In Italia, con il governo Meloni, si discute di legge elettorale, di come andare a votare, di equilibri tra partiti e convenienze politiche. In Spagna, mentre il Paese si prepara alle elezioni anticipate, Pedro Sánchez utilizza gli ultimi giorni della legislatura per approvare due decreti sulla casa, contrastare la speculazione immobiliare, aiutare chi non riesce a comprare la prima abitazione e proteggere le persone vulnerabili.
Trovate voi le differenze. Trovate voi quali siano le priorità.
Adesso voglio raccontarvi quello che sta succedendo davvero, non la propaganda da quattro soldi che trasforma il povero nel nemico di un altro povero. Voglio parlare di fatti, numeri, soldi… Perché quando si mettono in fila i fatti, la narrazione sulla casa che la destra italiana ci propina da anni comincia a mostrare tutte le sue contraddizioni.
C’è una parola che la destra italiana ama pronunciare quando parla di casa: proprietà. E ce n’è un’altra che nel suo racconto politico compare molto meno: speculazione. Per anni “Gioggia, la madre cristiana” e tutta la destra hanno concentrato una parte importante della loro comunicazione sulla difesa della proprietà e sul contrasto alle occupazioni. Sicuramente le occupazioni sono un problema, ma se semplifichiamo e riduciamo l’emergenza abitativa italiana a questo, stiamo raccontando soltanto un pezzo della realtà. Perché mentre guardiamo il moroso, l’occupante o quello che non riesce più a pagare, rischiamo di non guardare i grandi operatori immobiliari, l’accumulo di patrimoni, gli appartamenti trasformati in strumenti finanziari, la pressione degli affitti turistici e un sistema nel quale la casa può rendere sempre di più proprio mentre sempre meno persone riescono a permettersela.
Poi guardiamo quello che sta accadendo in Spagna. Pedro Sánchez ha deciso di affrontare la crisi abitativa intervenendo sugli affitti, sugli sfratti delle persone vulnerabili, sull’accesso alla prima casa e sulla speculazione immobiliare. E la parte politicamente più interessante non è soltanto quello che ha deciso di fare. È come ha deciso di farlo. I precedenti provvedimenti sulla casa erano stati bocciati dal Congresso dei Deputati, con PP, Vox e Junts nel fronte contrario. Sánchez avrebbe potuto incassare la sconfitta, trasformarla in uno slogan elettorale e aspettare il voto. Ha fatto l’esatto contrario. Dopo lo scioglimento delle Cortes e la convocazione delle elezioni anticipate per il 29 novembre, il 6 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato due Reales Decretos-ley sulla casa, riprendendo l’impianto delle misure precedenti e arrivando complessivamente a 21 interventi. Non sono quindi semplici promesse elettorali. I due decreti sono stati approvati dal Consiglio dei ministri. Adesso arriva la battaglia per la loro convalida. Sánchez ha riassunto la propria posizione con una frase che in Italia dovremmo almeno ascoltare: “Non era una questione ideologica, era una questione di umanità”. Capite? In Italia si parla delle “poltrone” con Gioggia, in Spagna si parla di diritti e poi si prova a trasformare le parole in atti concreti.
Con le Cortes sciolte entra in gioco la Diputación Permanente, l’organo previsto dall’ordinamento spagnolo per garantire determinate funzioni parlamentari anche quando il normale Congresso non è operativo. È composta da 69 membri, contando la presidente del Congresso. Ed è qui che la matematica diventa politica: sul decreto principale, mantenendo gli schieramenti della precedente votazione, il fronte favorevole può arrivare a 35 voti contro 34. Un voto. UN SOLO VOTO. Quello che era stato affossato nel Congresso può quindi sopravvivere attraverso la Diputación Permanente. Non è un organismo inventato da Sánchez dopo aver perso: è previsto dall’ordinamento spagnolo. Sul secondo decreto la situazione è invece opposta e va detto chiaramente: senza un cambiamento delle posizioni il governo non dispone della stessa maggioranza, perché il PNV si era espresso contro. Ma proprio questo dimostra quanto sia concreta la battaglia: non stiamo parlando di slogan. Stiamo parlando di provvedimenti approvati dal governo che adesso si giocano politicamente voto per voto.
E cosa c’è dentro per scatenare uno scontro simile? Prima di tutto una scelta che in Italia sembra diventata quasi impronunciabile: combattere la speculazione immobiliare. Interventi sugli affitti temporanei, sulle modalità con le quali operano i fondi avvoltoio, incentivi legati agli affitti accessibili, interventi sugli appartamenti turistici e strumenti per aumentare l’offerta abitativa. Eccola finalmente la parola: SPECULAZIONE. Perché il problema non è il pensionato che possiede una seconda casa. Non è la famiglia che ha ereditato l’appartamento dei genitori. Non è il piccolo proprietario che affitta una casa e pretende legittimamente che il contratto venga rispettato. Il problema nasce quando un bene indispensabile per vivere diventa prevalentemente uno strumento dal quale estrarre il massimo rendimento possibile, mentre chi lavora non riesce più a permettersi di abitare nella città nella quale lavora.
Poi c’è la prima casa. E qui non parliamo di spiccioli: 10 MILIARDI DI EURO. Una linea attraverso l’ICO per prestiti fino a 50mila euro senza interessi destinati all’acquisto della prima abitazione, pensata per affrontare uno dei problemi che conosciamo benissimo anche in Italia: puoi avere un lavoro, puoi perfino essere in grado di sostenere una rata del mutuo, ma se non possiedi decine di migliaia di euro per l’anticipo quella casa resta irraggiungibile. In Spagna lo Stato prova a intervenire. Non dice al trentenne di arrangiarsi. Non gli spiega che dovrebbe fare più sacrifici. Non gli fa una predica sulla natalità mentre vive ancora nella cameretta dei genitori. Gli mette a disposizione uno strumento per provare a comprare la sua prima casa. E sugli affitti il pacchetto prevede incentivi per inquilini e piccoli proprietari che praticano canoni accessibili, oltre a centinaia di milioni in garanzie per aumentare più rapidamente l’offerta abitativa.
E allora torniamo in Italia. Perché qui la battaglia politica diventa inevitabile. Meloni, Salvini, Tajani e Vannacci possono parlare quanto vogliono di proprietà privata, legalità e difesa della casa. Ma c’è una domanda che resta sul tavolo: quale casa state difendendo, se c’è chi una casa non riesce neppure ad averla?
In Italia cosa possiamo dire a una giovane coppia che vorrebbe una casa ma non ha abbastanza soldi per l’anticipo? Cosa possiamo dire a un pensionato che non riesce più a pagare l’affitto? Cosa diciamo a chi, schiacciato da rate del mutuo diventate insostenibili, rischia di perdere la propria abitazione? “Gioggia” ama ripetere: “prima gli italiani”. Benissimo. Anche chi paga l’affitto è italiano. Anche chi rischia di perdere la casa è italiano. Anche il ragazzo che prende 900 euro è italiano. Anche la coppia che lavora ma non possiede 40mila euro per l’anticipo è italiana. Anche il pensionato è italiano. Anche la madre separata è italiana. Anche tutti quei lavoratori costretti ad abitare lontano dalla città nella quale lavorano perché non possono più permettersela sono italiani. Dove finiscono questi italiani quando si parla di casa?
È qui che la propaganda mostra il trucco: convincere chi possiede poco a guardare con sospetto chi possiede ancora meno. Il moroso contro il proprietario, l’inquilino contro chi ha risparmiato una vita per comprare un appartamento, il cittadino contro quello della casa popolare. Una guerra tra persone che stanno spesso dalla stessa parte della piramide economica, mentre molto più in alto il mattone diventa capitale, rendita, portafoglio, investimento. Il piccolo proprietario e una società che controlla centinaia di immobili vengono messi sotto la stessa parola, “proprietà”, come se avessero lo stesso potere economico e gli stessi interessi. Non è così. Dobbiamo difendere il piccolo proprietario e, nello stesso tempo, non consegnare il mercato immobiliare alla speculazione. Proteggere un inquilino vulnerabile non significa dichiarare guerra a chi possiede un appartamento. È proprio questa falsa alternativa che dobbiamo smontare.
Ed è per questo che la Spagna diventa uno specchio scomodo. Non perché Sánchez sia un santo o perché il suo governo sia perfetto, non perché la Spagna abbia risolto il problema della casa e nemmeno perché ogni singola misura funzionerà. La politica si giudicherà sui risultati. Ma Sánchez ha fatto una cosa molto semplice che in Italia sembra rivoluzionaria: ha riconosciuto che il mercato immobiliare non è una divinità intoccabile. Se il mercato produce una situazione nella quale chi lavora non può più permettersi di abitare, la politica può intervenire. Può mettere 10 miliardi sulla prima casa. Può prestare fino a 50mila euro senza interessi. Può aiutare chi paga l’affitto. Può incentivare il piccolo proprietario che affitta a prezzi accessibili. Può aumentare l’edilizia sociale. Può regolamentare gli affitti turistici. Può intervenire contro determinate forme di speculazione. E può scegliere di farlo anche quando quella scelta significa giocarsi tutto 35 voti contro 34.
Questa è la battaglia che vorrei vedere anche in Italia: non poveri contro poveri, non proprietari contro inquilini, non l’ennesima guerra costruita per trovare qualcuno più debole contro cui puntare il dito. Piccoli proprietari e inquilini hanno molto più in comune tra loro di quanto la propaganda voglia far credere, quando dall’altra parte c’è chi tratta la casa esclusivamente come una macchina per produrre rendimento. Il vero conflitto politico è tra il diritto delle persone ad abitare e una speculazione che, quando non trova limiti, può trasformare interi quartieri in prodotti finanziari.
Sánchez ha scelto di portare questa battaglia fino alla Diputación Permanente. Il primo decreto può giocarsi la sopravvivenza 35 a 34. Un solo voto. E mentre in Italia continuiamo a sentire discorsi sulla proprietà come se bastasse pronunciare quella parola per risolvere l’emergenza abitativa, in Spagna un governo ha deciso di mettere sul tavolo miliardi, regole e voti parlamentari. Possiamo discutere quelle misure, criticarle e verificarne gli effetti. Ma almeno discutiamo della questione vera: chi deve servire la politica quando il diritto ad abitare entra in conflitto con la speculazione? Perché è arrivato il momento di smettere di guardare sempre quello che sta un gradino più sotto di noi. Mentre ci indicavano il povero, qualcun altro si stava comprando il palazzo.



