Dalle deportazioni di massa alle violenze contestate all’ICE, dall’islamofobia alle politiche economiche che privilegiano i più ricchi: il voto in Michigan diventa il simbolo di una contestazione più profonda dell’America di Donald Trump. E il primo musulmano eletto al Senato porta a Washington una proposta politica che mette al centro sanità, lavoratori e giustizia sociale.
C’è un’America che Donald Trump continua a raccontare attraverso la paura, i confini, le espulsioni e la contrapposizione tra cittadini. E ce n’è un’altra che chiede salari dignitosi, assistenza sanitaria, sicurezza economica e rispetto dei diritti fondamentali. La vittoria del democratico Abdul El-Sayed in Michigan, contro il repubblicano Mike Rogers, sostenuto dal presidente, rappresenta uno dei risultati più significativi delle elezioni americane del 3 novembre 2026. Non soltanto perché El-Sayed è il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti, ma perché la sua affermazione arriva dopo una campagna nella quale la sua identità religiosa è stata trasformata in un bersaglio politico.
Trump lo aveva accusato falsamente di estremismo islamico, arrivando a evocare gli attentatori dell’11 settembre. Rogers aveva cercato di associarlo ai Fratelli Musulmani senza fornire prove di un suo coinvolgimento. Una strategia che ha spostato parte del confronto dalle proposte politiche alla religione del candidato. Eppure, gli elettori del Michigan hanno scelto El-Sayed. Una sconfitta per Rogers e un risultato che mette in discussione l’efficacia di una propaganda costruita anche sulla diffidenza verso chi è considerato diverso.
Il problema, tuttavia, è molto più grande di una singola campagna elettorale. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha fatto dell’immigrazione uno dei principali terreni di scontro politico, presentando le deportazioni di massa come una risposta necessaria alla criminalità e all’insicurezza. Ma dietro la retorica della sicurezza si è sviluppata una politica repressiva che ha sollevato interrogativi sempre più gravi sul rispetto dei diritti civili e delle garanzie costituzionali.
L’ICE, l’agenzia federale incaricata dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione, è diventata il simbolo più controverso di questa politica. Arresti nei luoghi di lavoro, controlli nelle comunità, persone fermate durante appuntamenti amministrativi e operazioni condotte con un impiego massiccio di agenti federali hanno alimentato proteste in numerose città americane. Le morti di Renee Good e Alex Pretti durante le operazioni federali a Minneapolis hanno ulteriormente acceso le contestazioni, portando al centro del dibattito nazionale l’uso della forza da parte degli agenti.
È necessario distinguere il diritto di uno Stato a controllare i propri confini dall’idea che qualsiasi metodo possa essere giustificato in nome della sicurezza. Perché quando una politica di immigrazione finisce per coinvolgere indiscriminatamente lavoratori, famiglie e persone prive di precedenti penali, la questione non riguarda più soltanto l’applicazione delle leggi. Riguarda il modello di società che si vuole costruire.
I dati raccolti da Reuters mostrano che, mentre gli arresti dell’ICE aumentavano fino a sfiorare i cinquantunomila nel solo agosto 2026, le deportazioni non crescevano nella stessa proporzione. Sempre più persone fermate risultavano prive di condanne o accuse penali. Un dato che rende difficile sostenere che l’intera offensiva sia rivolta esclusivamente ai criminali più pericolosi, come ripetutamente affermato dall’amministrazione.
Ed è proprio questa contraddizione a rendere inquietante il messaggio politico: trasformare l’immigrato in una minaccia collettiva, anziché distinguere le responsabilità individuali. Un terrorista è un terrorista per i crimini che commette, non perché è musulmano. Un delinquente è tale per le sue azioni, non perché ha la pelle scura, parla una lingua diversa o proviene da un altro Paese. La criminalità non ha una religione, una nazionalità o un colore della pelle. E nessuna democrazia dovrebbe permettere che milioni di persone vengano trattate come sospette per la propria identità.
Ma la politica della paura rischia anche di diventare un modo per distogliere l’attenzione dai problemi economici che colpiscono quotidianamente milioni di americani. Mentre il dibattito pubblico si concentra sulle espulsioni e sui nemici da individuare, le famiglie continuano a fare i conti con il costo delle abitazioni, delle assicurazioni sanitarie, dei medicinali e dei beni essenziali.
Le scelte fiscali dell’amministrazione Trump sono state duramente contestate per i vantaggi concessi alle fasce più abbienti e alle grandi imprese, mentre i benefici per i redditi più bassi risultano molto più limitati e alcune misure di contenimento della spesa pubblica rischiano di colpire i servizi sociali. Anche la politica dei dazi, presentata come uno strumento per difendere l’economia americana, ha alimentato tensioni commerciali e preoccupazioni sui prezzi. Nel febbraio 2026 la Corte Suprema ha inoltre bocciato gli ampi dazi introdotti da Trump attraverso poteri previsti per le emergenze nazionali.
È su queste contraddizioni che si è sviluppata la proposta di Abdul El-Sayed. Ex responsabile della sanità pubblica di Detroit, il neoeletto senatore ha concentrato la propria campagna sulla riduzione del costo della vita, sull’assistenza sanitaria universale, sulla tassazione dei miliardari e sulla necessità di limitare il potere delle grandi aziende nella politica americana. Un programma che affronta direttamente il rapporto tra ricchezza, diritti e potere economico.
La sanità, in particolare, rappresenta una delle questioni più importanti. In un Paese dove una malattia può trasformarsi in un problema finanziario devastante, El-Sayed sostiene il principio di un’assistenza sanitaria accessibile a tutti. Una visione che considera la salute un diritto e non un privilegio riservato a chi può permettersi di pagare.
Il confronto con la politica economica di Trump è evidente. Da una parte, un’amministrazione che punta sulla riduzione delle imposte e sulla deregolamentazione come strumenti per favorire investimenti e crescita. Dall’altra, una proposta progressista che chiede una maggiore redistribuzione della ricchezza e una presenza pubblica più forte nei servizi essenziali. Due visioni profondamente diverse del rapporto tra Stato, mercato e cittadini.
La vittoria di El-Sayed non dimostra che tutti gli americani abbiano respinto Trump, né che ogni elettore democratico condivida integralmente il suo programma. Dimostra però che anche in uno Stato politicamente conteso è possibile ottenere consenso parlando di sanità, disuguaglianze e diritti, senza rinunciare alla propria identità religiosa.
Ed è qui che il risultato del Michigan assume un valore che supera i confini degli Stati Uniti. Perché l’islamofobia non è un problema esclusivamente americano. Anche in Europa la religione musulmana viene frequentemente utilizzata nel dibattito politico come elemento di sospetto, mentre l’immigrazione viene spesso affrontata attraverso generalizzazioni che confondono criminalità, terrorismo, povertà e appartenenza culturale.
La sicurezza è un diritto di tutti e il terrorismo deve essere contrastato con fermezza, indipendentemente dall’ideologia che lo alimenta. Ma non può esistere sicurezza autentica senza giustizia, né libertà se la dignità di una persona dipende dal cognome che porta o dalla religione che professa.
Il voto del Michigan non cancella le divisioni della società americana, non risolve le disuguaglianze economiche e non mette fine alle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Rappresenta però un fatto politicamente significativo: un candidato attaccato anche per la propria fede religiosa è stato eletto proponendo un’agenda centrata sulle condizioni materiali della popolazione.
Forse è proprio questo il confronto che meriterebbe di occupare il centro della politica, negli Stati Uniti come in Europa: non stabilire chi debba essere temuto o escluso, ma decidere come garantire una vita dignitosa a chi lavora, a chi studia, a chi è malato e a chi non riesce più ad arrivare alla fine del mese.
Perché un Paese non diventa più giusto contando quante persone riesce a deportare. Non diventa più prospero soltanto perché aumentano i patrimoni dei suoi miliardari. E non diventa più sicuro alimentando il sospetto verso intere comunità religiose.
Il valore di una democrazia si misura dalla libertà che garantisce, dai diritti che protegge e dalla dignità che riconosce a ogni essere umano. Non dalla quantità di paura che riesce a produrre.
E questa, al di là dei partiti e delle appartenenze, dovrebbe essere la lezione più importante da trarre dal voto americano.



