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Costume e Società

Violenza: quando l’aggressore è stato una vittima

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Da dove nasce la violenza? Dietro un gesto brutale può esserci una storia precedente di abusi, umiliazioni e sofferenza? È la domanda al centro di una riflessione che parte da un’esperienza personale vissuta durante l’infanzia in un quartiere povero e difficile, per arrivare a interrogarsi sul significato della giustizia e sul confine che la separa dalla vendetta.

Il ricordo risale a molti anni fa. Un ragazzo si trasferisce con la famiglia in una casa economica e malridotta, circondata da un quartiere nel quale degrado e violenza fanno parte della quotidianità. I genitori riescono con fatica a trasformare quella casa in un luogo dignitoso, creando però involontariamente un contrasto ancora più evidente con ciò che la circonda.

Per il nuovo arrivato iniziano presto le aggressioni. Diventa il bersaglio dei ragazzi del quartiere, fino a quando una sera, dopo aver giocato a hockey, viene circondato da sei giovani. Cerca di evitare lo scontro, ma viene aggredito, gettato a terra e colpito ripetutamente. L’intervento di un adulto armato di una mazza da hockey mette in fuga gli aggressori e interrompe il pestaggio.

Qualche giorno dopo accade però qualcosa che cambia completamente la prospettiva. Uno dei ragazzi che aveva partecipato all’aggressione viene incontrato da solo, davanti alla propria casa. Ha il volto segnato, piange e urla la propria rabbia contro tutto e tutti. La voglia di vendicarsi lascia spazio alla compassione. Dietro quel giovane violento appare improvvisamente un’altra persona: una vittima.

La sua famiglia è descritta come profondamente problematica. Il padre, alcolizzato e violento, picchia la moglie e il figlio e li sottopone continuamente a insulti. Anche la madre riversa la propria frustrazione sul ragazzo attraverso aggressioni e umiliazioni. La casa diventa così un luogo nel quale la violenza viene imparata prima ancora di essere esercitata all’esterno. Il ragazzo trascorre molto tempo per strada insieme ad altri giovani provenienti da situazioni simili e il dolore accumulato viene scaricato su vittime più deboli.

Da questa esperienza nasce una convinzione: dietro l’aggressore può nascondersi qualcuno che, a sua volta, è stato vittima. Questo non significa cancellarne le responsabilità né giustificarne le azioni. Significa cercare di comprendere le origini della violenza per tentare di interromperne la trasmissione.

Secondo la riflessione proposta nel testo, aggressività e vittimizzazione sono spesso strettamente collegate. Chi esercita violenza può aver sperimentato maltrattamenti, ostilità o una percezione profondamente alterata dei rapporti con gli altri. Per questo l’indignazione nei confronti dell’aggressione può convivere con la capacità di riconoscere la sofferenza che potrebbe trovarsi alle sue spalle.

È proprio qui che entra in gioco il concetto di giustizia. Punire chi rappresenta un pericolo per gli altri è necessario, sostiene l’autore, ma la pena non dovrebbe trasformarsi in vendetta. Infliggere sofferenza semplicemente per rispondere alla sofferenza subita rischia infatti di aggiungere un nuovo anello alla stessa catena di violenza che si vorrebbe spezzare.

La giustizia dovrebbe quindi proteggere la società, prevenire nuovi reati e, quando necessario, limitare la libertà di chi costituisce un pericolo. Ma dovrebbe contemporaneamente evitare la crudeltà. Esiste una differenza fondamentale tra severità e desiderio di far soffrire: nel primo caso la pena viene considerata una necessità per tutelare gli altri; nel secondo diventa essa stessa una forma di brutalità.

L’obiettivo più ambizioso sarebbe la riabilitazione, cioè una trasformazione capace di modificare il comportamento e la mentalità di chi ha commesso un reato. L’ideale, probabilmente irraggiungibile, sarebbe una società nella quale il rispetto degli altri fosse così profondamente interiorizzato da rendere progressivamente meno necessario l’intervento repressivo delle istituzioni.

La riflessione si sposta così dalla violenza alla responsabilità collettiva. Quanto può diventare civile una società? Quanto possono rispetto, solidarietà ed educazione ridurre la necessità della coercizione? Non esiste una risposta definitiva, ma proprio l’impossibilità di conoscere questo limite diventa una ragione per continuare a cercarlo.

Un ambiente fondato sull’affetto e sul rispetto può favorire lo sviluppo di persone capaci di riconoscere l’umanità degli altri. Ma anche l’amore, avverte il testo, non deve essere confuso con l’accettazione passiva di comportamenti distruttivi. Aiutare qualcuno non significa diventare complici delle sue azioni oppressive o violente.

Alla fine il ricordo dell’infanzia assume un significato diverso. Il ragazzo cresciuto in una famiglia affettuosa aveva considerato la civiltà e il rispetto come qualcosa di naturale, mentre la brutalità gli appariva incomprensibile. L’incontro con quel giovane aggressore, a sua volta vittima della violenza familiare, gli mostrò invece quanto facilmente il dolore possa trasformarsi in altra sofferenza.

Comprendere questo meccanismo non significa assolvere chi fa del male. Significa riconoscere che interrompere la violenza richiede qualcosa di più della semplice punizione: occorre proteggere le vittime, responsabilizzare chi aggredisce e, quando possibile, intervenire sulle condizioni che permettono alla violenza di riprodursi. Perché una società realmente civile non si misura soltanto dalla capacità di punire il male, ma anche dalla capacità di impedire che continui a generare altro male.