In appena diciannove mesi abbatté 80 aerei nemici, diventando il più celebre asso dell’aviazione della Prima guerra mondiale. Il suo aereo dipinto di rosso era immediatamente riconoscibile nei cieli d’Europa e il suo nome finì per trasformarsi in una leggenda destinata a sopravvivere alla guerra stessa. Manfred von Richthofen aveva soltanto 25 anni quando morì. Per il mondo, però, era già diventato il Barone Rosso.
Manfred Albrecht von Richthofen nacque nel 1892 a Breslavia, allora parte dell’Impero tedesco e oggi Wrocław, in Polonia. Apparteneva a una famiglia aristocratica prussiana con una forte tradizione militare. Suo padre aveva prestato servizio nell’esercito prussiano e sia Manfred sia il fratello minore Lothar avrebbero seguito la stessa strada. A undici anni Manfred entrò in una scuola militare e nel 1912 si arruolò nell’esercito prussiano, inizialmente nella cavalleria.
Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, nel 1914, partecipò a missioni di ricognizione in Russia, Francia e Belgio. Ma la guerra stava rapidamente cambiando. Le trincee, il filo spinato e le mitragliatrici rendevano sempre meno utile la tradizionale cavalleria e Richthofen venne assegnato ad attività che trovava terribilmente monotone, tra telefoni da campo e servizi di rifornimento. Secondo una frase divenuta celebre, protestò spiegando di non essere entrato nell’esercito per “raccogliere formaggio e uova”.
Chiese quindi di essere trasferito all’aviazione militare tedesca e ottenne ciò che desiderava. Nel giugno del 1915 partecipava già a missioni di ricognizione come osservatore e pochi mesi dopo iniziò l’addestramento per diventare pilota. Era l’inizio di una carriera fulminea. Il 17 settembre 1916 ottenne la sua prima vittoria aerea ufficialmente riconosciuta. Dopo aver abbattuto l’aereo avversario, fece collocare una pietra sulla tomba del pilota britannico morto nello scontro e ordinò una coppa d’argento sulla quale fece incidere la data della vittoria e il modello dell’aereo abbattuto.
Richthofen iniziò a perfezionare una tecnica di combattimento basata soprattutto sulla disciplina e sull’osservazione. Cercava di avvicinarsi agli avversari sfruttando il Sole, mantenendolo alle proprie spalle per rendere più difficile essere individuato. Alla fine del 1916 aveva già accumulato sedici vittorie confermate. Nel gennaio del 1917 ricevette il Pour le Mérite, conosciuto anche come “Blue Max”, una delle più prestigiose decorazioni militari tedesche dell’epoca, e gli venne affidato il comando della squadriglia da caccia Jasta 11.
Fu in quel periodo che decise di dipingere il proprio velivolo di un rosso acceso. Una scelta apparentemente contraria a qualsiasi logica militare: invece di mimetizzarsi, Richthofen voleva essere riconoscibile. Quel colore contribuì enormemente alla nascita del mito. Gli avversari impararono presto a identificare l’aereo rosso che compariva nei cieli e Manfred von Richthofen divenne per tutti il Barone Rosso.
Alla madre, che una volta gli avrebbe chiesto perché continuasse a rischiare la vita come pilota da caccia, Richthofen spiegò che lo faceva per gli uomini nelle trincee: voleva rendere meno dura la loro esistenza tenendo lontani gli aerei nemici. Qualunque fosse la motivazione, nei mesi successivi divenne una macchina da combattimento straordinariamente efficace. L’aprile del 1917, passato alla storia dell’aviazione britannica come uno dei periodi più sanguinosi del conflitto, fu anche uno dei momenti più impressionanti della carriera di Richthofen. In quel solo mese abbatté 22 aerei, quattro dei quali nella stessa giornata.
La sua fama aumentava e con essa le responsabilità. Richthofen venne posto al comando del Jagdgeschwader 1, una formazione composta da più squadriglie da caccia. Anche altri piloti iniziarono a dipingere i propri velivoli con colori vivaci. Il reparto divenne famoso con il soprannome di “Circo Volante”, sia per l’aspetto variopinto degli aerei sia per la rapidità con cui uomini e mezzi venivano spostati da una zona all’altra del fronte.
Richthofen era perfettamente consapevole dell’effetto provocato dagli aerei colorati. Nella sua autobiografia raccontò con una certa ironia che gli inglesi avevano ormai imparato a riconoscere la sua “scatola rosso sangue” e che un giorno, invece di vedere un solo velivolo rosso, si trovarono davanti un’intera formazione dai colori sgargianti. Per il Barone Rosso essere riconoscibile faceva ormai parte della battaglia psicologica combattuta nei cieli.
Il 6 luglio 1917, però, la sua carriera rischiò di interrompersi improvvisamente. Durante un combattimento sopra il Belgio venne colpito alla testa. Per alcuni momenti perse la vista, ma riuscì comunque a riprendere parzialmente il controllo del velivolo e ad atterrare in un campo. La ferita era grave e furono necessarie diverse operazioni. Nonostante il parere dei medici, Richthofen tornò a volare meno di tre settimane dopo.
Qualcosa, tuttavia, era cambiato. Cominciò a soffrire di forti mal di testa e nausea durante il volo e alcune testimonianze descrissero anche cambiamenti nel suo comportamento. Tra settembre e ottobre del 1917 fu costretto a un periodo di convalescenza. Quando tornò in combattimento dimostrò di non aver perso la propria efficacia: tra novembre del 1917 e l’aprile del 1918 abbatté altri diciannove velivoli.
Il 21 aprile 1918 il Barone Rosso decollò per quella che sarebbe diventata la sua ultima missione. Nei cieli vicino al fiume Somme, in Francia, vide un aereo canadese pilotato da Wilfrid May attaccare il velivolo di suo cugino Wolfram von Richthofen. Manfred intervenne immediatamente e iniziò a inseguire May.
Fu un inseguimento particolarmente rischioso. Richthofen continuò a seguire il canadese volando a bassa quota e penetrando profondamente in territorio controllato dal nemico. Alcuni studiosi hanno successivamente ipotizzato che le conseguenze neurologiche della grave ferita alla testa subita l’anno precedente possano aver influenzato la sua capacità di valutare il pericolo, anche se non è possibile stabilirlo con certezza.
Durante l’inseguimento Richthofen venne raggiunto al torace da un proiettile. Per molti anni la Royal Air Force attribuì l’abbattimento al capitano canadese Roy Brown, che aveva attaccato il velivolo tedesco dall’alto. Ricostruzioni successive hanno però indicato come plausibile che il colpo mortale provenisse da una postazione antiaerea australiana a terra. L’identità esatta dell’uomo che uccise il Barone Rosso rimane ancora oggi oggetto di discussione.
Il celebre velivolo rosso precipitò nei pressi di Vaux-sur-Somme, in Francia. Quando i primi uomini raggiunsero il relitto, Manfred von Richthofen era morto. Aveva appena 25 anni. Il suo aereo venne rapidamente smontato da soldati desiderosi di portare con sé un frammento del leggendario velivolo come souvenir.
Gli australiani che recuperarono il corpo decisero invece di rendere al nemico gli onori militari. Il giorno successivo Richthofen venne sepolto nel cimitero di Bertangles, in Francia, con una cerimonia militare. Negli anni successivi le sue spoglie furono trasferite più volte fino a trovare una sistemazione definitiva nella tomba di famiglia in Germania.
Tra il settembre del 1916 e l’aprile del 1918, Manfred von Richthofen ottenne 80 vittorie aeree ufficialmente riconosciute, diventando il pilota da caccia con il maggior numero di abbattimenti della Prima guerra mondiale. Il suo primato sarebbe stato superato durante la Seconda guerra mondiale, quando le caratteristiche completamente diverse del conflitto aereo permisero ad altri piloti di raggiungere numeri molto più elevati.
Ma nessuno di quei numeri cancellò il mito del Barone Rosso. La sua brevissima carriera entrò nella cultura popolare attraverso libri, film, canzoni, fumetti e innumerevoli racconti. Con il passare delle generazioni, il suo nome finì persino per essere conosciuto da persone che sapevano poco o nulla della Prima guerra mondiale.
Dietro la leggenda rimane però la storia di un giovane ufficiale prussiano vissuto in un momento nel quale il combattimento aereo era qualcosa di completamente nuovo. In pochi anni gli aeroplani erano passati dall’essere fragili macchine sperimentali a diventare armi decisive. Richthofen apparteneva alla prima generazione di uomini che imparò a combattere una guerra nel cielo.
E forse nessuna immagine rappresenta quella nuova e terribile epoca quanto un piccolo aereo rosso che vola sopra le trincee della Prima guerra mondiale. Un colore impossibile da nascondere, scelto da un pilota che sembrava voler essere riconosciuto tanto dagli amici quanto dai nemici. Più di un secolo dopo, quel velivolo rosso continua a essere inseparabile dal nome di Manfred von Richthofen, il Barone Rosso.




