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Ghost Story

I fantasmi nelle fotografie vittoriane: quando l’aldilà diventò uno spettacolo

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Oggi siamo abituati a immagini manipolate, filtri ed effetti digitali capaci di far apparire praticamente qualsiasi cosa. Ma nella metà dell’Ottocento bastava una fotografia leggermente insolita per creare qualcosa che agli occhi del pubblico poteva sembrare straordinario. Fu proprio così che nacquero alcune delle prime fotografie di fantasmi: non durante misteriose sedute spiritiche, ma quasi per errore. Le macchine fotografiche dell’epoca richiedevano tempi di esposizione molto lunghi, spesso di trenta secondi o più. Se una persona entrava nell’inquadratura e si allontanava prima della conclusione dello scatto, la sua figura poteva rimanere impressa soltanto parzialmente. Gli oggetti e le persone rimasti immobili apparivano perfettamente definiti, mentre chi si era mosso assumeva un aspetto trasparente, evanescente, quasi soprannaturale. Senza volerlo, la tecnologia aveva inventato il fantasma fotografico.

I fotografi capirono presto che quello che inizialmente sembrava un inconveniente poteva trasformarsi in una formidabile attrazione. Già intorno al 1856 circolavano istruzioni per creare artificialmente immagini di fantasmi a scopo di divertimento. Si potevano inserire sagome trasparenti sui negativi di vetro, collocare immagini all’interno delle macchine fotografiche oppure ricorrere alla doppia esposizione, impressionando due volte la stessa lastra per ottenere una figura semitrasparente accanto ai soggetti principali. Il risultato era sorprendente: uomini e donne apparentemente accompagnati dagli spiriti dei morti, apparizioni dietro le tende, figure incorporee sospese nelle stanze. In molti casi nessuno cercava realmente di convincere il pubblico che quelle immagini rappresentassero autentiche presenze soprannaturali. Erano giochi, piccoli spettacoli visivi costruiti per stupire e divertire.

A rendere tutto ancora più spettacolare contribuì lo stereoscopio, uno degli oggetti più affascinanti dell’epoca vittoriana. Le fotografie stereoscopiche erano formate da due immagini quasi identiche della stessa scena, fotografate da angolazioni leggermente differenti. Inserendo la scheda nello stereoscopio, ogni occhio osservava una fotografia diversa e il cervello le univa creando una sorprendente illusione tridimensionale. Per un uomo o una donna dell’Ottocento doveva essere un’esperienza quasi magica: improvvisamente un paesaggio, una città lontana o una persona sembravano acquistare profondità e presenza. E naturalmente qualcuno ebbe l’idea di utilizzare quella tecnologia per far comparire anche i fantasmi.

Bisogna immaginare cosa significasse possedere uno stereoscopio negli anni Cinquanta dell’Ottocento. I giornali quotidiani non pubblicavano fotografie e la tecnologia necessaria per riprodurre facilmente immagini fotografiche nei libri e nelle riviste sarebbe arrivata molto più tardi. Lo stereoscopio permetteva invece di portare il mondo direttamente nel salotto di casa. La London Stereoscopic Company pubblicizzava effetti che sembravano quasi miracolosi e nel 1856, appena due anni dopo la sua fondazione, disponeva già di un catalogo con oltre centomila immagini. C’erano paesaggi spettacolari, monumenti, località esotiche, ritratti di personaggi famosi e serie fotografiche che raccontavano piccole storie. E in mezzo a tutto questo, naturalmente, c’erano loro: i fantasmi.

Una delle immagini più celebri era intitolata “The Ghost in the Stereoscope”. Mostrava due uomini seduti intorno a un tavolo mentre una grande figura spettrale appariva improvvisamente davanti a loro. I protagonisti spalancavano la bocca fingendosi terrorizzati e il pubblico, guardando la fotografia attraverso lo stereoscopio, vedeva il fantasma incombere tridimensionalmente sulla scena. Era praticamente un antenato del jumpscare cinematografico, realizzato decenni prima della nascita del cinema. Un’altra fotografia, chiamata “That’s Too Thin”, mostrava invece un fantasma trasparente che indicava accusatoriamente uno degli uomini seduti a un tavolo da gioco. Il titolo nascondeva una battuta comprensibile agli spettatori dell’epoca: l’espressione “too thin” apparteneva allo slang vittoriano ed era associata a qualcosa di poco rispettabile o poco credibile. Il gioco era evidente: a definire qualcuno “troppo sottile” era proprio un fantasma talmente sottile da essere trasparente.

Molte di queste fotografie non avevano quindi nulla di realmente inquietante. Erano vere e proprie barzellette visive. Alcune erano volutamente esagerate, con personaggi che fingevano un terrore quasi teatrale davanti ad apparizioni evidentemente costruite in studio. Altre, però, sfruttavano sentimenti molto più profondi. Esistevano fotografie che mostravano uomini in lutto accompagnati dalle mogli defunte trasformate in figure trasparenti oppure bambini rimasti orfani vegliati dallo spettro della madre. Una celebre immagine del 1877, intitolata “The Orphans at their Mother’s Grave”, mostrava tre bambine accanto a una tomba mentre dietro di loro appariva la figura protettiva della madre morta. Anche sapendo che si trattava di una messinscena, l’effetto emotivo poteva essere potentissimo.

Del resto, la società vittoriana sembrava avere una vera passione per fantasmi, apparizioni e racconti soprannaturali. Nel 1859 Wilkie Collins pubblicò a puntate The Woman in White sulla rivista settimanale di Charles Dickens. Il romanzo vendette oltre centomila copie e contribuì alla diffusione della narrativa sensazionale, fatta di misteri, segreti, delitti e atmosfere inquietanti. Nel 1864 nacque l’Illustrated Police News, giornale che proponeva storie dal tono scandalistico presentate come fatti realmente accaduti e nelle quali comparivano spesso fantasmi e fenomeni inspiegabili. Il soprannaturale era diventato una forma di intrattenimento popolare.

Nel 1862 arrivò poi un’altra invenzione destinata a cambiare il modo di rappresentare gli spiriti. Lo scienziato e divulgatore britannico John Henry Pepper perfezionò una tecnica teatrale che permetteva di far apparire sul palcoscenico figure trasparenti. L’illusione divenne famosa come Pepper’s Ghost. Attraverso vetri, luci e riflessi opportunamente disposti, un attore nascosto poteva apparire davanti al pubblico come una presenza incorporea. Gli spettatori vedevano improvvisamente un fantasma materializzarsi sul palco, attraversare apparentemente gli oggetti o svanire nel nulla. L’effetto si diffuse rapidamente nei teatri europei e americani.

Fotografia, teatro, letteratura e umorismo finirono inevitabilmente per contaminarsi. Una fotografia stereoscopica del 1865 intitolata “A Dream After Seeing Pepper’s Ghost” ne è un esempio perfetto. L’immagine mostra una giovane donna addormentata in un elegante letto mentre accanto a lei compare una figura trasparente con la testa di una mucca. Al collo dello strano spettro si legge la parola “MUSTARD”, senape. Per uno spettatore vittoriano era una specie di piccolo enigma da risolvere. La ragazza aveva probabilmente trascorso la serata a teatro assistendo a uno spettacolo nel quale era stato utilizzato l’effetto Pepper’s Ghost e, una volta tornata a casa, aveva mangiato troppo. All’epoca si riteneva comunemente che l’indigestione potesse provocare sogni particolarmente strani.

Ma c’era un ulteriore livello della battuta. Chi conosceva “A Christmas Carol” di Charles Dickens poteva riconoscere immediatamente il riferimento. Quando Ebenezer Scrooge vede il fantasma di Jacob Marley, inizialmente cerca di convincersi che l’apparizione sia soltanto il risultato di una cattiva digestione, collegandola proprio alla carne e alla senape. La fotografia metteva quindi insieme Dickens, il teatro di Pepper, un’indigestione e un fantasma con la testa di mucca. Quello che oggi potrebbe sembrare soltanto un assurdo fotomontaggio era in realtà un raffinato gioco culturale destinato a un pubblico capace di riconoscerne tutti i riferimenti.

Ma accanto a questi fantasmi creati apertamente per divertire cominciarono a comparirne altri molto più controversi. Alcuni fotografi vittoriani iniziarono infatti a sostenere che le loro macchine fotografiche fossero realmente capaci di catturare gli spiriti dei morti. Collaboravano con medium, partecipavano a sedute spiritiche e producevano fotografie nelle quali accanto alle persone apparivano figure evanescenti che venivano presentate non più come trucchi, ma come autentiche presenze provenienti dall’aldilà. Per alcuni erano prove dell’esistenza di un mondo spirituale invisibile, per altri semplicemente sofisticate manipolazioni fotografiche. La discussione diventò enorme e la fotografia spiritica finì per trovarsi esattamente sul confine tra spettacolo, fede, illusione e frode.

Ed è forse questo l’aspetto più affascinante di quelle vecchie fotografie. Prima ancora che qualcuno cercasse di utilizzare una macchina fotografica per dimostrare l’esistenza dell’aldilà, i vittoriani avevano già scoperto qualcosa che conosciamo molto bene ancora oggi: la paura può essere tremendamente divertente quando sappiamo di essere al sicuro. Dietro quelle figure trasparenti non c’erano necessariamente case infestate o anime tornate dal regno dei morti, ma fotografi che sperimentavano con esposizioni, negativi, vetri, scenografie e illusioni ottiche. Molto prima di Photoshop, del cinema horror e degli effetti digitali, qualcuno aveva già capito che bastava far comparire una figura pallida e semitrasparente dietro una persona per ottenere una fotografia capace di far sorridere, sorprendere e magari provocare anche un piccolo brivido.