Il giorno 27 agosto dell’anno 2005 è morto a 80 anni Matteo Salvatore, cantastorie di Apricena in provincia di Foggia.
Ho particolarmente amato questo straordinario poeta/cantante, per le storie che era capace di raccontare, con rabbia, semplicità, arroganza, calore e infinito amore per la sua terra.
Che strano destino ha la vita di alcuni artisti… messi in disparte, nel silenzio, troppo spesso dimenticati o non compresi da una società cementificata e frenetica… sono come un rumore di fondo, non udibile a tutti, ma solo ai più attenti.
Non ho mai avuto la fortuna di conoscere Matteo, ma sono convinto che il suo amore per la vita è stato disperato, quella disperazione che solo l’arte riesce a regalare… una disperazione che scorre nel sangue… che permettere di assaporare la vita in agro-dolce e che permette anche di buttarla via in pochi istanti.
Ho conosciuto l’arte di Matteo Salvatore grazie al mio amico Franco (del Bellavista). Ammetto di non aver subito capito l’artista, di non aver apprezzato al primo ascolto la musica, il modo di cantare, l’uso delle forme dialettali… è stato un amore lento verso “l’indisciplinata disperazione” di un uomo che molto ha vissuto e sofferto… che molto ha “buttato e trovato”… Un artista così solo nel suo creare da rimanere intrattabile alle grandi folle. Un uomo a mio avviso fuori dal comune, che ha saputo riscattarsi dalla sua giovinezza di miseria e analfabetismo per poi tornare allo stesso punto di partenza.
Come scrisse Lewis Carroll in Alice nel Paese delle Meraviglie, “Bisogna correre sempre per restare sempre nello stesso posto”… in questo balordo mondo che corre con l’illusione di arrivare in posti diversi al fine di conquistare nuovi traguardi, Matteo è rimasto sempre fedele a se stesso.

Alcune notti, quando le ore trascorrono lente come passanti sui marciapiedi, mi scontro con i miei pensieri… metto le cuffie, spengo le luci e ascolto due canzoni di Matteo: “Lu bene mio“, storia d’amore oltre ogni limite ed impedimento, voce tremolante di un passato trascorso e sepolto nel profondo; “Sempre poveri“, canzone di denunciacapace di lasciare una traccia come quella di una sigaretta tra le mani… una traccia giallognola di incredulità, di chi conosce la realtà ma non vuole vederla… “chi sta bone nun crede all’ammalete e chi sta sazio nun crede all’affamete”.

Grazie Matteo.