Un’inchiesta da 350 milioni di euro sulla ricostruzione post-sisma del 2016 scuote le Marche, governate dal centrodestra di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Tra gli arrestati anche l’ex capo di gabinetto del presidente Francesco Acquaroli. E mentre emergono le ipotesi di infiltrazioni mafiose, la maggioranza regionale respinge la richiesta di discutere il caso in Consiglio.
Otto arresti, 51 persone indagate, oltre 57 milioni di euro sottoposti a sequestro preventivo e appalti per circa 350 milioni di euro finiti sotto la lente degli investigatori. Sono i numeri dell’operazione Ricostruzione, condotta dalla Guardia di Finanza di Ancona e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia. Un’inchiesta che solleva interrogativi gravissimi sulla gestione del denaro pubblico destinato anche ai territori devastati dal terremoto del 2016.
I 350 milioni riguardano procedure e commesse esaminate dagli inquirenti, di cui circa 200 milioni relativi alla ricostruzione privata e 150 milioni agli appalti pubblici. Non rappresentano, dunque, una somma interamente sottratta o distratta, ma il valore complessivo delle operazioni finite al centro delle indagini.
Secondo l’accusa, una rete di imprenditori, intermediari e soggetti legati ad ambienti istituzionali avrebbe favorito irregolarità negli appalti, frodi nell’ottenimento di finanziamenti pubblici e l’ingresso nei cantieri di imprese riconducibili ad ambienti della ‘ndrangheta e della camorra. Tra i meccanismi contestati figurano subappalti sospetti, società utilizzate per emettere fatture false e presunte interferenze nelle procedure di assegnazione dei lavori.
Le indagini, avviate nel 2023, hanno portato a oltre 50 perquisizioni in diverse regioni italiane, con l’impiego di circa 230 militari della Guardia di Finanza. Tra i territori interessati figurano anche Abruzzo, Campania, Calabria, Emilia-Romagna, Umbria e Veneto.
Ma il dato che trasforma questa vicenda giudiziaria in un caso politico nazionale è il coinvolgimento di Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli, esponente di Fratelli d’Italia alla guida di una coalizione di centrodestra. Pistarelli, dimessosi nel dicembre 2025, figura tra gli arrestati. Secondo gli investigatori avrebbe avuto un ruolo centrale in una presunta struttura capace di sfruttare rapporti istituzionali per condizionare gare e finanziamenti. Gli vengono contestati presunti vantaggi illeciti per circa 105mila euro, tra denaro contante e lavori di ristrutturazione.
La difesa di Pistarelli respinge le accuse e ha annunciato il ricorso al Tribunale del Riesame. È necessario ricordare che si tratta di contestazioni ancora da verificare nel procedimento giudiziario e che tutte le persone coinvolte devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva.
Il presidente Acquaroli ha espresso incredulità e amarezza, sostenendo che, qualora le accuse fossero confermate, si tratterebbe di un tradimento nei confronti della comunità marchigiana. Ha inoltre respinto le insinuazioni secondo cui sarebbe stato necessariamente a conoscenza delle presunte irregolarità.
Resta però una questione che nessuna dichiarazione di sorpresa può esaurire: come sono stati esercitati i controlli amministrativi e politici su procedure che coinvolgevano risorse tanto ingenti? Quali verifiche sono state effettuate? Quando sono emersi i primi segnali di anomalie e quali provvedimenti sono stati adottati?
Il 27 ottobre la vicenda ha assunto un ulteriore rilievo politico. Le opposizioni regionali hanno chiesto di inserire una discussione sull’inchiesta nella seduta del Consiglio prevista per il 28 ottobre a Muccia, dedicata alla ricostruzione a dieci anni dal terremoto. La maggioranza di centrodestra ha respinto la proposta, sostenendo la necessità di evitare strumentalizzazioni e mantenere il programma già stabilito. Le minoranze hanno inoltre presentato dieci domande rivolte al presidente Acquaroli, chiedendo chiarimenti anche sulle segnalazioni relative al suo ex collaboratore.
È proprio questo il punto. Un’inchiesta giudiziaria non dimostra automaticamente responsabilità del governo regionale, ma il dovere di trasparenza politica non può essere rinviato all’eventuale conclusione dei processi. I cittadini hanno diritto di conoscere come siano state gestite le risorse pubbliche, chi abbia esercitato i controlli e quali strumenti siano stati adottati per impedire che organizzazioni criminali potessero trarre vantaggio dalla ricostruzione.
Il commissario straordinario Guido Castelli ha espresso profondo sconcerto e difeso l’efficacia complessiva del sistema di vigilanza antimafia, sostenendo che le imprese sospette avrebbero aggirato i controlli attraverso artifici e frodi. Una spiegazione che rende ancora più importante verificare concretamente dove e come tali meccanismi siano riusciti a operare.
Dietro queste cifre non ci sono soltanto gare d’appalto, imprese e procedimenti amministrativi. Ci sono le famiglie colpite dal sisma del 2016, i cittadini che hanno perso la casa, le comunità che aspettano da dieci anni di ritrovare una normalità. Per loro la ricostruzione non è un’opportunità economica da spartire, ma un diritto e una necessità.
La magistratura dovrà accertare le eventuali responsabilità penali. La politica, invece, deve rispondere subito alle domande sulla trasparenza, sulla vigilanza e sulla gestione delle risorse pubbliche.
Perché i terremotati hanno già pagato un prezzo altissimo. Non possono essere costretti a pagare anche quello dell’eventuale malaffare. E quando si parla di 350 milioni di euro di appalti sotto indagine, 57 milioni sequestrati e presunte infiltrazioni mafiose, il silenzio istituzionale non può essere una risposta sufficiente.



