, appunto. Di questa volontà non hanno neanche fatto troppo mistero: già dal 2004 i Neocon americani parlano di “grande medioriente”, ragionando su un nuovo assetto geopolitico per le terre che vanno dal Maghreb al centro dell’Asia. Il concetto si evolve quando nel 2006 Condoleeza Rice a Tel Aviv, in un colloquio con Olmert, conia il termine “Nuovo Medioriente”, in occasione dei bombardamenti israeliani in Libano. Da quel momento inizia il progetto di bancanizzazione del medioriente che è, come ha felicemente detto Claudio Moffa, l’altra faccia della globalizzazione. In pratica si tratta dello sfruttamento tardivo dell’arbitrarietà dei confini coloniali, in Africa e in Medioriente, ai fini di creare attriti, lotte, tensioni interne ed esterne, per destabilizzare le aree di interesse. Sappiamo che i confini non naturali, tracciati con linee rette dalle potenze occidentali per motivi di spartizione, hanno creato situazioni di conflittualità per la convivenza forzata di popoli nomadi, minoranze etniche, religiose ed identitarie. Con la decolonizzazione ci fu un ancoraggio di tali confini forzosi al principio di autodecisione dei popoli, senza che i primi venissero ridiscussi. Praticamente si riconobbe l’indipendenza degli Stati ma all’interno delle forme generate dal colonialismo. La nascita dei nazionalismi acuì i contrasti interni ed esterni in tali entità artificiali. Cosa succede oggi? Dopo il 1991, con la risoluzione 713 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, inizia ad essere disattesa la sovranità dei governi legittimi. Si comincia con la questione balcanica, con l’embargo generale verso il governo della Serbia, che poi sfocerà nell’accettazione della proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo nel 2008. Si è legittimata una secessione per frammentare quell’area e fare del nuovo Stato venuto a crearsi un avamposto neocoloniale, inserendo nel governo propri emissari politici ed economici.

Dal ’91 questo schema è stato applicato ovunque si rendesse necessario controllare un area “scomoda”. Gli Stati Uniti ed Israele, soprattutto, hanno cominciato a favorire gli indipendentismi nella lotta che opponeva chi si rifacesse ai confini coloniali e chi, per motivi identitari, li disconoscesse. Cavalcando movimenti violenti, rifornendoli di armi, denaro, sostegno logistico e addestramento, l’”Occidente” ha messo piede ovunque volesse, stravolgendo governi, intentando golpe, manipolando l’opinione pubblica e sostenendo strategie terroristiche. Se negli Stati Uniti la teoria della Balcanizzazione è venuta allo scoperto relativamente tardi, in Israele se ne parlò molto prima (http://radioislam.org/islam/english/toread/kivunim.htm), sin dal 1982. Poi fu esportata negli Usa tramite il solito gruppo Neocon, a maggioranza ebraica, con la Teoria degli Archi di Instabilità di Zbigniew Brzezinski, con i vari Perle, Wolfowitz, Cheney e compagnia bella a dare manforte su ogni politica interventista. Fino all’idea del Colonnello Ralph Peters, che propose la creazione di un grande stato curdo che tolga terre ad Iran, Iraq e Turchia, disegnando tanto di cartina geografica del nuovo assetto (http://petrolio.blogosfere.it/images/nuovomo.jpg ).

Fatto sta che oggi ovunque vengono incoraggiati i secessionismi: primo tra tutti quello curdo, per destabilizzare Iran, Iraq e Turchia, ma poi tanti altri, come i fantomatici Baluchistan e Pashtunistan, per fare qualche esempio. Come ha giustamente rilevato Andrea Carancini, (http://andreacarancini.blogspot.com/2010/06/pkk-israele-crescono-i-sospetti.html) dietro il Pkk curdo c’è la mano (e le armi) dei servizi israeliani, cosa che forse è alla base della decisione turca di mandare la flottiglia a Gaza a rompere le scatole agli Israeliani. Della serie: tu mi torturi con i curdi? E allora io ti disturbo coi palestinesi!

Non basterebbero cento pagine a descrivere i meccanismi della balcanizzazione, ma vorrei concludere con due osservazioni. La prima: il principio si è rivoltato contro i suoi ideatori, avvantaggiando la Russia nei casi di Abkhazia e Ossezia del Sud, delle quali Putin ha appoggiando gli indipendentismi per colpire gli Stati legittimi filo-occidentali. La seconda: la questione del “divide et impera” si lega perfettamente con le necessità economiche ed energetiche (leggasi incetta di petrolio e suo spostamento) degli Usa che sono anch’esse alla base delle recenti guerre. A tal proposito basta informarsi sulla vicenda Unocal – Namid Karzhai, in Afghanistan.

E’ da sottolineare da ultimo, ed è ancora un’osservazione di Moffa, l’ulteriore vantaggio che Israele ricaverebbe dalla balcanizzazione diffusa: attraverso le diaspore in società “minorizzate”, sarebbe facile emergere come minoranza maggiormente dotata di cultura, scienza e consapevolezza di sé, per conquistare il potere.