In Abruzzo quasi un giovane su cinque tra i 15 e i 34 anni non studia, non lavora e non partecipa ad alcun percorso di formazione. Una condizione che riguarda soprattutto le donne e che presenta un legame particolarmente significativo con il livello di istruzione della famiglia di origine. A evidenziarlo è lo studio “NEET, giovani non invisibili: sfide e risposte per attivare le risorse del futuro”, presentato nell’ottobre 2025 nell’ambito del progetto Dedalo, promosso da Fondazione Gi Group.
Il dato regionale è preoccupante: il 18,8% dei giovani abruzzesi tra i 15 e i 34 anni si trova nella condizione di NEET, acronimo inglese che identifica chi non è occupato e non è inserito in percorsi di istruzione o formazione.
Non si tratta necessariamente di persone che non vogliono lavorare o studiare. Dietro questa condizione possono nascondersi difficoltà economiche, percorsi scolastici interrotti, carenza di opportunità occupazionali, responsabilità familiari e ostacoli sociali che rendono complicato l’ingresso o il reinserimento nel mondo del lavoro.
La ricerca, realizzata da Fondazione Gi Group in collaborazione con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e con il coinvolgimento di ZeroNeet, Fondazione Cariplo e Fondazione Compagnia di San Paolo, offre una lettura del fenomeno che va oltre le tradizionali statistiche sulla disoccupazione.
Una delle caratteristiche dello studio è l’ampliamento della fascia d’età osservata, dai consueti 15-29 anni fino ai 34 anni. Una scelta che permette di considerare anche quei giovani adulti che, per effetto del prolungamento degli studi, delle difficoltà lavorative e dei ritardi nell’acquisizione dell’autonomia economica, continuano a vivere situazioni di vulnerabilità.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda le differenze tra uomini e donne. In Abruzzo la quota di giovani NEET raggiunge il 21,9% tra le donne, contro il 15,9% tra gli uomini. Una distanza di sei punti percentuali che richiama l’attenzione sulle disuguaglianze di genere ancora presenti nell’accesso al lavoro e nelle responsabilità familiari.
Per molte giovani donne, infatti, il percorso verso l’indipendenza economica può essere condizionato dalla distribuzione diseguale del lavoro domestico e di cura, dalla disponibilità dei servizi per l’infanzia e dalla difficoltà di conciliare occupazione e vita familiare.
Ma il risultato forse più significativo dello studio riguarda il rapporto tra il livello di istruzione della madre e la probabilità che i figli si trovino nella condizione di NEET.
I dati descrivono differenze molto marcate. Nelle famiglie abruzzesi in cui la madre possiede soltanto la licenza elementare, la quota di giovani NEET raggiunge il 42,1%. La percentuale scende al 23,9% quando la madre ha conseguito la licenza media, al 15,5% in presenza di un diploma e arriva al 6,9% quando possiede una laurea o un titolo post-universitario.
La distanza tra i due estremi supera quindi i 35 punti percentuali.
È un risultato che merita attenzione, perché mostra quanto le condizioni di partenza possano incidere sulle opportunità delle nuove generazioni. L’istruzione non rappresenta soltanto un patrimonio individuale, ma può influenzare le risorse culturali, economiche e relazionali disponibili all’interno della famiglia.
Secondo l’interpretazione proposta dai ricercatori, un livello di istruzione più elevato della madre può contribuire a ridurre il peso dei modelli sociali tradizionali, nei quali il lavoro domestico e l’assistenza familiare ricadono prevalentemente sulle donne. Può inoltre favorire una maggiore capacità di orientare e sostenere i figli nelle scelte scolastiche e professionali.
È però importante non confondere questa correlazione con una responsabilità individuale delle madri. Il dato non dimostra che il titolo di studio materno determini da solo il futuro dei figli. Evidenzia piuttosto l’importanza del contesto familiare e delle disuguaglianze sociali che si trasmettono da una generazione all’altra.
Le famiglie con minori risorse economiche e culturali possono incontrare maggiori difficoltà nel sostenere percorsi di studio prolungati, nell’accedere alle informazioni sulle opportunità formative e nel costruire reti di relazioni utili all’ingresso nel mercato del lavoro.
In questo senso, la condizione NEET non può essere affrontata esclusivamente chiedendo ai giovani maggiore impegno personale. Occorre intervenire anche sugli ostacoli strutturali che limitano concretamente le possibilità di scelta.
Lo studio analizza inoltre l’incidenza del fenomeno nelle diverse fasce d’età. Tra i giovani abruzzesi di 20-24 anni la quota di NEET è del 16,5%, mentre sale al 26,6% tra i 25 e i 29 anni. Nella fascia 30-34 anni si attesta al 23,1%.
La maggiore incidenza tra i 25 e i 29 anni suggerisce che una delle fasi più delicate sia quella successiva al completamento degli studi, quando dovrebbe realizzarsi il passaggio verso un’occupazione stabile e l’autonomia economica.
Per una parte dei giovani, invece, questa transizione si trasforma in un periodo prolungato di inattività, precarietà o esclusione dai percorsi formativi.
La questione assume un peso particolare in una regione come l’Abruzzo, dove alle difficoltà occupazionali si aggiungono le differenze territoriali tra aree urbane e zone interne, la disponibilità non uniforme dei servizi e il fenomeno dell’emigrazione giovanile.
Un giovane che non trova opportunità adeguate può scegliere di trasferirsi altrove. Chi non dispone delle risorse necessarie per partire, invece, rischia di rimanere intrappolato in una condizione di inattività dalla quale diventa progressivamente più difficile uscire.
Il rapporto Dedalo invita dunque a considerare il fenomeno NEET non soltanto come una questione occupazionale, ma come un problema che coinvolge istruzione, politiche sociali, pari opportunità e sviluppo territoriale.
Tra le priorità indicate dalla ricerca figurano il rafforzamento dei collegamenti tra scuola e lavoro, il miglioramento dell’orientamento, il sostegno economico agli studenti provenienti da contesti svantaggiati, la valorizzazione della formazione universitaria e continua e la creazione di percorsi personalizzati per favorire il reinserimento dei giovani inattivi.
Particolare attenzione viene riservata anche alla necessità di disporre di strumenti di monitoraggio capaci di seguire nel tempo i percorsi scolastici e professionali, individuando precocemente le situazioni di maggiore vulnerabilità.
Il progetto Dedalo nasce proprio con l’obiettivo di costituire un laboratorio permanente di osservazione e analisi del fenomeno, mettendo a disposizione dati e strumenti utili a istituzioni, scuole, università, imprese e organizzazioni del terzo settore.
I risultati presentati nell’ottobre 2025 non costituiscono una fotografia aggiornata al 2026, ma offrono elementi importanti per comprendere le difficoltà strutturali che interessano una parte delle nuove generazioni abruzzesi.
Il dato che più colpisce non è soltanto quello relativo al numero dei giovani esclusi dal lavoro e dalla formazione. È soprattutto la distanza tra le opportunità disponibili per chi nasce in una famiglia culturalmente ed economicamente più attrezzata e quelle di chi cresce in condizioni di maggiore svantaggio.
Passare dal 42,1% al 6,9% di incidenza dei NEET in relazione al titolo di studio della madre significa osservare due realtà sociali profondamente differenti all’interno della stessa regione.
Una differenza che dovrebbe interrogare chi si occupa di istruzione, lavoro e politiche giovanili, perché una società nella quale le possibilità di costruire il proprio futuro dipendono così fortemente dalle condizioni familiari rischia di riprodurre, anziché ridurre, le disuguaglianze.
Il problema non è soltanto recuperare i giovani che oggi non studiano e non lavorano. È soprattutto evitare che altri finiscano nella stessa condizione.
Perché il futuro di un ragazzo o di una ragazza non dovrebbe dipendere dal titolo di studio dei genitori, ma dalle opportunità che una comunità è realmente capace di garantire a tutti.



