Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran si sta rivelando molto più lungo e complesso di quanto previsto inizialmente da Washington. Le stime ottimistiche diffuse nei primi giorni della guerra, condivise anche da ambienti del Pentagono e dallo stesso Donald Trump, sembrano scontrarsi con una realtà ben diversa: la resistenza iraniana continua e il conflitto si estende su più fronti, con conseguenze militari, politiche ed economiche che superano i confini della regione.
Nonostante i pesanti bombardamenti e la distruzione di parte delle sue infrastrutture militari, Teheran mantiene una capacità offensiva significativa. L’Iran continua infatti a lanciare razzi contro Israele e a colpire interessi americani nell’area. Attacchi sono stati segnalati contro l’aeroporto e contro impianti petroliferi legati a società statunitensi a Bassora, in Iraq, mentre l’utilizzo di droni kamikaze ha messo sotto pressione anche le forze militari statunitensi presenti nella regione.
Sul piano politico la posizione della Casa Bianca resta durissima. Trump ha escluso qualsiasi nuovo negoziato con ciò che resta dei Guardiani della rivoluzione iraniani, insistendo sulla richiesta di una resa totale. In un messaggio pubblicato sulla sua piattaforma Truth ha ribadito che l’unico scenario possibile per porre fine alla guerra sarebbe una “resa incondizionata” dell’Iran, arrivando anche a evocare la possibilità di una nuova leadership a Teheran dopo l’era dell’ayatollah Ali Khamenei.
Mentre il conflitto prosegue sul campo, anche l’Europa prova a coordinare una risposta politica. I leader di alcuni dei principali Paesi europei – Keir Starmer, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Giorgia Meloni – si sono confrontati telefonicamente per valutare possibili iniziative diplomatiche e militari. L’iniziativa è stata promossa dal premier britannico, con l’obiettivo di mantenere una linea comune tra i principali governi europei. Nello stesso giorno il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha ribadito la sua opposizione alla guerra, sostenendo il diritto della Spagna a negare l’uso delle proprie basi militari agli Stati Uniti e manifestando solidarietà a Cipro, uno dei Paesi più esposti alle conseguenze del conflitto.
L’Europa guarda con crescente preoccupazione anche alla stabilità dell’area mediorientale, in particolare al rischio di un allargamento delle ostilità in Libano. Tra le ipotesi in discussione c’è anche un coinvolgimento operativo dell’Ucraina nelle missioni di intercettazione dei droni utilizzati nel conflitto.
Nel frattempo la situazione umanitaria in Iran continua a peggiorare. Gli attacchi su Teheran restano intensi e, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la guerra avrebbe già provocato oltre mille morti e spinto almeno centomila persone a lasciare la capitale. Il governo iraniano ha accusato gli Stati Uniti di aver colpito una scuola elementare nella città, anche se al momento non sono state confermate vittime.
Le Nazioni Unite hanno invece chiesto a Washington un’indagine “rapida e trasparente” su un altro attacco contro un istituto scolastico a Minab, che avrebbe causato 175 morti, molte delle quali studentesse. Un raid mai ufficialmente rivendicato ma che, secondo un’inchiesta del New York Times basata su immagini satellitari e materiale diffuso online, sarebbe stato condotto proprio dalle forze americane.
In questo scenario emerge anche il possibile ruolo della Russia. Un’inchiesta del Washington Post sostiene che Mosca avrebbe fornito all’Iran informazioni utili per colpire le forze statunitensi presenti in Medio Oriente, incluse navi da guerra e velivoli militari. Secondo fonti citate dal quotidiano americano, si tratterebbe di un supporto informativo articolato e sistematico.
Una conferma indiretta potrebbe arrivare dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha affermato come Russia e Cina abbiano sostenuto Teheran non solo sul piano politico ma anche “in altri modi”, senza però fornire ulteriori dettagli.
Mosca, impegnata nel conflitto in Ucraina, ha ufficialmente negato qualsiasi coinvolgimento militare diretto al fianco dell’Iran. Il Cremlino ha tuttavia condannato l’offensiva contro Teheran definendola un’aggressione e ha promosso la creazione di un “fronte diplomatico” tra i Paesi considerati amici.
Parallelamente la Russia si muove anche sul piano economico. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha dichiarato che la domanda internazionale di risorse energetiche russe è aumentata sensibilmente dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi chiave per il commercio mondiale di petrolio. Mosca, ha assicurato Peskov, è in grado di garantire la continuità delle forniture previste dai contratti, in particolare verso Cina e India.
Se il conflitto resta per ora circoscritto al Medio Oriente, le sue conseguenze economiche stanno già assumendo una dimensione globale. L’instabilità delle rotte energetiche, l’aumento dei prezzi delle materie prime e il rischio di un coinvolgimento indiretto delle grandi potenze stanno trasformando una guerra regionale in una crisi destinata a influenzare gli equilibri internazionali.


