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Edizione MondoRaromercoledì, 7 Ottobre 2026

Cronaca, politica, società e voci dal presente

Gli italioti...e altri "ioti"...

In Francia gli studenti non protestano solo per la scuola: cresce anche la contestazione delle spese per il riarmo

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E’ una cosa terribile! Avere sedici anni e pretendere una scuola che funzioni. Una di quelle richieste estremiste: insegnanti presenti, classi decenti, edifici sicuri, risorse sufficienti per studiare. E già che ci siamo, proprio non comprendo i ragazzi francesi che hanno avuto perfino l’impudenza di chiedersi perché, mentre per la scuola bisogna continuamente fare i conti con bilanci, sacrifici e risorse limitate, quando si parla di difesa i miliardi sembrano improvvisamente diventare una necessità inderogabile. Benvenuti in Francia, dove una protesta nata principalmente per la scuola sta cominciando a porre domande molto più grandi sulla società, sulle spese militari, sul riarmo e sul futuro che stiamo preparando ai nostri ragazzI.
Prima però togliamo di mezzo l’alibi più comodo. La violenza la condanno. Tutta. Se un manifestante incendia, devasta, lancia oggetti o aggredisce un poliziotto, deve essere identificato e rispondere di quello che ha fatto. Non c’è nulla di eroico nel ferire un agente e non c’è niente di rivoluzionario nello spaccare una vetrina. Ma la regola vale anche al contrario. Se un appartenente alle forze dell’ordine utilizza la forza in maniera illegittima o sproporzionata, deve risponderne. Una divisa assegna poteri e responsabilità, non rende automaticamente giusto tutto ciò che viene fatto indossandola. Condannare la violenza da una parte e giustificarla preventivamente dall’altra non significa difendere la legalità. Significa fare il tifo.
Chiarito questo, io sto dalla parte delle ragioni di questi ragazzi. E ci sto per due motivi molto semplici: difendo il diritto a una scuola pubblica con mezzi reali e difendo il diritto alla pace.
Le proteste francesi sono nate innanzitutto dalla scuola. Mancanza di insegnanti, classi sovraffollate, edifici degradati, disuguaglianze, personale insufficiente e contestazione di un sistema che molti studenti considerano incapace di garantire davvero le stesse possibilità a tutti. Non serve inventare nulla: basta ascoltare quello che stanno dicendo. Eppure dentro questa protesta è comparsa anche un’altra questione, molto più scomoda: se i soldi non bastano per tutto, perché l’aumento delle spese militari viene presentato sempre più spesso come inevitabile mentre per scuola e servizi pubblici bisogna continuamente discutere di compatibilità economiche? Vi ricorda qualcosa, anche qui in Italia?
Ed eccolo, il piccolo miracolo della politica europea contemporanea. Per assumere insegnanti servono coperture. Per sistemare una scuola servono coperture. Per migliorare i servizi servono coperture. Per il welfare servono coperture. Quando arrivano le armi, invece, arriva anche la calcolatrice magica.
Naturalmente non raccontiamo favole al contrario. Non tutti gli studenti francesi stanno protestando contro il riarmo e sarebbe falso sostenere che l’intero movimento sia nato perché i ragazzi “non vogliono andare in guerra”. Il cuore della mobilitazione rimane la scuola. Ma all’interno delle proteste esiste realmente una componente che contesta le priorità della spesa pubblica, l’aumento delle risorse destinate alla difesa e quella che alcune organizzazioni definiscono una crescente militarizzazione della società e della scuola. Esiste una discussione sul nuovo service national e sulla journée de mobilisation, attraverso cui la Francia intende rafforzare il rapporto dei giovani con difesa nazionale, forze armate e riserva. Non è il ritorno automatico della vecchia leva obbligatoria. Ma è una scelta politica. E se riguarda il futuro dei giovani, forse i giovani avranno persino il diritto di dire la loro?. Che insolenti questi ragazzi…
Anche sui soldi bisogna essere seri. Non è corretto sostenere che la Francia spenda già più per la Difesa che per l’istruzione scolastica: i dati di bilancio indicano circa 65,5 miliardi di euro per l’istruzione scolastica e 63,4 miliardi per la Difesa. Proprio per questo non abbiamo bisogno di inventare numeri. La domanda politica rimane intatta: mentre studenti e personale denunciano carenze nella scuola, quanto vogliamo aumentare ancora la spesa militare e quali saranno le conseguenze sulle altre priorità dello Stato?
Io questa domanda la considero non soltanto legittima, ma necessaria. Perché trovo curioso che quando un diciassettenne chiede soldi per la scuola gli si spieghi pazientemente che l’economia è complessa, mentre quando lo stesso diciassettenne mette in discussione il riarmo diventa improvvisamente troppo giovane per capire la geopolitica. Troppo piccolo per parlare di guerra, abbastanza grande per essere preparato alla difesa. Una logica meravigliosa.
E poi arriviamo alla parte più inquietante della vicenda: la gestione delle proteste.
Secondo i dati riportati dalla stampa, dall’inizio delle mobilitazioni si contavano 190 studenti feriti e migliaia di giovani fermati o interpellati. Tra i casi sui quali sono state aperte indagini ce ne sono alcuni impressionanti. A Lens un ragazzo di 15 anni ha perso una mano dopo l’esplosione di una granata durante un intervento delle forze dell’ordine. A Tours un ragazzo di 16 anni ha perso l’uso di un occhio, in un episodio nel quale gli investigatori stanno verificando l’eventuale utilizzo di un LBD. Un altro ragazzo di appena 14 anni è rimasto gravemente ferito al volto, riportando fratture alla mandibola e seri danni ai denti.
Quattordici anni. Quindici anni. Sedici anni. Questi non sono numeri da mettere in fondo a un comunicato. Sono ragazzi.
Voglio essere feroce sui fatti e non sulle fantasie, bisogna usare la parola corretta: indagini. L’IGPN, l’Ispettorato generale della Polizia nazionale francese, è stato incaricato di indagare su diversi episodi riguardanti minorenni feriti. Saranno le inchieste a stabilire dinamiche e responsabilità. Una denuncia non equivale a una condanna e un’indagine non rende automaticamente colpevole un agente. Ma vale anche il contrario: l’esistenza di una divisa non permette di archiviare preventivamente ogni episodio con “stavano facendo il loro lavoro”, vi ricorda qualcosa? Gioggia followers nulla? Non vi ricorda nulla nei fatti di cronaca anche in Italia???
Anche la Ligue des droits de l’homme ha denunciato quella che considera una gestione brutale dell’ordine pubblico e ha posto una questione che dovrebbe essere ovvia: davanti a studenti che rivendicano il diritto all’istruzione serve innanzitutto una risposta politica, non una risposta di polizia.
E qui ritorniamo all’alibi dei violenti. Sì, ci sono stati episodi di violenza da parte di manifestanti. Sono stati segnalati incendi, lanci di oggetti, razzi e aggressioni contro agenti e personale. Chi li ha commessi deve risponderne. Ma se cento ragazzi manifestano pacificamente e uno lancia una pietra, quella pietra non cancella le ragioni degli altri novantanove. Chiariamo bene questa cosa! Altrimenti abbiamo inventato una forma di matematica politica comodissima: basta un violento in mezzo a una piazza e improvvisamente nessuno nella piazza ha più diritto di parlare. Troppo facile. Identificate chi commette violenza. Isolatelo. Perseguitelo. Ma poi rispondete agli altri! Rispondete allo studente che non ha l’insegnante. Rispondete alla famiglia che manda il figlio in una scuola degradata. Rispondete a chi chiede più risorse per l’istruzione. Rispondete al ragazzo che domanda perché aumentino le spese militari. Rispondete a chi non vuole considerare la guerra un destino inevitabile della propria generazione.
Per quanto possa ad alcuni lettori “rodere il culo”… io sto con questi ragazzi!. Sto con loro quando chiedono scuola. Sto con loro quando chiedono pace. Sto con loro quando manifestano senza violenza. Sto con loro quando pretendono di sapere quale futuro gli adulti stanno preparando per loro.
Non sto con chi incendia un’automobile. Non sto con chi aggredisce un poliziotto. Non sto con chi usa una manifestazione come pretesto per devastare. Ma non starò nemmeno dalla parte di chi utilizza quei gesti per trasformare un’intera generazione in un problema di ordine pubblico. Soprattutto non accetto questa nuova liturgia europea secondo cui pronunciare la parola pace sarebbe diventato ingenuo mentre pronunciare continuamente la parola riarmo sarebbe segno di maturità.
La pace non significa lasciare un Paese senza difesa. Non significa fingere che Putin non abbia invaso l’Ucraina, che non esistano guerre, aggressioni e minacce internazionali. Significa qualcosa di molto più serio: pretendere che la guerra rimanga l’ultima sconfitta della politica e non diventi lentamente una prospettiva alla quale abituare un’intera generazione. Se aumentiamo enormemente e strutturalmente la spesa militare dobbiamo spiegare dove troviamo quelle risorse. Nuovo debito? Nuove tasse? Tagli altrove? E se bisognerà tagliare, dove? Scuola? Sanità? Welfare?
Queste sono domande politiche. Fare domande non significa essere contro la difesa. Significa essere cittadini. Proprio per questo trovo le proteste francesi dei ragazzi vive ed interessanti. Quei ragazzi erano partiti chiedendo una scuola migliore e si sono ritrovati dentro una discussione gigantesca sul modello di società nel quale dovranno vivere.
Vogliamo investire su una generazione insegnandole a pensare oppure vogliamo cominciare ad abituarla all’idea che dovrà prepararsi a combattere? Possiamo anche rispondere: entrambe le cose sono necessarie. Benissimo. Allora discutiamone. Ma discutiamone con loro, non sopra le loro teste. Perché c’è qualcosa di profondamente ironico nel dire ai giovani che non comprendono abbastanza il mondo per contestare il riarmo mentre contemporaneamente si pensa a come prepararli meglio alla difesa nazionale.
Se sono abbastanza grandi per essere preparati alla guerra, sono abbastanza grandi per chiedere la pace.
E io, tra un ragazzo che chiede un professore e qualcuno che gli risponde con un lacrimogeno, non ho molti dubbi su quale domanda meriti prima una risposta politica.
Scuola e pace. Due parole semplicissime. Forse è proprio per questo che riescono ancora a dare così tanto fastidio.