Una maglietta bianca con una scritta rossa, pochi minuti in piedi e nessuno slogan gridato. È bastato questo per trasformare una protesta pacifica in un caso giudiziario alla Florida International University (FIU) di Miami, dove sette studenti sono finiti al centro di procedimenti disciplinari per aver contestato la collaborazione tra la polizia universitaria e l’ICE, l’agenzia federale statunitense responsabile dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione.
La vicenda, iniziata il 13 marzo 2026, ha riacceso il dibattito sulla libertà di espressione nei campus americani e sul crescente coinvolgimento delle forze dell’ordine locali nelle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. A intervenire è stata una giudice federale, che ha disposto una tutela cautelare a favore degli studenti, mettendo in discussione la legittimità del regolamento universitario utilizzato per sanzionarli.
Tutto è accaduto durante un incontro pubblico tra la presidente dell’università, Jeanette Nuñez, e l’ex campione di baseball Alex Rodriguez. Una quindicina di studenti si sono alzati mostrando magliette con la scritta «ICE OFF FIU», un messaggio che chiedeva di interrompere la collaborazione dell’ateneo con l’agenzia federale. Non hanno urlato, impedito agli ospiti di parlare o interrotto lo svolgimento dell’evento. Dopo pochi minuti hanno lasciato spontaneamente l’auditorium.
All’esterno, tuttavia, alcuni agenti della polizia universitaria li hanno fermati per identificarli. Nei mesi successivi sette studenti sono stati coinvolti in procedimenti disciplinari, accusati di aver violato le norme interne che limitavano le manifestazioni negli edifici dell’università. Sei di loro sono stati ritenuti responsabili, con provvedimenti che comprendevano richiami scritti e l’obbligo di realizzare un video di riflessione sul regolamento. Il mancato adempimento avrebbe potuto compromettere il proseguimento degli studi.
La protesta nasceva da una decisione assunta dalla FIU nel 2025, quando l’università aveva aderito al programma federale 287(g), uno strumento che consente ad alcune forze di polizia statali e locali di collaborare con l’ICE e svolgere specifiche funzioni in materia di immigrazione, dopo aver ricevuto un’adeguata formazione.
La Florida International University è stata la prima università statunitense ad aderire volontariamente a questo programma, formalizzando l’accordo nel luglio 2025. Una scelta che ha suscitato preoccupazione soprattutto tra gli studenti stranieri, le famiglie immigrate e le persone prive di uno status migratorio regolare.
L’accordo non trasforma automaticamente tutti gli agenti del campus in funzionari federali dell’immigrazione. Secondo le informazioni disponibili a settembre, soltanto due dei 72 poliziotti universitari avevano completato la formazione prevista e non risultavano arresti di studenti per questioni migratorie effettuati dalla polizia della FIU dopo l’adesione al programma.
Il problema sollevato dagli studenti riguarda però anche il clima che questa collaborazione può generare. Chi teme conseguenze legate al proprio status migratorio, o a quello dei familiari, potrebbe evitare di rivolgersi alla polizia persino quando ha bisogno di protezione. Una situazione particolarmente delicata in un’università frequentata da circa 55mila studenti, caratterizzata da una forte presenza latinoamericana e internazionale.
Il capo della polizia universitaria, Alexander Casas, ha difeso l’accordo sostenendo che la collaborazione consentirebbe all’ateneo di mantenere un maggiore controllo sulle eventuali operazioni migratorie all’interno del campus. Gli studenti contrari ritengono invece che attribuire funzioni di controllo dell’immigrazione agli agenti incaricati della sicurezza universitaria rischi di compromettere il rapporto di fiducia con una parte della comunità studentesca.
Da queste preoccupazioni è nato ICEBreakers, un movimento studentesco che chiede alla FIU di interrompere l’accordo. Tra gli attivisti figura Andrew Caro, 22 anni, figlio di immigrati messicani, che ha raccontato come il timore di conseguenze personali o familiari abbia reso alcuni studenti più esitanti nel partecipare alle manifestazioni.
Il caso ha assunto una dimensione giudiziaria l’11 agosto, quando gli studenti, sostenuti dall’American Civil Liberties Union della Florida e dal Community Justice Project, hanno presentato una causa federale contro l’università. Al centro del ricorso c’è il Primo Emendamento della Costituzione americana, che tutela la libertà di espressione e di riunione pacifica.
Il 23 agosto la giudice federale Jacqueline Becerra ha emesso un provvedimento cautelare favorevole agli studenti, rilevando seri dubbi sulla compatibilità costituzionale del regolamento universitario. Il divieto risultava infatti formulato in termini talmente ampi da poter comprendere anche comportamenti espressivi incapaci di disturbare concretamente le attività dell’ateneo.
Durante il procedimento è emersa una questione fondamentale: può essere considerata una manifestazione vietata anche la semplice decisione di alzarsi contemporaneamente e abbandonare una sala? Un interrogativo che evidenzia quanto sia delicato il confine tra la regolamentazione delle attività universitarie e la compressione del diritto al dissenso.
Il provvedimento della giudice non rappresenta una sentenza definitiva e non cancella l’accordo con l’ICE. Impedisce però, nei termini stabiliti dal tribunale, l’applicazione del divieto contestato nei confronti degli studenti coinvolti mentre il procedimento prosegue.
La controversia si inserisce nel più ampio cambiamento delle politiche universitarie della Florida, governata dal repubblicano Ron DeSantis. Negli ultimi anni lo Stato ha introdotto provvedimenti riguardanti le manifestazioni pubbliche, l’insegnamento di temi legati alla discriminazione razziale e i programmi dedicati alla diversità e all’inclusione. Diverse misure sono state contestate davanti ai tribunali per le possibili limitazioni delle libertà costituzionali.
Anche la presidente della FIU, Jeanette Nuñez, ha un passato politico strettamente legato all’amministrazione DeSantis, della quale è stata vicegovernatrice prima di assumere la guida dell’università nel febbraio 2025.
Nel frattempo, l’inasprimento delle politiche migratorie ha prodotto conseguenze anche sull’accesso all’istruzione. La cancellazione di alcune agevolazioni economiche per gli studenti senza documenti e il venir meno di sostegni finanziari hanno costretto diversi giovani a valutare il trasferimento verso altri istituti.
La Florida rappresenta uno dei principali territori di applicazione delle politiche sull’immigrazione promosse dalla Casa Bianca. L’espansione degli accordi tra ICE e polizie locali, insieme alle iniziative per aumentare la capacità di detenzione e rimpatrio, ha alimentato un confronto sempre più acceso sui diritti degli immigrati e sui limiti dell’intervento federale.
La vicenda della Florida International University solleva però una questione che supera il dibattito sull’immigrazione. Un’università può sanzionare studenti che esprimono pacificamente il proprio dissenso senza interrompere le attività accademiche? E fino a che punto un regolamento interno può limitare libertà riconosciute dalla Costituzione?
Le istituzioni universitarie hanno certamente il diritto di garantire il regolare svolgimento delle lezioni e degli eventi, ma questo potere deve confrontarsi con le garanzie costituzionali che tutelano l’espressione delle opinioni, comprese quelle critiche nei confronti delle scelte delle stesse istituzioni.
Per gli studenti di ICEBreakers, la battaglia continua. La tutela ottenuta in tribunale rappresenta un passaggio importante nella controversia sulla libertà di protesta, ma non modifica la collaborazione tra la polizia universitaria e l’ICE.
Resta così aperta una contraddizione destinata ad alimentare il confronto nei campus americani: da una parte studenti che rivendicano il diritto di manifestare senza subire sanzioni disciplinari, dall’altra un’università che mantiene una collaborazione con le autorità federali dell’immigrazione.
Il punto centrale non riguarda soltanto una maglietta o pochi minuti di protesta silenziosa, ma il diritto degli studenti di esprimere un’opinione critica senza che il dissenso pacifico diventi motivo di punizione.



