Lo stress lavorativo non è soltanto una questione di stanchezza o insoddisfazione professionale. Può spingere le persone ad abbandonare il proprio impiego, compromettere la salute psicologica e sottrarre spazio alla vita privata.
È quanto emerge da un’indagine diffusa da Unobravo nel novembre 2025, condotta internamente su 1.718 persone nel mese di ottobre. Secondo i risultati, oltre otto intervistati su dieci hanno pensato di lasciare il lavoro a causa dello stress e circa la metà dichiara di averlo effettivamente fatto almeno una volta.
Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda la pressione esercitata dalla cultura della produttività. Oltre il 66% degli intervistati afferma di non sentirsi all’altezza delle aspettative di superiori e colleghi, mentre più dell’80% prova sensi di colpa per non aver lavorato abbastanza o per non aver raggiunto determinati obiettivi.
Le conseguenze si estendono ben oltre l’orario lavorativo. Più del 67% dichiara di aver sacrificato famiglia, amicizie, interessi personali o tempo per sé a causa degli impegni professionali. Oltre la metà riferisce tensioni e sintomi fisici, tra cui tachicardia e disturbi gastrointestinali, mentre quasi un intervistato su due segnala problemi di sonno legati alle preoccupazioni lavorative.
Il rapporto con le aziende appare particolarmente critico. Circa il 75% ritiene che il proprio datore di lavoro attribuisca poca o nessuna importanza al benessere psicologico. Il 66% teme conseguenze sulla propria posizione professionale qualora manifestasse difficoltà emotive o un calo delle prestazioni.
Ma cosa chiedono concretamente i lavoratori? Quasi il 62% degli intervistati indica come priorità retribuzioni più giuste e maggiori riconoscimenti professionali. Oltre il 50% vorrebbe più attenzione alla salute mentale e alla sicurezza psicologica.
Anche l’organizzazione del lavoro incide sul disagio: il 58% riferisce che il lavoro da remoto o ibrido ha contribuito a ridurre lo stress.
Secondo Valeria Fiorenza Perris, psicoterapeuta e Clinical Director di Unobravo, il rischio è che le persone finiscano per misurare il proprio valore esclusivamente attraverso i risultati professionali.
I dati descrivono le esperienze delle persone coinvolte nell’indagine, ma il comunicato non documenta la rappresentatività statistica del campione rispetto all’intera popolazione lavorativa italiana.
Il problema sollevato resta comunque centrale: parlare di benessere sul lavoro senza affrontare salari, carichi eccessivi, orari e organizzazione aziendale rischia di lasciare irrisolte le cause del disagio.



